“Ma quando escono i sub?” – Puntata #10: Each Time You Break My Heart

La bieca citazione musicale in apertura (ma ne faccio di altri tipi?) è quanto mai adatta, perché oggi ho il cuore preventivamente in pezzi per una serie che sento mi casseranno.

“Mi”, perché ovviamente l’ABC ha come fine ultimo farmi un torto.

Magari fosse per amore, qui è proprio che butta male.

Magari fosse per amore, qui è proprio che butta male.

Quante volte nella vostra vita telefilmica VI hanno interrotto una serie, magari sul più bello?
Io ho rosicato perfino per Flash Forward che, diciamolo, non è che fosse ‘sto capolavoro assoluto, però, dai, si faceva guardare; in altri casi l’annullamento delle trasmissioni è stata una benedizione, come per Happy Endings e – diciamolo senza timore – 1600 Penn.
Mi direte giustamente: ma se ti fan cacare, perché guardarli fino alla fine, sperando che vengano cancellati?

Perché sono una cretina, è ovvio, ma adesso è meglio non discuterne.

James, so che mi capisci.

Le serie per cui mi sono più stizzita sono (in ordine sparso):

MOCKINGBIRD LANE: il remake de I Munsters, con Jerry O’Connell, Portia De Rossi e Eddie Izzard (capite? Eddie Izzard che tipo prendimi Eddie sono tua per sempre!), è durato il tempo di un pilot. Un pilot costosissimo e abbastanza gradevole, che non ha racimolato il pubblico sperato. Risultato? Eh, ce la prendiamo in saccoccia.

ME AND MRS JONES: Una commediola leggera su una milf. Non è una battuta. Gemma Jones (Sarah Alexander) si prende una cotta per il migliore amico del figlio, Billy (Robert Sheehan), in un crescendo di imbarazzo e puccyness. Una stagione secca, gli Inglesi son gente seria, ‘ste cose languide sono poco apprezzate.

Chiamiamola stronza, allora.

Chiamiamola stronza, allora.

LUCK: la mega produzione di HBO, una specie de Il Padrino ambientato in un ippodromo, con nomi tipo Michael Mann (produzione e regia), Dustin Hoffman, Nick Nolte e Dennis Farina, è stata interrotta a fine prima stagione per la morte di tre cavalli durante le riprese.
Io non ci crederei così tanto. Diciamo che il dato 474.000 spettatori alla settima puntata mi sembra una motivazione più plausibile.
Comunque, un peccato.

BORED TO DEATH: una serie buffa, con personaggi RIDICOLI:  Ted Danson impareggiabile, Zack Galifianakis fumettista, e Jason Schwartzman nei panni di uno scrittorucolo annoiato che mette un annuncio da investigatore privato su Craiglist, e tutti e tre son dei fattoni da antologia. Casi surreali, e surreali soluzioni. I dialoghi avevano picchi di genialità, il pubblico non ha gradito.  Tre stagioni da 8 episodi l’una, e poi Bye Bye Baby, Baby Goodbye.

"Sei come me, Jonathan. Noi prima affasciniamo, poi deludiamo. Una volta per me funzionava per anni, ora solo per un paio di settimane. Se sto con una donna più a lungo di così, c'è qualcosa di sbagliato in lei."

“Sei come me, Jonathan. Noi prima affasciniamo, poi deludiamo. Una volta per me funzionava per anni, ora solo per un paio di settimane. Se sto con una donna più a lungo di così, c’è qualcosa di sbagliato in lei.”

 

FREAKS AND GEEKS:  Ne devo aver già parlato, perché in realtà ne parlo sempre, tipo anche agli sconosciuti sull’autobus. F&G uscì contemporaneamente a Dawson’s Creek, era ambientato negli anni ’80, aveva una colonna sonora seria (Tipo Free Bird, mica ADOUONNAUEI) e un cast da strapparsi i peli delle sopracciglia: James Franco, Jason Segel, Seth Rogen, Linda Cardellini, Busy Philipps, per dire giusto i primi. Non era una roba fintona e mal sceneggiata come Dawson’s Creek, e infatti il risultato è stato SEI stagioni a UNA per DC.
Una stagione tra l’altro trasmessa un po’ a cazzo, con gli ultimi tre episodi mandati in onda per pietà e compassione degli spettatori disperati.

Capirete anche voi che con queste premesse arrivo alle serie con un senso di predestinazione, se così vogliamo dire. Tipo che ho i turbamenti nella forza già dai titoli di testa.

Il mio presagio negativo di quest’anno è tutto per THE GOLDBERGS.
The Goldbergs è la storia (fortemente autobiografica) di una classica famiglia anni ’80 (state iniziando a capire qual è il mio soft spot, eh?), raccontata anche attraverso le riprese del figlio minore, che gira spessissimo con una telecamera in spalla e ha una passione per il seno femminile.
No, non è nulla di nuovo, e no, non è una cosa imperdibile. Ma è una di quelle serie che fanno leva sulla (mia) nostalgia, un po’ come The Wonder Years, e la mattina ti alzi sperando di avere ancora 16 anni.

Sono ancora un fiore.

Sono ancora un fiore.

Immagino che, arrivati a questo punto, vi chiederete il perché di questo elenco, e che ci dobbiate fare.
Semplice: dovete recuperare tutto.
Potrei fare un discorsone sulla bellezza della caducità, su come queste serie acquistino ancor più valore proprio perché incompiute, ma non lo farò: dovete recuperarle semplicemente perché sono belle, anche se finiscono.
E soprattutto ho bisogno di tutto il vostro karma positivo per evitare che mi cancellino anche i Goldbergs, se no piango.

Di nuovo.

Ritratto dell’artista da donna di mezz’età


Marina Abramovic: The Artist is Present
 [info in italiano qui] è un documentario sulla mirabolante carriera della performance artist Marina Abramovic diretto da Matthew Akers. Il film è incentrato su uno degli ultimi lavori della Abramovic presentato durante una retrospettiva al MOMA di New York nel 2010, un’altra (ennesima) versione della cosa che da almeno una quarantina d’anni è il suo cavallo di battaglia: una performance in cui l’artista e un altro partecipante si siedono l’uno di fronte all’altro all’interno di uno spazio delineato e si guardano in faccia per un po’, in presenza di un pubblico. La performance ha una durata totale di tre mesi, durante i quali Marina sta lì per ore e ore (tutto l’orario di apertura del museo) senza muoversi mai né per andare al cesso (anche se c’è il barbatrucco, grazie al cielo) né per mangiare, bere, sgranchirsi le gambe, fare un cruciverba.

Chiunque può partecipare: questo qui nella foto è quel gran puccettone di James Franco (che fa le faccette persino quando prepara i dolci con Marina), ma potrebbe essere un altro artista o, soprattutto, una persona qualsiasi che compra il biglietto per la performance e sceglie di prendere parte invece che rimanere spettatore. Si siedono e si guardano in faccia. E basta. L’idea è non recitare, non parlare, non muoversi, non fare niente. È lasciare che sia il momento a dettare le condizioni, che si crei un istante di comunicazione pura, trascendentale e presente tra due persone, e tra loro e il pubblico che li osserva.

Questa cosa diventa a volte intensissima: il film mostra gente che durante quei pochi minuti eterni in cui si trova al cospetto dello sguardo di Marina ride nervosamente o sorride beata, crolla, si denuda (letteralmente) e viene portata via. La stragrande maggioranza delle persone piange. Non disperatamente o per tristezza. Piange davanti a una qualche rivelazione che per me sarebbe impossibile raggiungere in queste condizioni, ma che di base capisco. Piange perché l’esperienza del presente più puro è una cosa che mette in ginocchio l’ego più smisurato, che ti riduce a gomitolo di pelle ossa muscoli nervi cellule e pura emozione. (Se ci pensi bene si vive quasi sempre al passato o al futuro; vivere al presente è un po’ spiazzante e accade quasi solo in condizioni un po’ estreme tipo un attacco di panico, o facendo paracadutismo, o a un concerto di Springsteen.)

Io la performance art la odio. Lo sa bene Mattia, il vero connoisseur dell’arte contemporanea qui all’Osteria JunkiePop, che mi ha portata a vedere la retrospettiva sul Metodo Abramovic al PAC di Milano e si è sorbito un pippone infinito sul fatto che nella performance amo la narrativa e la finzione, e quindi come non amo la fiction di David Foster Wallace odio la performance art. Per forza la odio: ho un passato come regista teatrale, e per quanto il teatro e la performance art si dividano la custodia della parola “performance” come due genitori separati, in mezzo a loro c’è un abisso teorico insormontabile. Come dice Marina nel film:

nella performance art prendo un coltello, mi taglio e sanguino per davvero. Nel teatro la lama del coltello è finta e il sangue è ketchup.

(Qui sta a te decidere cosa preferisci vedere, con tutte le implicazioni morali, estetiche e artistiche del caso. Non necessariamente una di queste forme è a priori meglio dell’altra, ma se una fa per te probabilmente l’altra non ti prende.)

A dispetto dei miei gusti, Marina Abramovic è già un buon candidato per il titolo di Film del 2012, perché non è un film sulla performance art, ma uno stupendo ritratto dell’artista da donna di mezz’età. Se c’è un problema nel film (oltre all’inutile e invadente musica di sottofondo – che poi è sempre la mia croce, soprattutto nei documentari) è la posizione di esaltazione totale della donna-artista vs. una certa mancanza di posizione critica del film sia verso l’arte che ella pratica, che verso gli invasati che ne fanno un culto. Perché Marina Abramovic come donna ne esce talmente bene che chiunque capisca che i documentari non sono più “veri” di un qualsiasi film narrativo si rende conto che è il personaggio femminile meglio riuscito al cinema da parecchi anni a questa parte.

Il cinema in genere ha paura delle donne. Pensaci bene: quanti personaggi femminili ti vengono in mente che siano rappresentati come donne
a) forti e determinate ma non a discapito della femminilità né del senso dell’umorismo;
b) in controllo della propria vita ma capaci di lasciar spazio ai sentimenti;
c) capaci di gestire una posizione professionale e finanziaria di grosso rilievo;
d) in possesso di sessualità ma non soggiogate al tanto mitizzato quanto reale (per non dire spietato e inesorabile) sguardo maschile?
(Se hai pensato “ehi, Lara Croft!” puoi puoi chiudere questa finestra e tornare nel paese dei procioni.)

Quello che al cinema fa più paura delle donne è il corpo. Perché il corpo delle donne è una cosa abbastanza complessa, in continua evoluzione e in contraddizione con se stesso. Non è una cosa che dove la metti sta, che fa come le dici, che si possa rappresentare facilmente per com’è davvero. Raramente il cinema sa gestire un personaggio come Marina Abramovic, una donna che usa il corpo tanto come strumento di sfida e seduzione quanto come un’arma da guerra, e lo riconosce come una cosa estremamente vulnerabile eppure resistentissima. Figurati per giunta una donna matura, non tradizionalmente bella, che non ha nessuna remora a spogliarsi completamente in pubblico, squarciarsi la pancia (la pancia che secondo i canoni patriarcali è il sanctum della maternità), sdraiarsi in mezzo al fuoco, o appendersi crocefissa ignuda a mo’ di quattro di spade, né, soprattutto, nessun problema con l’essere single, non madre, famosa, ricca, persino un’icona della moda. (Se hai pensato “ah, proprio come Madonna e Lady Gaga”, il paese dei procioni è sempre da quella parte.)

La parte per me davvero straordinaria del film è la sequenza in cui Marina ritrova l’ex marito Ulay, altro mostro sacro della performance art, quello col quale fece la rivoluzione da giovane. Per dire, uno dei lavori di Marina e Ulay è Lovers (1988), nel quale i due camminano separatamente dai due estremi della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà dopo duemila km a testa, e tre mesi di viaggio e di separazione. Il motivo del viaggio è incontrarsi per lasciarsi definitivamente. È una cosa teatralissima, ma il dolore di quell’incontro, i tre mesi di viaggio e di separazione, il percorso per arrivare a trovarsi e poi questo cataclisma sono cose che neanche lo sceneggiatore più perfetto saprebbe scrivere. È anche una cosa abbastanza pornografica da guardare, l’oscena autopsia di una storia d’amore consumata attraverso la sublimazione dell’arte e dei corpi, che, davanti ai tuoi occhi, muore.

Perché in effetti Marina nel film dice che pensava che quando si sono lasciati sarebbe morta, perché si muore sempre un po’ quando un vero amore si estingue, ma anche perché dice candidamente che non riusciva a pensare che sarebbe sopravvissuta senza quell’uomo col quale viveva una simbiosi artistica, emotiva e sessuale talmente forte che tutte queste componenti le sembravano inseparabili. Morta la coppia Marina-Ulay sarebbe morto tutto. E invece. Non solo da queste dolorose ceneri nasce la fenice di Marina Abramovic multimiliardaria superstar dell’arte contemporanea, ma anche la donna che sopravvive alla morte per amore e di quella sopravvivenza ne fa un’arte, un po’ come Frida Kahlo. (L’altra grande balla che ti racconta il cinema è che il motivo di esistere di una donna sia trovarsi un uomo. Se adesso dici “maccome, e allora Thelma e Louise?!” vengo a cercarti nel paese dei procioni e ti percuoto con violenza. Che se ci pensi sarebbe un’ottima performance piece.)

Prima della separazione Marina viveva con Ulay in un furgone, perché fare i performance artist negli anni ’70 voleva dire fare la fame e vivere davvero in un underground che il fottuto hipster medio del secolo XXI non può neanche immaginare. Ulay guidava il furgone, Marina non sapeva guidare. Dopo tutto questo tempo senza vedersi, Marina e Ulay si rincontrano nel 2010 con la scusa della performance al MOMA, ripresi dalle telecamere del film.  E allora cosa fa il film? Ti fa vedere la reunion non come l’incontro di due grandi genii predestinati, o la Carrambata del come eravamo. No. Ti fa vedere che Marina ha imparato a guidare. E lei porta Ulay a casa sua e Ulay l’aiuta a parcheggiare il suo SUV nel garage, come una qualsiasi coppia di umarell nostrani. Poi si fanno una pasta con le zucchine e chiacchierano con la serenità e l’intensità degli ex amanti che sanno che saranno sempre parte integrante gli uni degli altri, e che con questa consapevolezza procedono per le loro strade.

Nel momento in cui successivamente Ulay si presenta alla performance e si siede di fronte a Marina, sorridendo, incapace di concentrarsi, ecco che lei rivela come sa applicare tutte le regole del suo metodo sia all’arte che alla vita. I due piangono, sorridono, ridono, e poi lei spezza l’incantesimo della performance e gli allunga le braccia, le loro mani si toccano. È lei che gli dice ora puoi andare, e lui va. È un lasciarsi più maturo e meno drammatico, un lasciarsi da persone di mezz’età, un lasciarsi da partner equi e consapevoli, un uomo e una donna completi.

Marina Abramovic The Artist is Present è quindi un film su un personaggio visto in un momento presente in tanti sensi – una persona che c’è, e che si trova qui ora; un personaggio ben consolidato nel quale l’identità di donna è interamente donna e quella di artista interamente artista. Chiunque abbia provato a essere una o entrambe le cose – donna e artista – sa quanti compromessi siano necessari non dico per riuscirci, ma persino per provarci. La forza del film sta nel mostrare questo processo di bilanciamento tra donna e artista con grande chiarezza. Io la performance art non la reggo; se a te piace probabilmente troverai nel film molti altri spunti interessanti che io non colgo. Ma questo è un film che parla di una donna vera, e che la tratta con serietà, rispetto, (magari anche troppa) ammirazione. In pratica è un documentario su una specie che al cinema appare pressoché estinta, e a me, in quanto donna che lavora nel cinema, donna che una volta aveva le mani in pasta nel teatro, o in quanto donna e basta, basta e avanza.