Top Film 2013 – GiorgioP

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Partiamo da su?
Partiamo da su. Mani basse per la Bigelow, l’ho pensato da subito che passare Zero Dark Thirty voleva dire tirare fuori qualcosa di mostruoso, Cuàron e Carax ci sono riusciti, quasi. Il primo con una cosa semplice ma mastodontica, il secondo con un’opera e meta e autocelebratoria per il cinema e autoreferenziale (in senso buono e cattivo) sulle arti e i personaggi in cerca d’autore. Stiamo parlando comunque di tre capolavori, niente di meno.
La vita d’Adele è il film che dici “se lo vedo sto male”, lo vedi stai male (tanto) e però vedi una roba fatta di delicatezza e una delle più belle sintesi di cosa sia l’amore sul grande schermo.
Solo Dio perdona, Refn manco, stracriticato, anche da me eppure è uno dei film che più mi sono portato dietro come sensazioni, immagini e dolori di pancia. Se uno fa un film così, con difetti e pregi e lascia questo ha raggiunto il risultato, almeno per me. La grande bellezza è l’ennesimo grande Sorrentino (a tratti debortante, il problema a volte non era il film in sè ma il “troppa roba”) e Pacific Rim il film per tornare ragazzini, robottoni e mostroni messi lì da uno che è più ragazzino di tutti noi messi insieme (daje Guillermo!). Stoker il film dove la classe ha vinto tutto e Silver Linings Playbook è l’innamoramento numero uno dell’anno. Flight il film che forse non ti aspetti da Zemeckis ma che alla fine non sai quanti l’avrebbero fatto un film così, The World’s End la chiusura della trilogia del Cornetto di Wright, un pochino sotto le aspettative visti gli altri due ma è come se saluti degli amici, che gli stai a dì che la borsa non è un granchè? Side Effects forse il più bello degli ultimi sei film di Soderbergh e Spring Breakers il film che molti tacceranno come “abboccamento Korine”, per me film manifesto del disagio nichilista adolescenziale americano, di questo livello ne ho visti pochi. Sarà che sbaglio io.
The Master è forse la prima mezza toppa di Paul Thomas Anderson ma quelle tre quattro cose grosse sono veramente grosse e alzano il livello. Dans la Maison è una roba d’alta classe di quel grandissimo stronzo di Ozon, Prisoners sembra quasi l’appendice meta e del disagio di Zodiac, Villeneuve leva dieci anni di vita a film però oh, che gli vuoi dire. Django Unchained per me Tarantino un po’ sotto le aspettative, però gli omaggi ci piacciono sempre ed è un omaggio a suo modo al western spaghetti, famo che però mo famo altro eh? The Canyons per me innamoramento numero due dell’anno, freddo, asettico e minimale, però roba grossa. This is the end spero che lo ricorderemo per la chiusura di un cerchio (i ragazzi dell’Apatow pack a un certo punto sembrano na setta, basta) e Frankenweenie un gioiellino Burtoniano a cui non siamo abituati da un bel po’.

Mo mandateme affanculo anche nei commenti, buon anno nuovo

Molto più di zero

É complicato a volte parlare e scrivere di film, di quelli di Kathryn Bigelow poi (per enne motivi) é complicato il doppio.
E per James Cameron e perché gira film “da uomini” e perché ha un volume di coglioni sotto che se desse uno schiaffo Tyson probabilmente quello non si alzerebbe più.
Quello che però la Bigelow ancora non aveva trovato era un suo alter ego da mettere di fronte alla camera. Una metafora fisica di quella che é la sua carriera cinematografica trasformata in personaggio e storia. Come del resto non considerare tale la storia dell’uno contro tutti di Maya nella ricerca di Bin Laden, in un mondo di quasi solo uomini (con quelle limitazioni evidenti e presumibili), un’indole che supera e la situazione proibitiva e diventa quasi un paradosso dell’adattabilità al mondo esterno.
Un adattamento per conflitto aspro e senza tregua e con la fermezza quasi khomeinista delle proprie convinzioni e del proprio ruolo.
Jessica Chastainin Zero Dark Thirty  é un po’tutto questo oltre che una grandissima attrice che stra merita l’oscar o almeno un riconoscimento di status, un personaggio che non si tira mai indietro che da sola traina una ricerca, un’utopia. Incarna perfettamente la tenacia, la sfida e la non arrendevolezza delle proprie convinzioni, chè se la strada è quella giusta non è  che se abbia un sesso cambi qualcosa.
Il film é tutto questo una serie enorme di sequenze interlocutorie e strizza budella per tensione che ottengono l’effetto di non mollare mai lo spettatore, non lo lasciano con domande e soprattutte gli lasciano ben chiaro (sì che sappiamo come finisce poi sta storia) la giustezza delle ragioni e dei modi dove sono. Un passo oltre The Hurt Locker, un thriller storico seduto alla scrivania. E non è una cosa semplice.
La Bigelow dal canto suo arriva alla summa finale del suo cinema, mettendo il punto sul suo cinema e sul suo discorso stilistico, a suo modo rivoluzionario, indomito e con due coglioni così

I’m the motherf**ker that found this place, sir

zerodarkjessica1

Bestiario moderno e Fenomenologia di Waltz

Parte I. Bestiario Moderno

Impero Romano: un coguaro attacca un teenager

Che cos’è un ‘cougar’? E’ un coguaro, un grosso felino della famiglia Puma, che comprende puma concolor e puma yagouaroundi. Fin qui tutto liscio. Andiamo avanti col bestiario.

Impero Americano: una coguara attacca un teenager

Che cos’è una ‘cougar’? No, non è una femmina di puma, bensì un termine spregiativo dello slang Americano che indica una donna sulla tarda quarantina che sta con un uomo più giovane. Per intenderci, l’etichetta viene appiccicata con scioltezza a Demi Moore (47 anni portati bene con l’aiuto del botulino), che sta insieme ad Ashton Kutcher (31 anni e una grossa mancanza di talento come attore, ma gli si vuol bene lo stesso).

Secondo concetto importante: in una serie televisiva chiamata Cougar Town, la quarantacinquenne Courteney Cox (che ricorderete come Monica di Friends, anche perché nella sua carriera, oltre a farsi odiare da TUTTE le Springsteeniane eterosessuali del pianeta per essere stata la ragazza che si spupazza il bel Bruce nel video di Dancing in the Dark, non è che abbia poi concluso granché) interpreta una donna sui quaranta recentemente divorziata che per recuperare la gioventù che ha perso a stare dietro al figlio che ha avuto a 20 anni, ora si trastulla con giovanotti under-35. La serie è francamente piuttosto squallida e retrograda e non ve la consiglio, ma tenete in mente il concetto. Mi state ancora seguendo? Grazie. Procediamo quindi con l’evoluzione della specie.

"It's well and kosher to say you don't understand but this is for Holland-Dozier-Holland!"

Che cos’è un ‘mougar’? E’ una parola inventata che sarebbe una combinazione di ‘maschio’ e ‘cougar’. Se siete stati attenti fin qui, avrete già capito: un ‘mougar’ è un uomo sui 45-50 che esce con donne under-30. (Io l’ho scoperto così.) Problemino di linguistica: se nella situazione ‘cougar’ è il significato culturale della parola ad essere orripilante, nel caso di ‘mougar’ anche il significante non scherza. Senza stare a scomodare Ferdinand de Saussure, ‘mougar’ è una parola brutta e posticcia, e in quanto tale non attacca nell’uso quotidiano. L’uomo maturo con compagna giovane si chiamava sugar-daddy nel secolo scorso, ‘silver fox’, o anche Humbert Humbert nei casi più estremi (ma qui si parla di cose legali, non di perversioni pedofile), e anche qui altri termini brutti e poco usati nel linguaggio corrente.

Ma è non solo linguistica zoologica; ovviamente è anche una questione culturale. Perché da che mondo è mondo, il ‘volpone argentato’ che si accompagna a giovani donzelle non è mai stato scandaloso, anzi. Guia Soncini dice che il fatto che non ci sia un termine corrente per descrivere il maschio ‘cougar’ è perchè l’uomo maturo con donna giovane viene da “una tradizione molto più solida”. E cita Nancy Meyers, “la regista di È complicato, che non casualmente ha sessant’anni e un ex marito ora sposato con una donna più giovane, ride: ‘Certo che non c’è una parola per gli uomini che stanno con donne più giovani: si chiamano ‘uomini’”.

In poche parole, stiamo tranquilli che per tutti i Jack Nicholson, Ronnie Wood, e Harrison Ford che ci sono in giro, Mougar Town è una serie che non si farà mai, perché mentre fa ridere (ma anche no) guardare Courteney Cox sull’orlo della menopausa che fa figuracce tremende saltando addosso ai compagnucci di college del figlio, e viene ritualmente umiliata per non sapere comportarsi come detterebbe la sua età secondo i canoni della borghesia di periferia Americana, l’equivalente maschile della situazione finirebbe inevitabilmente a pacche sulle spalle e cinque alti per il Casanova di mezza età.

Stiamo a un livello di politica dei sessi che Jane Austen al confronto era una rivoluzionaria Zapatista. Ma questa è roba vecchia, e visto che sono “la contributor più macho di Junkiepop” (cit.) non è da me predicare del femminismo spicciolo. Le cose si fanno più interessanti quando ci si trova davanti al fenomeno Christoph Waltz, ovvero il vero argomento della vostra dose settimanale di logorrea byronica.

Parte II. Fenomenologia di Christoph Waltz

Interludio: piccolo valzer viennese

(Interludio: Christoph Waltz, 53 anni, è un attore rampollo di quattro generazioni di teatranti Viennesi, che si è fatto per circa una trentina d’anni un mazzo tanto in teatro e nel mediocre mondo delle fiction di polizia Tedesche; vi risparmio i dettagli, ma sappiate che dal 1970 il popolo Germanico in massa si riunisce tutte le Domeniche davanti alla TV dopo il rituale Tagesschau delle 8, a guardare il tradizionale episodio settimanale di Tatort – una specie di ‘CSI: Deutschland’ low budget.

L'Ispettore Rex posa per il paginone centrale del Bestiario delle Fiction di Polizia Tedesche

Dell’ Ispettore Derrick e del Commissario Rex non vi devo spiegare nulla: Christoph Waltz ha fatto vari episodi anche di quelli (la sua puntata di Rex è gloriosamente trash), per poi finire, con la proverbiale botta di culo, a fare un provino per uno dei personaggi più impressionanti della storia del cinema in Inglourious Basterds di Quentin Tarantino, e a vincere un meritatissimo Oscar per Miglior Attore non Protagonista per la sua interpretazione del SS-Standartenführer Hans Landa. Risultato: in questi giorni Christoph Waltz è dappertutto – film con Robert Pattinson, blockbuster tratti da fumetti diretti da Michel Gondry, servizi di moda su Vogue, talk show con Charlie Rose, Jay Leno e David Letterman (che è un po’ più come giocare a tennis con Boris Becker che come andare a La Vita in Diretta), e ha annunciato il suo primo film da sceneggiatore e regista. Se se la gioca bene è arrivato. Bravo. Fine interludio.)

"Ma vedi, George, insieme alla Περιπέτεια è la Κάθαρσις la parte più importante della Tragedia. Spiegaglielo tu a Elisabetta."

Ora, Christoph Waltz, che è quindi un attore con tutti i crismi – la genealogia, il talento, la gavetta, il curriculum – è anche chiaramente un uomo intelligente, sagace, colto, capace di esprimere opinioni personali e complesse in tre lingue senza grandi sforzi mentali, dotato di senso dell’umorismo, un modo di fare elegante e sofisticato, e un’indubitabile consapevolezza di essere piuttosto attraente. (Mai sottovalutare un uomo che sa di essere attraente.)

Non scherziamo, non è roba da teatrante medio (fidatevi), e soprattutto non è roba da attore medio di Hollywood (provateci voi a parlare delle tre unità del teatro tragico secondo Aristotele con George Clooney. Quello mi passa i pomeriggi con la Canalis, perdio, immaginatevi la conversazione. Senza contare che da dove l’ho vista e sentita parlare io, l’Inglese della Canalis sta a “the cat is on the table. Er cane se lo sta a magnà!”). Insomma, una volta tanto il materiale per il successo c’è tutto e anche le motivazioni a giustifica dell’idolatria.

Persino io che del film di Tarantino non vado matta, da quando si è fatto crescere la barba e l’ho sentito parlare senza copione ho una cotta per Christoph Waltz che fa provincia. E non sono la sola: su Facebook ha 30.143+ fans. Su Tumblr c’è una roba tipo 4000 entries cercando il suo nome. La cosa curiosa è che a) l’età media di Tumblr è circa 18 anni; b) più della metà dei 2.000.000 di blogger sulla piattaforma Tumblr sono ragazze. Molto grezzamente, perché le statistiche non sono la mia specialità, a me sembra che il grosso della fanbase di Christoph Waltz siano ragazzine. Il fatto è che andando a guardare bene, tanti post su Christoph Waltz scritti da giovani donne adulanti non ne considerano il ‘Wiener Charme’ o il livello intellettuale, no, per la maggior parte sono post scritti da teenager sbavanti e viaggiano su questi piani:

a) Mi fai sangue (=sei gnocco e ti desidero fisicamente).
b) Mi fai sangue anche se hai l’età di mio nonno.
c) Nell’unico tuo film che ho visto indossi un’uniforme Nazista, quindi mi fai sangue anche se hai l’età di mio nonno.

E tutto ciò era ben prima della ‘situazione Der Humpink‘. (Altro spiegone: Der Humpink è uno sketch televisivo che Waltz ha girato come partecipazione al Jimmy Kimmel Live Show. Lo sketch è uno spoof di un inspiegabile siparietto comico russo degli anni ’70 (che potete vedere qui se ne avete il coraggio), in cui Waltz oltre che cantare e ballare dà una dimostrazione “non metaforica” della parola humping. E riesce a rimanere figo lo stesso, persino in Lederhosen.) Esce il nuovo video di Lady GaGa, qualcuno ne fa immediatamente un meme mash-up con Der Humpink. Siamo a questi livelli di iconografia pop spicciola.

In poche parole, questo è un uomo maturo che dalle ragazzine viene trattato come un paginone centrale di Playgirl, come un New Kid on the Block dei tempi andati, o uno Zac Efron cresciuto. Hanno anche le magliette. Giuro. Ma perché?

No grazie, le avances esplicite mi rendono nervoso

La cosa dell’uniforme Nazista non me la bevo. Alla fine se una proprio ha quella fantasia lì da soddisfare, c’è sempre il buon Thomas Kretschmann (typecast as a Nazi since 1962) – ma poi i Nazisti li fanno sempre fighi nei film, guardate Ralph Fiennes, Ed Norton, e persino Eddie Izzard. Ma Waltz suscita emozioni forti anche senza divisa: a quanto pare alla festa pre-Oscar di Harvey Weinstein, una giovane bionda misteriosa gli avrebbe offerto uno *strudel con panna* (gratutito eufemismo porno del giorno, chiedo venia) che lui ha educatamente rifiutato.

Quindi ok, ritorniamo al fascino dell’uomo maturo. Sarà per caso che le ragazzine hanno la ‘fantasia del moguaro’? Waltz è fidanzato in casa da dieci anni con una normalissima costumista Tedesca quarantenne, con la quale ha una bambina (e ha anche altri tre figli tra il teenager e l’adulto da un matrimonio precedente, per la cronaca). Sia chiaro che nessuno qui gli sta dando del moguaro nella vita, ma sarà mica che ste ragazzine proiettano una specie di fissazione per un tipo su di lui? E quindi, oddio, diventeranno mica aggressive e pericolose come le quarantenni-coguare? Sorge quindi la necessità di domare questo temibile esemplare di giovane femmina.

"Haben Sie mich gerade MOUGAR genannt?!"

Come si fa? Con la psicologia da parrucchiera (‘poverina, ha chiaramente una fissazione col padre’), o con una semplice etichetta linguistica che la faccia sembrare meno complessa di quel che è, trovando motivazioni terra-terra al suo comportamento. Come si chiamerà quindi nel bestiario popolare moderno la specie di ragazza che stravede per un uomo più vecchio? State pensando a una cerbiattina indifesa che ha bisogno di una figura paterna? A una femmina di mustelide aggressiva e parassitica? Alla mantide religiosa? Sbagliato. Si chiama ‘gold-digger’, cercatrice d’oro. Per parafrasare la cara Jane Austen, il concetto implicito è che è una fatto universalmente riconosciuto che una ragazzina sia in cerca di “uno scapolo in possesso di un solido patrimonio”, e che quindi un uomo maturo abbia a disposizione mezzi più concreti di quelli dei coetanei. Ma neanche questa me la bevo. In fondo nessuna di queste ragazze sta cercando un marito Austriaco: quello che gli farebbero non comporta né un pre-nuptial agreement, né la scelta delle tendine per la cucina. (PS: Una fa le ricerche, scrive un post ragionato, e poi scopre che certe cose si scriverebbero anche da sole. Una di queste ragazze mi ha fatto notare che, per anticipare l’etichetta zoologica e quindi prendere in mano la situazione, loro stesse hanno deciso di coniare il termine ‘baby panther’.)

Ma dico io, che male ci sarà se le giovani donne si attaccano a un modello maschile del genere – vedi sopra: mens sana in corpore sano, e con materia grigia tra le orecchie – e se naturalmente pastorizzano la cotta in modi da ragazzine? Non è comunque meglio di sbavare appresso a certe sottospecie di attori cani, musicisti razzisti, vampiri lessi, tronisti e calciatori? Non è un bene che si rendano anche conto che l’arroganza della tenera età non è tutto, e che si può invecchiare e rimanere svegli e interessanti – e che quindi non tutti gli adulti sono cazzoni quanto loro credano? E poi insomma, se per caso una ragazzina si fissa con un certo attore piuttosto colto, e per caso le viene in mente di andarsi a leggere di che cosa sta parlando quando cita Aristotele o Brecht, e per caso comincia a interessarsi seriamente alla cosa, dà poi così tanto fastidio?

Ceci n'est pas une proposition indécente

Una risposta a queste domande non ce l’ho, ma giunti a questo punto vorrei fare un appello pubblico a Herr Waltz. Senta, io una ragazzina non sono più, e non sono in cerca di uno scapolo da sposare (un Tedesco con cui guardare Tatort la Domenica sera ce l’ho già). Ma se per caso le interessasse, invece che dell’adorazione come oggetto di fantasie non propriamente kosher, una conversazione su Thomas Bernhard e Bruno Bettelheim, o su Shakespeare e Chekhov, io sono piuttosto versata sull’argomento. Vielleicht könnten wir auf Deutsch uns unterhalten, oder in mon Français plutôt terrible, or in English of course, pero también en Español si usted quiere, o persino in quel suo buffissimo ‘fake Italian’. Magari potrebbe anche insegnarmi a ballare il valzer, che con quel suo bel nome mi sa che è capace, e poi lei è Viennese scusi, se non lo sa ballare lei il valzer, allora chi? Faccio anche una Sachertorte da paura. Su, non sia timido, mi chiami.

Shoot like a man

Tre cose che avrete sentito dire in questi giorni:

Kathryn Bigelow è l’ex moglie di James Cameron.
Kathryn Bigelow è il regista più macho di Hollywood.
Kathryn Bigelow è la prima donna a vincere un Oscar per la regia.

Sono sopravvisuta a un matrimonio con Barbablù

Niente panico: questo post (obiettivamente adulatorio e congratulatorio) su Kathryn Bigelow non vi tedierà ulteriormente ripetendo queste cose.

In primo luogo perché per me James Cameron è sempre stato una specie di Barbablù, un pazzo posseduto da varie manie distruttive, e se è vera la storia della crew di The Abyss che, dopo mesi di fatiche, soprusi dittatoriali, e incidenti sul set durante la lavorazione del film, alla festa per l’ultimo ciak preparò le magliette per tutti con scritto I survived a James Cameron movie, allora a Kathryn Bigelow (che con lui ha condiviso non solo il set ma anche il letto) dovrebbero fare un abitino di seta con la stessa frase ricamata in filo d’oro. James Cameron quindi lo lasciamo a raccogliere le Puffbacche nel suo bel mondo blu insieme alla sua (preoccupantemente magra) terza moglie. (Se poi volete ridere, qui Nanni Cobretti tira fuori gli scheletri dall’armadio di casa Cameron.)

Parliamo quindi di Kathryn Bigelow, che fa film da maschiacci e vince ambitissimi premi. Qui a casa mia abbiamo festeggiato alla grande per questa vittoria meritatissima, non tanto per un discorso di cromosomi XX, quote rosa, mimose dell’8 Marzo, liberté egalité, hey-sister-soul-sister, anche se questa è un po’ la vittoria di tutte noi bambine che preferivano giocare con Goldrake e i Lego piuttosto che con la Barbie. (Io e mio fratello facevamo un gioco bellissimo con le Barbie che mi regalava mio nonno: le attaccavamo al pavimento del corridoio col biadesivo e poi facevamo le gare con le macchinine telecomandate in giro per casa per vedere chi arrivava primo a investirle sul rettilineo. Fuck yeah.)

Ma parliamo di cinema. Posto che la regia è un lavoro di merda (fidatevi, parlo anche per esperienza), una Kathryn Bigelow che dice: “I suppose I like to think of myself as a film-maker, rather than a female film-maker” è un gran bel segno. Una volta dettosi che comunque la parità (non l’uguaglianza) tra i sessi si otterrà quando non si dovrà specificare il sesso/l’orientamento sessuale/la razza/la religione/il cereale da colazione preferito di autori/registi/cantanti/artisti per descriverne l’opera o celebrarne il successo, facciamo un paio di considerazioni.

As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster.

As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster.

Esistono due tipi di registi: quelli capaci e quelli incapaci. L’essere maschio o femmina nell’equazione non c’entra. Per esempio Jane Campion – tradizionalmente additata come regista femminista – è una regista capace quanto il maschilissimo Martin Scorsese. Dipende un po’ dai gusti personali se uno preferisce andare a vedere Lezioni di Piano o Quei Bravi Ragazzi, ma non venitemi a dire che Bright Star è un film palloso perché è diretto male, o che L’Età dell’Innocenza è uno Scorsese da femmine perché non si spara e nessuno dice ‘cazzo’. (Che poi a guardarci bene Lezioni di Piano e Quei Bravi Ragazzi hanno lo stesso tema e cioè lo studio della crescita di un individuo in gruppi sociali con regole rigide e complesse, quasi fossero lo stesso film.)

In entrambe le categorie (capaci e incapaci), è possibile individuare due tipologie operative:

Das ist ein Bingo!

la prima è quella dei registi che mettono tutto al servizio della realizzazione della loro visione (tipo Hitchcock, Herzog, Welles – tre dei miei registi preferiti – e anche Cameron. Ah, no, avevo detto che non ne parlavo, ok); la seconda è quella dei registi che giocano in squadra, e che per portare alla luce una storia si basano sulla collaborazione di un team fidato, selezionato e guidato a seconda del progetto (i fratelli Coen, Fellini, Spike Lee, persino Quentin Tarantino).

Aggiungiamo un’ovvia postilla che non sempre sono i registi capaci a vincere i premi: Alejandro González “Morte-del-Cinema” Iñárritu vince un sacco di premi ma io lo metterei alla gogna, mentre Michael Haneke, che ha fatto la regia più bella, austera e intelligente del mondo per Das weiße Band agli Oscar quest’anno non se l’è cagato nessuno – probabilmente perché avevano già premiato un Austriaco, se ne premiavano due quelli si montavano la testa e invadevano la Polonia. (Sopra, un’immagine di un premiato Austriaco – perchè è troppo figo.)

Kathryn Bigelow è quindi sì una donna, ma soprattutto è una regista capace, e una regista collaborativa. A prendere l’Oscar per Best Film per Hurt Locker c’erano sul palco sette persone: un produttore, uno scrittore/produttore/compagno della regista, la regista, quattro attori. Ma non solo. Kathryn Bigelow è una rarità, perché nel mezzo del panorama post-moderno del cinema di inizio secolo è un(/a/’) auteur nel senso classico: i suoi film hanno temi ricorrenti (l’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, e lo studio dei gender roles di uomini e donne d’azione) e uno stile inconfondibile (veloce ed esplosivo, pieno di suoni e di colori forti).

Metafore del Capitalismo Reaganiano

Kathryn Bigelow è anche una pittrice, un’artista concettuale, e una laureata in teoria e critica del cinema, preparata con tutti gli strumenti semiotici-costruttivisti-Lacaniani che piacciono tanto a noi Dottorini, perché ci permettono di gudagnarci la pagnotta scrivendo articoli dal titolo “Point Break come metafora del Capitalismo Reaganiano”, mentre la faccetta insipida di Keanu Reeves ci ricorda che alla fine è tutta una scusa per immaginarsi a fare i surfisti rapinatori nelle spiagge della Baja California, o un anche che è un bel regalo da parte del cinema poter rivedere Patrick Swayze biondo, bello, e di gentile aspetto, che va a incontrare la morte non in un letto di ospedale, ma tra le onde di un pomeriggio da leoni.

A Kathryn Bigelow sono anche tanto grata per aver dato a uno dei miei attori feticcio la possibilità di fare un ruolo diverso dal Nazista dagli occhi di ghiaccio/il paziente Inglese-Ungherese dal cuore di ghiaccio/il Russo dalla mente di ghiaccio/altre nazionalità assortite+organi in ghiaccio a scelta. Grazie, Kathryn Bigelow, per Lenny Nero, lo spacciatore di droghe virtuali di Strange Days. Grazie, Kathryn Bigelow, per Ralph Fiennes cyberpunk con i capelli lunghi, le basette sfilate e la barba incolta, per i pantaloni in pelle e il cappotto a tre quarti, per le camicie in seta a fantasia floreale e le deliranti cravatte, e per aver creduto che il nostro caro Rafie quando ha messo sul CV che era capace di fare l’accento Californiano fosse capace veramente. I miei quindici anni sono stati un momento meraviglioso.

Hai mai geccato?

Hai mai geccato? Hai mai filo-viaggiato?

Strange Days se non l’avete visto non sapete che vi perdete. E’ il film di science-fiction più umano che abbia mai visto, parla di mal d’amore e di dipendenza dalla memoria, di come a volte si viva in mezzo a milioni di persone completamente soli senza accorgersi degli altri, e del fatto che la tecnologia sta continuando a progredire ma gli esseri umani no. (Nanni Moretti se l’è presa a morte, ma per me non l’ha capito, e poi Strange Days ha sofferto brutalmente i danni del doppiaggio Italiano. Voi vedetelo coi sottotitoli.)

Se questo non vi basta vi posso indirizzare a una brillante analisi della sequenza di apertura del film – anche per darvi una dimostrazione delle qualità tecniche del cinema di Kathryn Bigelow: piani-sequenza come se piovesse, editing combinato di film e video, camera a spalla, eat your heart out Zack Snyder. Se ancora non siete convinti aggiungo un’Angela Bassett stracatagnocca che fa la personal bodyguard e pesta la gente, e anche una Juliette Lewis in gran forma che canta cover di P.J.Harvey con addosso ben poco (che poi se vogliamo dirla tutta forse Juliette Lewis aveva pensato al personaggio come a una Courtney Love del periodo migliore, ma per come sta messa ora sembra una cattiveria ricordarla com’era. Inserire qui la battuta “Guàrdate com’eri, guàrdate come sei: me pari tu’ zio!”*).

Altre cose di Kathryn Bigelow che vi potrebbero piacere: Near Dark è sempre un gran bel Western/Vampire movie mash-up ante-litteram, per la serie: con tutta sta new wave di vampiri all’acqua di rose fa solo bene rivisitare certe scene di crimini anni ’80. Blue Steel anche andrebbe recuperato: non me lo ricordo bene, ma è un bel poliziesco anche se un po’ datato, con una Jamie Lee Curtis vintage che spacca, altroché.

Ban the bomb, Tovarisch

K-19: The Widowmaker per me è un film sottovalutato: c’è grande maestria nella rappresentazione realistica dell’eponimo sottomarino Sovietico, e una certa follia claustrofobica nell’uso della macchina da presa che ricorda un po’ James Cameron. Che più o meno moriranno tutti si sa già dall’inizio (d’altronde la combinazione Guerra Fredda +politiche del Soviet+sottomarino+armi nucleari ha raramente un lieto fine), e Harrison Ford e Liam Neeson hanno due accenti che più che da Minsk sembrano provenire con la Transiberiana direttamente dai peggiori bar de L’Havana, con coincidenza a Cork e circumnavigando Melbourne, ma il cast di supporto fa un lavoro meraviglioso – e non lo dico solo perché ci sono il piccolo Peter Saarsgard e anche un altro dei miei attori preferiti (ma tutte le sue battute sono state tagliate in montaggio, sigh). Bellissima la scena della partita di calcio sul ghiaccio, con i primi piani dell’equipaggio – una vera e propria band of brothers – che coglie in pieno lo spirito della storia e l’assurdità della morte inutile al servizio dell’ideologia.

War is a drug

Di The Hurt Locker potrei dire tanto. La cosa più importante è che è un gran bel film, piccolo, gestito alla perfezione, con un passo furioso e tesissimo. Non è, a differenza di tante cose che si leggono, un film sulla guerra in Iraq. Continuo a ripetere questa cosa come una specie di Cassandra autistica, ma se ci pensate in luce del discorso “Kathryn Bigelow è un(/a/’) auteur“, anche Hurt Locker è un film “sull’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, il ruolo dell’action man”, etc. (D’altronde è un film che offre la sua chiave di lettura nel prologo scritto in bianco su nero ‘war is a drug’.) Delle motivazioni politiche e storiche della guerra, del confronto con la popolazione Irachena e delle difficoltà degli invasi, e anche delle polemiche e dell’indignazione (più che sensate) a riguardo, The Hurt Locker non si cura, ma prende il punto di vista del soldato buttato in mezzo a questo macello, che in qualche modo deve farci i conti.

Anthony Mackie in The Hurt Locker

Dulce et decorum est pro patria mori

E se interpreto il film correttamente, nessuno ne esce indenne, e nessuno ne esce un eroe. Gli uomini di questo film sono tutti reduci e tutti malfunzionanti. Chi scrive che la guerra di Hurt Locker non è abbastanza realistica e che i dettagli sono scorretti non ha capito che non è necessariamente né il desiderio né il compito del cinema di fare da reporter delle ingiustizie. Chi scrive che Hurt Locker celebra il soldato semplice e l’artificiere guerrafondaio, l’imperialismo Americano, il testosterone e l’eroismo, secondo me ha visto metà del film che ho visto io; forse è uscito a comprare i popcorn durante la scena in cui tutte queste idee vengono sciolte da una doccia fredda, e fatte scivolare attraverso un’armatura da artificiere dentro una fogna ormai ripiena di sabbia, sangue, lacrime, e “vecchie bugie: dulce et decorum est pro patria mori“. Non lo dico io, lo diceva citando le odi di Orazio il poeta di guerra Wilfred Owen, morto in battaglia a venticinque anni nel Novembre del 1918, una settimana prima della fine della Grande Guerra – la fine di una guerra non arriva mai abbastanza presto. (Veniticinque anni è due anni di più dell’età media della squadra artificieri dell’esercito Inglese in Iraq.) Non è un caso che il titolo The Hurt Locker (che vuol dire letteralmente “armadietto del dolore”, ma è un’espressione che significa il ritrovarsi confinati in uno stato di sofferenza estrema, o feriti dopo un’esplosione), venga da un’altra poesia scritta da un soldato, che dice che “non c’è rimasto niente tranne il dolore.”

Quindi in sostanza per ricapitolare: Kathryn Bigelow non è solo la ex moglie di James Cameron, il regista più macho di Hollywood, o la prima donna a vincere un Oscar per la regia. Kathryn Bigelow è una professionista del cinema che fa dei film bellissimi, intensi, cazzuti, tecnicamente complessi ed eseguiti con destrezza; ricchi di idee e di temi interessanti; conditi con esplosioni, sparatorie, inseguimenti, musica, sottomarini, vampiri, spacciatori, soldati e surfisti. Se vince un premio grosso siamo tutti contenti, no?