Only Lovers Left Alive

8Quella che stai per leggere è una specie di recensione del nuovo film di Jim Jarmusch con Tilda Swinton e Tom Hiddleston, che al momento non ha una data di uscita in Italia. Jim Jarmusch è una leggenda, ha diretto ventordici capolavori, e questo qui è uno di quelli; sarà l’entusiasmo ma te lo dico subito che per me si conta tra i suoi 5 film migliori e tra i top 5 del 2013 (gli diamo 8 sulla fiducia che entro dicembre sarà diventato un 10).

Si può cominciare col dire che è un film sui vampiri, e lo è fondamentalmente perché i due protagonisti:

a)     si nutrono di sangue
b)    sono e non sono morti
c)     vivono di notte

Però sia chiaro che si va molto oltre al semplice film di genere: dopo Edward & Bella e puttanate varie, questo è il reboot di cui i vampiri avevano bisogno. Ora, se hai pazienza di leggerti il resto possiamo dire che in realtà Only Lovers Left Alive è un film che parla di cose fondamentalmente più interessanti dei vampiri, tra cui:

a)     la sensazione di libertà e onniscenza e inquitudine che ti dà esplorare una città di notte
b)    la decadenza materiale e inevitabile trasporto umano verso il concetto di Fine
c)     la nostalgia necessaria alla creazione di qualsiasi opera d’arte ma soprattutto la musica

Procediamo con una specie di introduzione dei due personaggi intorno ai quali gira tutto il film come un vinile nel giradischi (questa è una similitudine da due spicci che puoi prendere o lasciare, dettata dalla quantità di rock’n’roll retro contenuta nel film, ma anche dal movimento della macchina da presa nella sequenza di apertura nel film, che gira gira gira).

La favola di Adamo ed Eva

Tilda Swinton è Eve, un vampiro ottimista e generalmente vitale, che ama la letteratura in tutte le lingue e ballare classici dimenticati del rock’n’roll anni ‘60. Indossa vestiti damascati tendenti al bianco e ha più energia quando si sveglia la notte di quanta non abbia io dopo due ristretti. Risponde alle tendenze depressive di Adam con una simpatica dose di “get over it”, e sbaraglia le discussioni su come si fanno i personaggi femminili interessanti nel cinema (che guardo caso sono spesso interpretati da Cate Blanchett, Emma Thompson, o ahem, Tilda Swinton quando non fa la mamma di Kevin).

Tom Hiddleston è Adam, un vampiro depresso e malinconico che compone prog-rock di culto, dopo un passato da ghost writer per vari pezzi grossi della storia della musica. Colleziona chitarre e strumenti a corde antichi – tutte gli strumenti vintage che si vedono nel film sono modelli originali, preparatevi a pulirvi la bavetta davanti a un paio di Gretsch e Rickenbacker, e a piangere la fine di una sei corde classica del primo novecento. Jim Jarmusch ha descritto il personaggio a Tom H come “Hamlet as played by Syd Barrett”; non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non magari che Tom H è piuttosto sdraiabile anche quando fa il depresso malinconico. (La colonna sonora del film è in buona parte opera del gruppo di Jim Jarmusch. Si ascolta qui sotto.)

Adam e Eve si amano da secoli (perché per forza con quei nomi se non siete archetipi voi ditemi un po’) ma vivono rispettivamente a Detroit e Tangeri (perché vista e considerata l’eternità che sarà mai una relazione a distanza per qualche anno). Ora, Detroit e Tangeri: due città dal passato imperiale, centri di produzione e creazione tra i più vivaci al mondo, industria e musica mano nella mano, diversità culturale e sociale come se piovesse. E poi via: un crollo economico, un movimento sociale, un battito di ciglia lungo un decennio o giù di lì, e Detroit e Tangeri diventano due avamposti in rovina, due città fantasma, vuote, disabitate.

I vampiri guidano un’auto vintage in giro per Detroit di notte, e Jarmusch rivela la bellezza dei cinema abbandonati diventati parcheggi, dei mattoni e del ferro nelle fondamenta esposte, degli edifici precari e in punto di morte. I vampiri camminano per le strade di Tangeri trasportando contenitori di sangue, e Jarmusch cita una scena di In the Mood For Love (che altro non è se un film sul contrasto tra la permanenza della memoria dei luoghi e l’insostenibile impermanenza degli amanti, e sul portare gli occhiali da sole di notte), e tu senti il sapore di sale nell’aria notturna, la sabbia nel vento, e percepisci uno sgretolarsi lentissimo degli edifici in riva al mediterraneo.

[Intervallo: la suddetta scena di In the Mood for Love, perché è sempre giusto.]

C’è del magico sublime nelle rovine e non lo scopro né io adesso né Jarmusch, nemmeno i poeti Romantici che piacciono tanto a me quanto a entrambi i personaggi. Pensi a come sarebbe aver visto le guerre puniche, e giocare a scacchi con Byron o bere vinaccio con Poe ed essere ancora qui a raccontarlo. Cominci a farti un’idea che il passare del tempo pesi parecchio, a come si debbano sentire i luoghi e le cose inutili che rimangono lì dopo lo scorrere delle faccende umane, e immagini che il senso di superiorità che ci potrebbe dare l’aver vissuto per secoli è una forma di ennui crepuscolare difficile da superare. 

Ok, sì, l’esistenzialismo sta diventando pesante. Allora dico anche che Only Lovers Left Alive è una commedia e una bella paraculata, che punzecchia non solo i film di vampiri che si prendono molto sul serio, ma anche gli hipster fissati con la tecnologia vintage, il gusto del ruin-porn, l’Orientalismo, quelli che credono nel complotto di Shakespeare (di cui ti ho parlato nella recensione di Anonymous), e il cinema in toto a colpi di battutacce e freddure. La mia preferita è una scena in cui Adam scopre un improbabile quartetto di amanite rosse e bianche cresciute tra la sterpaglia del suo “giardino” nella stagione sbagliata, e serissimo osserva: “it just goes to show, we don’t know shit about fungi.” Fatemene una maglietta NAU.

Ora dico una poesia che mi è venuta in mente mentre guardavo il film:

I.
Our kiss is a secret handshake, a password.
We love like spies, like bruised prize fighters,
Like children building tree houses.
Our love is serious business.
One look from you and my spine reincarnates as kite string.
When I hesitate to hold your hand,
it is because to know is to be responsible for knowing.

II.
There is no clean way to enter
the heavy machinery of the heart.
Just jagged cutthroat questions.
Just the glitter and blood production.

III.
The truth is this:
My love for you is the only empire
I will ever build.
When it falls,
as all empires do,
my career in empire building will be over.
I will retreat to an island.
I will dabble in the vacation-hut industry.
I will skulk about the private libraries and public parks.
I will fold the clean clothes.
I will wash the dishes.
I will never again dream of having the whole world.

[Mindy Nettifee, “This is the Nonsense of Love” ]

Ecco, questa cosa mi è venuta in mente perché Only Lovers Left Alive è più di qualsiasi altra cosa un film sull’amore come prova di resistenza contro il logorio del tempo.

Dice la poesia che l’assurdità dell’amore è costruire un impero intorno al proprio amato, circondarlo di cose straordinarie scintillanti e sanguinolente, viaggi nel tempo, avventure per spie e reincarnazioni fantastiche. Ma poi un giorno l’amore finisce, qualcosa cambia, e l’impero crolla – perché crollare è la cosa che gli imperi tendono a fare  – e quindi basta, dopo il crollo dell’impero non c’è più nulla, o c’è solo da lavare i piatti. L’impero dell’amore è finito, andate in pace.

Only Lovers Left Alive

Nel film di Jarmusch gli unici amanti rimasti vivi sono non-morti. Sono Adamo ed Eva, distruttori del paradiso terrestre, creatori della vita in terra. Sono Adamo ed Eva, che si amano lo stesso anche quando fanno cazzate. Sono Adamo ed Eva che nonostante la rottura di palle del volo notturno e la coincidenza a Madrid prendono un aereo per rivedersi e stare insieme non solo su Skype (sì sono vampiri che usano Skype). Per quanto mi riguarda la meravigliosa assurdità dell’amore tra umani ha molto più queste fattezze che quelle descritte nella poesia: è guardare gli imperi crollare e poi avere l’immaginazione e la forza di pianificarne dei nuovi. L’amore è accettare che a volte si pensa di star costruendo una cattedrale e invece è bungalow. L’amore è adattarsi a vivere nelle rovine e trovarle anche belle. L’amore è resistere al tempo, coltivare un giardino, farsi sorprendere dal mistero che è l’esistenza dei funghi (specie se, come me, ai funghi sei molto allergica). 

I personaggi di Jarmusch sono quasi sempre gli ultimi superstiti della loro specie. È questo che li rende bizzarri, speciali e immortali. Ma questi amanti-vampiri, gli ultimi amanti rimasti vivi, sono molto più normali. È questo che li rende umani.

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Non un’altra recensione di Drive.

No, davvero, non è un’altra recensione di Drive, solo un altro post su Drive, solo un altro flusso di conscienza sul film che pare piacere a tutti. Per annoiarvi meno cliccate qua sotto prima della lettura, ci sta A Real Hero dei College feat. Electric Youth, la canzone più bella del film.

Drive m’è sembrato un film di Jarmusch.
Drive m’è sembrato un film di Jarmusch girato sotto acido.
Una famosa massima di Jarmusch dice l’autenticità è inestimabile, l’originalità è inesistente. Significa che far cose nuove non si può più ma cose uniche sì. Affermazione discutibile, vero, ma che racchiude un’indubbia verità.
Autentico significa d’autore certo, d’autore certo significa che nessun altro avrebbe potuto farlo.
Fare film d’autore significa fare film autentici.
Drive è un autentico film d’autore.
Una roba che hanno già detto tutti è che Drive l’avrebbe potuto girare solo Refn e chiunque altro avrebbe solo fatto un gran pasticcio.
Justin Lin, troppe macchine.
Tarantino, troppe parole.
Bay, troppo rumore.
Cronenberg, troppo sesso.
Jarmusch, poco acido.
Refn tra le altre cose è daltonico. I colori che vedete sono tutti suoi, ma non sono i suoi. Chissà come cazzo li vede i suoi film. Chissà se è conscio di cosa vogliano dire titoli di testa rosa shock. Sicuramente sa che vogliono dire pop.
Drive è il film più pop e meno popolare che avete mai visto o che mai vedrete.
E’ quella canzone che piace a tutti ma non dovrebbe piacere a nessuno.
Drive è un film lento, tutto colorato, con un protagonista che parla poco che si innamora di una che parla poco e il corteggiamento è tutto un guardarsi negli occhi in piani sequenza appoggiati su lenti respiri e petti che si gonfiano.
Lui dice dovremmo vederci nel weekend.
Lei non dice niente e inizia a respirare più profondamente.
Drive è tutto lì, nei respiri.
In Drive i respiri si prendono tutto il tempo che vogliono.
Le parole si prendono tutto il tempo che vogliono.
Gosling si prende tutto il tempo che vuole.
Drive è girato in funzione della percezione di Gosling, del suo personaggio che tutti chiamano Driver e che nessuno dovrebbe chiamare Driver.
Chiamatelo lui, Ryan, Scorpione, Eroe, chiamatelo Drive, senza la erre.
Drive è girato in funzione della percezione di Drive perchè ogni cambiamento avviene nella sua testa.
I rallenty, nella testa.
La musica, nella testa.
Il montaggio, nella testa.
In ascensore quando lui la bacia tutto rallenta e la luce cambia.
Nella sequenza più bella che avete visto quest’anno lui la bacia e un ascensore diventa un palcoscenico.
Quando dico che sembra un film girato sotto acido intendo questo, un livello percettivo enfatizzato ed autentico.
Nella sequenza cardine succede una roba che letteralmente capovolge la faccia di Gosling e così tutto il film.
Refn è un autore che ha fatto dell’eroe l’autore reale.
Gosling tra tutti è quello che si distingue perchè con particolarità autentiche.
Gosling è quello con la giacca con lo scorpione.
Nessuno ha una giacca come la sua.
Nessuno ha la giacca con lo scorpione.
Drive è una giacca con lo scorpione.
Una giacca con lo scorpione si innamora di una camicia a maniche lunghe rimboccate, ma è così che funziona.
Lo scorpione si innamora della rana e sappiamo tutti come va a finire.
Poi l’autore diventa attore.
In una sequenza emblematica l’autore sceglie di mettersi una maschera per definire il confine cui è andato incontro e diventare definitivamente attore in una vita che nel momento migliore e in un battito di palpebre ha preso una svolta mai voluta e inevitabile, o sempre evitata.
Quella maschera sul mare sembrava un cazzo di incubo.
In Drive i battiti di palpebre si prendono tutto il tempo che vogliono.
Gli sguardi in Drive sono quello che contano, come i respiri.
Almeno quaranta minuti sono costruiti su questo e sono quaranta minuti che danno senso a qualsiasi cosa. All’ora successiva, alle visioni successive, al giorno dopo la sera al cinema.
Uno sguardo e la scena dopo ha tutto un altro spessore.
Un respiro e non hai bisogno di sentire la risposta.
E poi un battito di palpebre.
Il film finisce e tu se lì con il cuore in gola e gli occhi pieni e vedi lei due sedili più avanti che respira nel tuo stesso modo.
Di sapere il suo nome neanche ne hai bisogno.

Per scrivere sta cosa devo averci messo una ventina di A Real Hero.
Per scrivere sta cosa mi son preso tutto il tempo che ho voluto.