Kairo – 13

Copertina

Ho provato, nei giorni passati, a descrivere una situazione un po’ paradossale in cui mi sono ritrovato qualche sera fa, senza però riuscire a tirarne fuori nulla. Sarebbe stato necessario andare a ripescare dalla sfera privata cose impolverate e, soprattutto, circoscritte ad un numero di persone ben ristretto (due), quindi i miei tentativi di narrazione sono stati limitati da questi particolari e non ne è uscito nulla di buono. Nonostante le difficoltà ad esternare a terzi la situazione appena nominata, ho continuato a prendere pezzi di quel poco di quella sera di cui mi è rimasta memoria per tenere a mente alcuni passaggi e svecchiare la cartella delle cose di quella persona nell’archivio mentale delle interazioni sociali, aggiornare un file con 4 dita di polvere sopra. Cosa scema, ma rilevante: quel giorno suonavano gli Alkaline Trio a Bologna, ossia fare una spunta ad un gruppo che non ho mai visto sulla apposita lista. Al ritorno dal concerto non avevo molta voglia di ascoltare musica, a causa dei volumi da galera del Zona Roveri, però dopo la tappa in autogrill ho acceso la radio e messo su il disco dei Kairo.

La persona che era con me al concerto, la stessa di cui parlavo, si è ‘lamentata’, nel senso che ha sottolineato più volte, quanto le persone al concerto fossero le stesse che popolavano MySpace negli anni d’oro dei ‘festival’ all’Estragon, eccetera (parafraso e leggo fra le righe, non ha specificato quello, ma penso intendesse quel gruppo di eventi in cui si riunivano – ci riunivamo – belli, giovani e simpatici per vedere il concerto e rimanere perplessi davanti a certi personaggioni assurdi, piastrati, supermagri e via dicendo, ben al di fuori della scena così come l’accezione più nobile la considera, quella con le toppe dei gruppi d-beat, del circolo di persone che suonano in 4 gruppi conosciuti tanto da Davide della provincia di Ferrara quanto da gente che li invitava a suonare chissà dove nel sud est asiatico o da altre migliaia di persone, dell’AMD, quella che ho sempre visto da fuori con occhi di ammirazione e gelosia per chi la potesse vivere quotidianamente).
Parlo al passato: mentre ascolto il disco dei Kairo ho nelle orecchie il fischio causatomi dalle casse del concerto del Trio, la voce scocciata della mia compagna di concerto che dice MySpace un tot di volte (e, perdonami, ma all’undicesima volta probabilmente me ne sarei scappato via urlando ‘basta, basta’; fortunatamente ti sei salvata in tempo) e ‘scena’ come interpretante in attesa di referenti che lo riempiano di significati. Ascolto i Kairo e penso all’intervista letta qualche giorno prima al cantante de L’Amo, ai Vacanza e a La Via Degli Astronauti (che non ho mai sentito, ma di cui invidio la ragione sociale – splendida, forse il nome più bello da dare ad un gruppo). Penso che non conosco nulla di questi gruppi/insieme di persone che fanno ‘movimento’, ma che mediamente, chi più e chi meno, mi piacciono tutti. 13 al primo ascolto non mi era piaciuto, poi è cresciuto molto bene, trasmettendomi una sensazione di vecchiaia.

Non proprio vecchiaia, diciamo un paio di domande, come: ‘se avessi qualche anno in meno’, e per anno in meno intendo ‘se fosse ancora qualche anno fa, con le dovute compagnie e situazioni’, questo disco mi avrebbe colpito da subito o no?’. Non riesco ad ascoltarlo collegandomi con il pilota automatico ad una serie di ricordi – ecco, così forse mi avvicino di più alla sensazione -, mi infastidisce la cosa? Sì, certo, ma questo non agisce sul disco, solo su una somma di cose che evidenziano, ad esempio, quanto mi sia chiuso fuori dalle interazioni sociali nell’ultimo anno e mezzo, che a sua volta manda un messaggio al mio ascoltarlo e ne viene influenzato – quindi sì. Fosse stato altrimenti probabilmente il disco lo avrei apprezzato immediatamente. Questa cosa è un po’ forzata, forse, ma la coincidenza ha voluto che i numeri dell’operazione portassero ad una certa somma, per cui la parola ‘inevitabile’ non stride così tanto alle mie orecchie, pensando alle immagini recitate con poche parole nei testi dei Kairo contestualizzate a quella sera.

I Kairo, arrivando finalmente al concreto, suonano emo come lo suonavano, più o meno, i Sore Eyelids. Nervoso e pieno. La forza della formula (e quanto mi fa cagare scrivere cose come ‘la formula’ lo so solo io e adesso pure chi passerà di qua a leggere) è, per le mie orecchie attente ai particolari, capace di mantenere un certo contenimento nella forma (parentesi precedente) del power trio, che lascia possibilità a chi è capace di sfruttarle, ma che può privare parecchio. Ad esempio, la batteria alla fine di Vestiti non ‘stroppia’. Probabilmente un altro gruppo dopo il ponte avrebbe fatto un mezzo blast beat o un’altra cosa Ebullition (con cosa Ebullition spero di essermi fatto capire), invece mantiene un certo rigore in linea con la canzone. Non so, basta un niente per rendere un disco emo o punk melodico più o meno inspirato a, sparo un nome grosso per contenere anche quanto sia uscito dopo sulla linea temporale, i Dag Nasty – ma non che suoni come loro -, uniforme agli altri o fin troppo derivativo, soprattutto adesso nel pieno del botto di gruppi che cercano di riproporre quei suoni, con risultati esagerati e altalenanti. I Kairo giocano con la semplicità all’apparenza, ma i due anni di gestazione del disco, così almeno ho letto a riguardo, si sentono. Non è un disco eccelso, l’ascolto da scrivania non me lo aveva fatto apprezzare, ma ora posso dire che sia una delle cose più genuine, in fatto di nicchia, uscite qui – e un bel disco, senza megaseghe su genere o non genere.

13 fa pensare a pomeriggi troppo caldi con la spiaggia vicina e i vestiti buttati vicino alle pantofole, giusto di fianco del letto. Fa pensare anche a quei giorni di presagi prima di una rottura, quindi rientrano nel cliché del genere piazzandosi nella posizione genuina e più naturale, una costruzione involontariamente non forzata e fatta di ricordi. Ripeto, sono solo pensieri miei venuti alla mente mentre guidavo, dopo una situazione che in una parola facile direi imbarazzante, ma che è tutto l’opposto – ‘magari scomoda’. Forse – anzi, sicuramente – scomoda e distaccata, uno scenario che, considerando la mole di ricordi che avrebbe potuto lanciarmi contro, più quelli dei bei tempi della gioventù riaffiorati con il concerto degli Alkaline Trio, aveva i mattoncini giusti per costruire un’epifania a tutto tondo, un bacino di pensieri alimentati a caffè e autoradio che però non ha mai colpito – e forse non è mai stata lanciata. Ecco il perché della domanda sulla vecchiaia–non vecchiaia.

Ho paura di aver parlato a metà un po’ troppo. Il disco è bello, fidatevi e ascoltatelo qui. Dura poco, l’ho ascoltato due volte tornando dal concerto. La prima solo ascoltandolo, la seconda cantando dietro al volante (tanto non c’era nessuno che mi potesse vedere). Sono i Sore Eyelids, i Grown Ups e/o i Glocca Morra sfamati a Pizza con la P e non a Pizza Hut.