J come J Edgar

Mi sono detto, mettiamoci qui, famolo.Parliamo di J Edgar. Parliamo di Clint.
Ho cercato di non leggere nulla, perché alla fine sappiatelo, è un tiro al bersaglio. Non ci si perdona di amare Clint quindi le recensioni che potete leggere in giro a questo punto si dividono in chi, provocando, scrive sostanzialmente un “e mo? come ti metti? Ti piace ancora Eastwood?” e chi un cervello ce l’ha e parla di quello
che ha effettivamente visto.
Sapete la luna, Mao Tse TUng il dito? Ecco, il dito di questo film è per alzata di paletta e con bacio accademico il make up. Il fottuto make up.
Un po’come dire “eh Fantasmi da Marte si vedeva benissimo che era uno studio cinematografico e non stavamo su Marte”. Maddai. Cretini.
Detto ciò è cretino (e due) ridurre il film a questo, al makeup. E ne ho lette di cazzate eh nella vita, ma questa perdonate lo sfogo le batte tutte.
Da qui inizia il post per le persone serie.

Dicevo, J Edgar. Bene, mettiti qui vicino Clint. Parliamone.
Parliamo del fatto che a un certo punto della tua vita Clint, hai cominciato a parlare di come affrontare la morte. Non credo sia una paura, Callaghan non ha paura e sul piedistallo di eroe Clint tu sai che ci starai anche quando non sarai più qui con noi. Spero di andarmene prima io Clint, davvero, questo rimanga inter nos.
Quindi Clint i babbei credono tu abbia paura, sappiamo io e te che non è così. Nella tua semplicità il tuo punto d’arrivo è dimostrare che le storie, tutte, hanno una fine. Che può essere la morte. Che può essere il ritorno da una missione nello spazio. Che può essere lasciarsi.
Le cose finiscono Clint. Lo sapevamo, ce lo ricordi, e la gente non capisce.
Che poi voglio vederli loro a 80 anni ma questo è un altro discorso.
L’idiozia, dicevo su, di chi non capisce J Edgar è fermarsi alla superficie, non capire la convinzione e la morale di un uomo con un senso enorme dello stato, in maniera distorta, per carità agli occhi di qualsiasi non conservatore di questo mondo. Ma direi quasi encomiabile.
Un uomo che con un modo tutto suo, giusto o sbagliato che sia, si discosta dai giochi di potere del Nixon Stoneiano e naviga dietro gli uffici del procuratore che indagava sulla morte di Kennedy. Il J Edgar tuo (e di quel grandissimo attore che è finalmente diventato Leo Di Caprio), Clint ha un ruolo (in)umano, comprensibile solo da chi decide di stargli vicino per tutta la vita per motivo professionali (una meravigliosa Naomi Watts), affettivi o famigliari (Judi Dench, che tanto ormai non ci stupisce più).
Il quadro generale è questo, non ci sono sottotrame, non c’è thriller, non ci sono “misteri”. Il tuo occhio Clint era tutto per lui, e il titolo, J Edgar (e non Hoover) è più che una dichiarazione d’intenti.
Un uomo il cui centro corrispondeva con la propria emanazione. Che fosse l’FBI, che fosse il suo amore, che fosse sua madre. J Edgar era un uomo, il più potente della storia degli Stati Uniti, e questo è un dato di fatto, ma pur sempre un uomo, e tu Clint, non avessi inquadrato l’umanità dietro la spietatezza di un sistema, che il
sistema stesso è fatto da uomini e che in questo caso, passano gli uomini ma è il sistema a sopravvivere.
Anzi, del sistema neanche se ne parla più
Rimane una firma su un foglio, J Edgar.
Se lo vogliono capire, Clint, lo capiscono. Sennò sai che c’è di
nuovo, sti cazzi.

E già, noi siamo ancora qua (Pearl Jam, vent’anni dopo)

Emiliano Colasanti è sicuramente il miglior scrittore di musica che conosco (diverso per me da giornalista musicale) con lui ho condiviso 4 anni di radio spalla a spalla, siamo diversi, sentiamo musica quasi diversa e molto spesso non la vediamo allo stesso modo, anzi. Ma quando mi ha proposto di andare a vedere PJ20 non ho esistato un secondo, perchè la persona con cui vederlo per me era lui.
PJ20 è il film documentario sulla storia dei Pearl Jam girato da quel fregnaccione di Cameron Crowe, uno che da questa parti a botte di stereo sopra la testa, Free Fallin cantata in macchina, e pugni al cielo si è scavato un buco nel cuore di chi scrive.
I biglietti erano esauriti, poi oggi (ieri ndr) Emiliano mi dice che c’erano tre posti liberi non so come e alla fine siamo riusciti ad andare. Io avevo una camicia a scacchi, e me l’ha comunicato mentre ero in riunione. Siamo andati. Questo è quello che ci siamo detti, prima, durante e soprattutto dopo. Questo post lo leggerete in contemporanea qui, ora e/o su Stereogram

Il film, per chi se lo chiedesse, è bellissimo. Catartico e molto probabilmente unico.

Giorgio: Uscire dal cinema avendo idea di avere visto qualcosa che ti aspettavi succede abbastanza spesso.
Il fatto di uscire da una sala e avere visto vent’anni di vita, ricordi, brividi, sensazioni, un po’ meno. Nel bene e nel male, i Pearl Jam sono per noi (parlo per me ma anche per te) un gruppo generazionale. Forse IL gruppo generazionale. Quello con cui siamo cresciuti e da adolescenti diventati uomini. PJ20 è forse per questo un film soprattutto per quelli come noi. Che avevano la rabbia giovane nel ’92 e che è diventata altro.

Emiliano: Pensavo che questo film mi avrebbe fatto sentire solo un po’ più triste e malinconico, e invece l’unica cosa che sono riuscito a provare durante la visione è stata gioia immensa. Una gioia strana, difficile da definire, figlia del distacco, probabilmente. Il distacco che ti fa guardare con occhi diversi, più leggeri, anche pezzi di vita che ricordavi più pesanti, gravi. È vero quello che dici: i Pearl Jam sono stati un gruppo generazionale, anche se non l’unico. Sicuramente sono stati molto importanti per me, in una maniera che faccio quasi fatica a razionalizzare. Io non riesco più ad ascoltarli nel modo in cui favevo una volta, si sono ancorati a un pezzo della mia vita e in qualche modo sono rimasti lì. Ma ci sono sempre, e non se ne vanno.
In questi giorni ho pensato molto all’invadenza del passato sul nostro presente musicale, per via di Simon Reynolds, e ha ragione lui quando dice che è più bello vivere nel presente. Innamorarsi è meglio che ricordare un amore, eppure col tempo che passa anche certe ex fidanzate che hai odiato profondamente finisci per guardarle con occhi più dolci. I Pearl Jam sono un grande amore che si è trasformato in una grande amicizia, una cosa del genere. Mi ha colpito molto, guardando il film, il ruolo centrale che la morte ha avuto nella loro storia. Sono nati da una morte, quella di Andy Wood, poi c’è stato Cobain e la tragedia di Roskilde. Sono la reazione a un lutto, ma una reazione felice.

G: A me ha stupito (o almeno capire che quella sincerità delle canzoni fosse vera) vedere la commozione, oggi, vent’anni dopo per la morte di Andy Wood, per quella di Cobain e per le piccole cose, come quando Eddie Vedder ricorda l’inizio della sua amicizia con Ament.
Ecco: PJ20 è un po’ la Polaroid di quel cuore di pastafrolla che abbiamo sempre avuto e magari abbiamo fatto finta di avere nascosto da qualche parte. Più in bella vista di quanto pensassimo.

E: Credo sia sempre per via di quelle perdite che hanno segnato la loro storia umana e di gruppo. La chiara consapevolezza degli equilibri precari che tengono in vita certe cose, le band, il successo, le amicizie, unita al terrore di dover affrontare di nuovo certi lutti. A me ha colpito molto Gossard nel commento alle folli scalate di Vedder durante i concerti, e ancora di più lo sguardo di Ament che suona il basso fissando il soffitto a cui Eddie Vedder si è appeso, la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro. E invece resistono. Magari un po’ acciaccati, ma resistono.

G: Che poi, voglio dire, basta vedere le immagini per non farli sembrare lo stesso gruppo di vent’anni fa. Un punto chiaro c’é stato, nella loro vita, in cui si é deciso di non diventare uno stereotipo rock alla Stones. Anche loro hanno avuto tragedie simili, ma hanno deciso di esorcizzarle col carrozzone.
I PJ ora sono un gruppo che se ha bisogno prende 4 sedie e fa 3 pezzi da seduto.
L’unica domanda che ho da vent’anni al riguardo è: ma Vedder ha uno stock di magliette marroni?

E: Io conosco un tizio che ha solo camicie nere. Tutte uguali. E no, non è fascista e non è neanche Johnny Cash, anche se forse vorrebbe esserlo.
Mi ricordo quando sono andato a vederli a Verona, era il tour di “Binaural” e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ormai non saltano più sul palco, non sono più come prima” ed è stata una sensazione positiva. Sono cresciuti con noi in qualche modo, anche se forse a un certo punto si sono fermati. Io sono un grande fan della fase centrale della loro carriera, di “Vitalogy” e “No Code”, quella in cui, almeno a giudicare dal film, Vedder ha strappato lo scettro del comando a Stone Gossard, prima di passare alla democrazia degli ultimi tre dischi, in cui tutti scrivono tutto.
Sento la mancanza di un loro vero e proprio album della maturità, anche se probabilmente l’hanno già fatto e ormai pretendo troppo. Ma Mike McCready? Ci sono delle volte in cui il suo modo di suonare mi manda il sangue alla testa, quel modo di fare gli assoli di chitarra, altre in cui lo adoro e basta. E non so spiegarmi il perché.

G: Mike McCready è a occhio il rocker vero del gruppo. Quello che ragiona sull’attimo rock del live e delle canzoni. E che lo rende vivo.
Io ci ho messo 20 anni a capire che sul primo disco (anzi forse fino a “No code”) c’era quella logica delle dueling guitars figlia degli anni ’70.
Forse qualcuno lì in mezzo è un fricchettone (vero Stone? Vero Jeff?), McCready è uno che, come dice Cornell, rende possibili e non noiose canzoni di 11 minuti con 7 di assoli.
E le chitarre dei PJ, soprattutto nel film, sembrano così lontane, ma in fondo così tanto vicine.
I PJ sono un gruppo di amici, veri. Parlo di loro 4. Ché per me la storia del batterista è quella più bella. Ma è quella anche di un pezzo di gruppo che racconta una storia a sé.
Il cuore del gruppo, come dicono loro. Loro 4 sono l’intestino nella buona e nella cattiva sorte. E questo si sente. E si vede.

E: Che poi Matt Cameron in quella band c’è sempre stato, era nel primo demo, la cassetta spedita a San Diego. Ormai è il batterista più longevo della storia dei Pearl Jam. Sono cinque in tutto e per tutto, anche se io non riesco ancora ad abituarmici (nei Soundgarden mi piaceva tantissimo).
Io ho sempre avuto un debole per Jack Irons, un batterista punk, minimale, dentro un gruppo massimalista in tutto. Mi piaceva il suo modo “secco” di suonare, quasi alla Ringo Star. Non ho mai capito, invece, la passione che tutti hanno per Abruzzese. Ma a te non ha impressionato la scena del concerto, forse a Philadelphia, non ricordo, dove Vedder impazzisce con la security e di colpo cambia il suo modo di stare sul palco? È come se in quel momento avesse deciso di farsi carico di responsabilità che pensava di non dovere avere. Tutto quello che è arrivato dopo, il rapporto controverso che ha con la sua fama, credo parta proprio da lì. Poi vabbè, tutti si stracceranno le vesti per il lento ballato con Cobain (in sottofondo c’era Clapton che suonava Tears in Heaven) ed è bellissimo quello che dice Stone Gossard: “Le sue critiche ci hanno reso quelli che siamo”. Chissà se è stato lo stesso anche per Blur e Oasis, Beatles e Stones, Negramaro e Modà…

G: No in effetti anche loro lo dicono (e riportano anche l’idea di Joey Ramone) che Seattle era una famiglia e perdendo qualcuno perdevi qualcuno che conoscevi comunque bene e che era parte fisica della scena, un pezzo importante. Kurt, Andy e Staley. I primi due vengono chiamati per nome, sempre, mai per cognome.
Sul fatto del batterista è vero, alla resa dei conti Irons è quello che sta sul disco (anche “No code”) che preferisco. Abruzzese era uno da prima fase dei PJ, era uno con quella rabbia giovane di cui parlavo prima. Forse con loro sarebbero stati peggio. Forse l’avrebbero cambiato.
Cameron l’ho sempre reputato troppo riccardone (ndr: precisetti) per quello che hanno fatto i PJ. Senti Alive oggi dal vivo e la senti pulita.
A proposito, il Kennedysmo di Crowe mai poteva essere più alto che in questo film.

E: Crowe potrebbe superarsi solo girando un documentario sulla carriera di Veltroni. Credo fosse Johnny il Ramone stupito per i rapporti tra Soundgarden e Pearl Jam: “Noi a New York gli altri gruppi li odiavamo!”
Gli Alice in Chains però nel film non ci sono quasi mai, mi ha un po’ stupito questa scelta. Invece, molto bella l’immagine di Cornell che sprona Eddie Vedder e ne intuisce il potenziale prima dello stesso Vedder e di tutti gli altri. Ne esce benissimo Cornell, pensa che mi stava sul cazzo anche quando mi stava simpatico.
Mentre forse il Pearl Jam che preferisco è Gossard, me ne rendo conto da quante volte l’ho nominato. Fantastico lo spezzone in cui Cameron Crowe gli chiede di mostrare delle memorabilia e lui in casa ha solo una tazza sporca, qualche dvd, i dischi che ha recuperato da un amico per ripassare le canzoni e un Grammy buttato in cantina a prendere la polvere, tanto: “C’è Jeff Ament che conserva tutto, mi basta mantenere un buon rapporto con lui e potere andare a casa sua per avere accesso all’archivio dei Pearl Jam”. Lo capisco, Gossard, meglio vivere così che affondare sempre nel proprio passato, anche se il passato è presente. Pensa che io un po’ mi sento in colpa a stare ancora qui a parlare dei Pearl Jam, ma hai ragione tu: non sono rimasti prigionieri di loro stessi, sono cresciuti sotto gli occhi di tutti. Sono diventati vecchi con noi. Siamo vecchi?

G: Uh, se lo siamo. Anche se forse la pelle d’oca che ho avuto per tre quarti di film (e forse anche tu) dice il contrario.

E: Non so se chiamarla pelle d’oca. Non so come chiamarla.
Per tutto il film ho pensato a una porta che si chiude. Al capitolo finale. Una cosa del tipo: “Ciao Pearl Jam, è stato bello fare tutta questa strada insieme, ma forse è arrivato il momento di dividerci per davvero.”
Ma tanto lo so che annunceranno un nuovo tour e staremo di nuovo lì sotto, a cantare e urlare. Siamo fatti così, non ci possiamo fare niente.