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Tiziano Ferro – La differenza tra me e te

Come dice Ghibo “su junkiepop nessuno si vergogna di essere fan di Tiziano Ferro”. Ha ragione, diciamo che il suo disco si aspetta, come quello di altri gruppi alternativi di un certo livello. Tiziano è di un certo livello (per me proprio di un altro livello) e a me fa venire voglia di prendere Latina come residenza e dichiararmi assolutamente fan con tatuaggi, magliette e quant’altro.
Fatto sta che la nuova canzone spacca come poche altre cose al mondo, il suo stile è veramente la divisione tra il buon gusto e il cattivo gusto (a favore del primo) e che dire, che la sappiamo già tutti a memoria? “Bohme e te ”


Beyonce – Party

Quando dicevamo la divisione tra buon gusto e cattivo, nel caso di Beyonce la torre pende sempre invece per la seconda parte. Qui l’obiettivo è la tetta. Che non si vede per carità ma tutti staranno lì “oh ma quanto è bella e culona a fare anche la donna da trailer park”. Ecco andateglielo a dire davanti a Jay Z che un po’ strappona è. Io il coraggio non lo ho. Il disco “4” per me è fiacchissimissimo e neanche si inizia il paragone con Sasha Fierce. La canzone in questione è un po’ la cartina tornasole del pezzo “sì carino ma mboh (e e te)”. C’è il party (ovviamente) la festa i culi autoslappati insomma Beyonce.


Lamb – Build a fire

Forse l’ho detto già che 5 il nuovo disco dei Lamb è bellissimo? sì, ci ho scritto un post. Questo è il brano a suo modo rivoluzionario, quello rock. Il video è abbastanza trascendentale, cioè invece dei black bloc che danno fuoco alle macchine su via Cavour gli accendono dietro un paio di rauti, però fa il suo dovere. Un giorno mi spiegheranno perchè hanno truccato Lou Rhodes come la signorina Silvani, vallo a capire


R.E.M. – We all go back where we belong

Il video dell’anno. A parte il senso de “l’ultima canzone degli ariem” ma c’è Kirsten Dunst in bianco e nero a cui son due le cose o stanno facendo sentire la canzone o è in attesa in fila al cesso. Detto ciò apprezziamo il non utilizzo del mezzuccio Von Trierano di cascare sulla scollatura ogni occasione utile (sì ha una quarta embè? l’avete scoperto ora? io lo dico a Colasanti da almeno un anno e lui diceva di no) e boh. Ha un senso, ecco.

Melancholia

A me quando sento dire “ah che grande regista è Lars Von Trier” nasce sempre un punto interrogativo sulla fronte, un po’ come quando sento dire “ah i Litfiba dei primi dischi”. Sono cose che non capisco e forse non capiró mai.
Poi di sabato pomeriggio, da solo, decido che ho una sensazione forte su Melancholia, sapendo che sì magari dai, stavolta non ci ha messo un cane che dice “il caos regna”.
Von Trier non é né un provocatore né un regista. é un coglionazzo, questo lo sapevo già, ma un coglionazzo che stavolta ha tirato fuori un grandissimo film, che é Melancholia.
E se la sinossi é semplice, un matrimonio che va a puttane e poi dopo ci va il mondo a causa di un pianeta che lo sfragna, il film é tutt’altro.
Che sì per quanto possa essere scontata l’idea di caos e fine che parte da un microcosmo famigliare borghese e finisce col resto del globo (non come causa effetto ma come trasposizione), é il resto a fare di Melancholia un instant classic, forse fuori tempo massimo. Ed é questa la grandezza del cinema, che i grandi film arrivano quando non ti aspetti e da chi non ti aspetti.
Che se il cinismo e la disfunzione famigliare é inquadrata bene, benissimo dalle dinamiche in una villa con campo da golf (a 18 buche) é il formalismo ad essere smontato pezzo dopo pezzo (e Udo Kier che evita di guardare la causa di tutto ne é il manifesto come il suo perseguire a tutti i costi il gioco dei fagioli, quando tutto é andato in vacca) ed é il formalismo stesso di Von Trier il mezzo per la distrutturazione.
Perché ad una parte di logorrea iniziale (e a questo punto magari Demme aveva dato un segnale molto forte come imprinting della cosa) il film (diviso in due capitoli) é la rarefazione dei silenzi, delle paure, del non detto e della catarsi.
Melancholia é Fino alla fine del mondo se Wenders avesse avuto meno amici e piú conti in sospeso col proprio (di Dio, mai citato, mai chiamato in causa) e la parte marcia di The tree of life, dove la redenzione arrivava alla fine dell’accettazione della natura “non grata”, mentre qui la catarsi é il punto dell’annullamento, dell’accettazione che non c’é nessun posto di nuovo, né di diverso dove andare.
In questo superba la Dunst e la Gainsbourg, caos e razionalità, a cui ruota la spiega del film tutto, con la prima che accetta il fallimento e la dissoluzione della realtà formale senza un minimo di resistenza, non accettandola, la seconda, che l’aveva accettata vive la propria via crucis dell’abbandono. Della salvezza.
E accetta l’abbraccio del caos, sotto forma di un pianeta.
Quello che forse serviva come risposta a Von Trier per diventare uno che del cinema, ha veramente capito tutto.