Carry Me Emilia-Romagna: Mark Kozelek live @ Chiesa di S.Ambrogio, Villanova di Castenaso (Bologna) 06.02.11

Circa due mesi fa esce la curiosa notizia che ci sarà un concerto acustico solista di Mark Kozelek nelle frange della bassa padana poco sotto agli Appennini, tra Emilia e Romagna, in una chiesina di un posto di quelli che una volta qui era tutta campagna. Mark Kozelek a Villanova di Castenaso. Provate a dire ‘Bob Dylan live a Poggio Rusco’, così si capisce l’effetto che fa, e perché immediatamente prenoto un volo da Londra apposta. (Se non sapete chi è Mark Kozelek, ecco, io non lo direi troppo in giro.)

Ma insomma una chiesa. Una chiesa vera, non una chiesa metaforica, non una chiesa sconsacrata, una chiesa dove giusto la mattina del giorno del Signore domenica 6 Febbraio si diceva la messa. Una chiesa dove, nel mezzo delle pareti barocche di un settecento serio e povero ma ambizioso, si trova uno dei tentativi artistici peggio riusciti che la storia ricordi, un pugno nell’occhio dell’arte sacra in colori a olio da scuola elementare. La “Madonna degli Scout”, che suona un po’ come un bestemmione, è una classica Maria madrediddio (ma con la faccia po’ malformata dalla mano poco capace dell’artista) che appoggia le mani sante sulle spalle di moccolosi pargoli maschi e femmine in divisa Scout, il tutto stagliato su un paesaggio concettuale generico (uccellini, raggi di sole del zignore) – ed è subito tripudio di stereotipo iconografico cattolico. Che poi insomma categorizzarla come arte è un po’ offensivo, ma io ci sono affezionata perché l’orrenda Madonna degli Scout (già musa ispiratrice di certi pezzoni classici del Christian rock*) ha vegliato sui miei sette anni da piccola Scout: freddissime domeniche in gonna-pantalone e scarponi fazzolettone e divisa completa specialità e distintivi cuciti sulle maniche della camicia azzurra, estati di tende e zaini nodi scorsoi e legature quadre fuochi di bivacco odore di erba e tracce di cinghiali infinite quantità di scatolette di tonno e acqua al sapore di borraccia. Questo è il posto dove sono cresciuta, e l’idea di tornarci dopo quasi quindici anni di ateismo e vita adulta, postura indie snob e pretese culturali, mi fa sentire come in uno di quei sogni assurdi in cui sei lo spettatore invisibile la sera in cui al bar sotto casa tua c’è Tom Waits che gioca a Tresette col tuo morosino delle elementari. C’è anche una certa componente di nostalgia canaglia che mi inquieta, ma l’indie val bene una messa.

La messa-indie comincia dal prete, quello vero, il leggendario Don Stefano che porta i jeans e la camiciona a quadretti, e al quale dei paramenti dell’indie-hipster bolognese mancano solo il cappello e la cravatta sottile. La mia BFF e suo marito (entrambi presenti) l’hanno conosciuto a un concerto dei Belle & Sebastian, ma dicono che lui frequenti anche gli Architecture in Helsinki e vada spesso al Covo – magari non il sabato sera ché la domenica ha da dir la messa alle otto di mattina – ed è stato lui a celebrare il rito del loro matrimonio, in chiesa, sulle note di “Bridge Over Troubled Water”, arrangiamento di Johnny Cash. E’ lui che ha organizzato il tutto, una mente aperta e ricettiva, una sensibilità alla musica da ventunesimo secolo, una roba che se la chiesa fosse tutta così il mondo sarebbe un posto migliore. Don Stefano entra in scena davanti all’altare con una serenità e una sicurezza da rock star: dietro di lui c’è il tabernacolo aperto e svuotato, e si vede che quel palco lì è il suo, he owns it, man.

Quando il prete-indie presenta Mark Kozelek – che io ricordavo coi capelloni che aveva in Almost Famous, piuttosto che com’è in tutte queste foto più recenti in cui sfoggia un’acconciatura da imprenditore di provincia, e lo sguardo sempre il meno possibile diretto verso la lente – l’indie-legend che arriva in persona è la cosa più lontana dall’indie-legend pubblicizzato nel poster che si possa immaginare. ‘Sembra più parroco lui del parroco’ (cit.): stivaletti eleganti, pantaloni grigio ferro con la piega in mezzo, maglione blu scuro, camicia bianca col colletto ripiegato all’interno del girocollo, una giacca da babbo che va in ufficio all’anagrafe comunale.

Noi centocinquanta indie-hipster che saremo rimaniamo in un silenzio religioso, compunto e inaspettato – il silenzio che ha preso la parte del normale frastuono pre-concerto nel momento in cui si entra in chiesa. (C’è anche gente che entrando si era fatta il segno della croce, ma poi si è accorta che come gesto non è molto indie e si è nascosta dietro al confessionale.) Lui in questo silenzio si toglie la giacca e si siede sulla sedia della canonica, comincia ad accordare una corda per una come se non gli fosse venuto in mente prima di fare un soundcheck, e la transizione tra accordatura dissonante e melodia ha la scioltezza di un ruscello che scorre e pian piano diventa fiume. Il concerto che segue sembra più una serata di musica classica che si trasforma in jazz e il jazz che diventa canzone quando trova le parole e quando le parole non ci arrivano ci pensano le mani. Quando le mani hanno finito di dire quel che hanno da dire si staccano dal legno della chitarra e basta, da strumenti che erano, tornano ad essere mani.

Le mani grandi di Mark Kozelek somigliano alle mani che mi hanno insegnato i primi arpeggi; le sue dita alle dita che aiutavano le mie dita dodicenni a prendere la posizione giusta per fare gli accordi con il barrè; i suoi polsi a quei polsi che mi sembravano tanto più flessibili dei miei, che facevano la dimostrazione pratica di come fosse possibile raggiungere una sesta o settima col pollice se tutte le altre dita erano impegnate. Ma l’eleganza e la delicatezza, la facilità con cui le sue mani, ali di aquila, producono questi suoni, la sua voce di vetro venato di acciaio inossidabile, queste non le ho mai viste né sentite da nessuna parte. Mi chiedo che diamine gli sarà successo nella vita a quest’uomo che sembra contemporaneamente così infrangibile e frammentario, per scrivere tutte queste canzoni tanto tristi.

Mark Kozelek parla un po’ col pubblico, ma con quella sua dizione un po’ strascicata, e il fatto che, come non guarda in faccia le macchine fotografiche, non parla neanche dritto dentro al microfono, si sente poco di ciò che mormora. Si capisce che è preoccupato perché siamo tutti così silenziosi, chiede se conosciamo le canzoni, se capiamo quello che dice, ma in pochi rispondono. Dice che è stanchissimo, ma è soprattutto timido, patologicamente timido, e molto nervoso. Comprensibile: tirar fuori questa roba che evidentemente ha dentro, spogliarsi così davanti a gente di cui non sa niente, e che neanche vede, non deve essere facile.

D’altro canto è difficile anche capire la soggezione che questa intimità confessionale dentro alle mura e al soffitto altissimo di una chiesa cattolica ti mette se in questi posti non ci sei cresciuto. Ho visto decine di concerti in chiese di altro genere – chiese protestanti, chiese evangeliche, chiese sconsacrate – e non ho mai visto un pubblico così serio, concentrato, quasi inibito. Provo a dirglielo che è un po’ il posto che incute timore, ma è difficile spiegarglielo chiaramente mentre lui è sul palco illuminato e io in piedi al buio in una delle alcove con la statua di una santa martire che mi guarda storta e l’obolo dell’offertorio vuoto. Lui ride per la prima volta: ‘cosa? La chiesa vi mette paura? Ma è solo una chiesa!’ Ricomincia a suonare pezzi dei Sun Kil Moon (“Glenn Tipton”, “Lost Verses”, “Heron Blue”, “Alesund”, “Third & Seneca”, “Half Moon Bay” tutte struggenti e immense), e persino la cover di “You Ain’t Got a Hold on Me”, ma per un po’ non parla più. Forse l’ho offeso? Temo un biblico fulmine dal cielo, o che i sacerdoti dell’indie sanciscano la mia scomunica. E invece miracolo: l’atmosfera si disinibisce un po’, il ghiaccio si scioglie, gli applausi diventano più coraggiosi, più consoni all’enorme emozione, un paio di urli in qua e in là, lui si tranquillizza un po’ e anzi fa le battutone:

‘Ieri ero a San Francisco. Ho fatto 20 ore di volo e avrei bisogno di una massaggiatrice. Ce n’è una in sala?’ (Mark Kozelek fa ammiccamenti sconci in chiesa! Cinque Ave Marie!**)

‘Come si mangia a Ginevra?’ (Chi gli risponde ‘great’ senza indugi ha palesemente capito ‘Genova’)

‘Qui a Bologna si mangia benissimo!’ (Eh).

Deve costargli un gran sforzo l’offrire la possibilità di richiedere canzoni. Gli chiedono praticamente solo pezzi dei Red House Painters, è evidentemente scocciato seppur ironico:

‘Ma come non vi piacciono le mie canzoni recenti? Well, fuck you guys!’ (Mark Kozelek ha detto vaffanculo in chiesa!)

Il fattore awkward non ci lascia mai del tutto, ma insomma alla fine, “Carry Me Ohio” e “Summer Dress” ce le concede (alleluia alleluia, osanna nell’alto dei cieli) e poi basta, son due ore e passa di slo-core introspettivo e direi che siamo a posto, è stato bellissimo così, emozionante e straniante. Fuori la notte è limpida, i campi coperti di brina, fa un freddo cane. Usciamo sul sagrato della chiesa e Mark Kozelek si lascia fare un paio di foto, senza mai guardare in faccia nessuno. Con quel berretto di lana e quel modo di fare nervoso sembra uscito da Qualcuno volò sul nido del cuculo, fa persino uno scatto nervoso quando una ragazza avvicinandosi gli tocca un braccio. Io cerco di fare conversazione ma non è molto ricettivo; mi firma il poster solo con MK.

Bonus tracks
*Che poi se vi doveste per caso appassionare al genere, a casa prima del concerto qualcuno ha tirato fuori questa roba (su le mani – a-ha, a-ha, yeah, uuh-uh, noi ggiòvani, uh yeah, predichiamo cristoh.)

**Gli è piaciuta la cosa del massaggio.

***Questa ve la metto qui e basta, fate un po’ voi: radio nazionale svedese intervista Mark Kozelek, or ‘si spiegano molte cose’ – 123

Grizzly Bang! – Serpentine Sessions, Hyde Park 28.06.10

Arrivi verso le sei del pomeriggio col sole un po’ più basso che picchia lo stesso. L’erba di Hyde Park è secca perché alla siccità non è abituata; polvere nell’aria, polline all’ottanta per cento.

I Grizzly Bear cominciano a suonare chiamando a raccolta il pubblico dentro un tendone da circo aperto ma buio, illuminato da uno dei sistemi luci più belli che ricordi a un concerto. Certo, i Sigur Ros sono imbattibili in quanto a lighting design, gli U2 hanno inventato il concetto, e i Flaming Lips l’hanno perfezionato, ma i Grizzly Bear hanno dei trespoli con appesi dei vasi da marmellata di quelli da nonna chiusi col coperchio di latta, con dentro delle lampadine. Sembrano lucciole in bottiglia, sono vive: rispondono al ritmo e ai suoni, punteggiano una serata che non è solo profumo di erba e drink ghiacciati, ma anche odori di altri luoghi, di Atlantico profondo blu, isole, pini marittimi, salsedine e sabbia. C’è molto vento, l’aria è elettrica.

La musica passa da solida a liquida a gassosa, è un composto chimico in continuo movimento: percussioni, fiati, legni, aerofoni, chitarre, tastiere, pedali, autoharp, music box, campane, e quattro voci angeliche diventano rame, argento, neon, fosforo, zolfo, elio. Suonano minimo sei strumenti a testa e la preparazione classica/jazz si vede tutta: i suoni sono nervosi ma precisi, gli arrangiamenti sofisticati ma non forzati, loro tranquilli e scientifici. Normalmente prima di “Colorado” fermi il CD, e invece dal vivo si trasforma: non è una canzone ma una pièce teatrale di dieci minuti di colori e luci che narra la leggenda della nascita delle montagne. E’ sconvolgente, non vuoi che finisca. Ricordi che leggevi The Road con Yellow House come colonna sonora e pensavi che le parole di McCarthy provenissero, come questi suoni, da qualche altra parte, da qualche altro tempo, che tracciassero le faglie continentali e i grandi misteri della terra.

Esci da questo Big Bang con il sistema nervoso iperattivo ma l’anima tranquilla, come se in qualche modo il corpo rispondesse alla musica delle sfere, come se ogni membro del gruppo fosse un pianeta che gira in un’orbita precisa: Christopher Bear è Marte, Daniel Rossen è Mercurio, Ed Droste la Luna, Chris Taylor il Sole. La Terra sei tu. Insieme in quello spazio siderale la vostra rivoluzione genera l’armonia e la dissonanza dell’universo.

Alle quattro di mattina del giorno dopo ti svegli improvvisamente perché piove, piove, piove.

Grizzly Bear: Southern Point, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Foreground, Serpentine Sessions 2010
Grizzly Bear: Colorado, BBC Collective Sessions 2006

Better loud than too late: Pearl Jam live in Hyde Park 25.06.10

Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.

Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle

E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend

Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.

Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.

Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.

E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.

Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.

L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.

Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)

Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.

Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.

Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.

Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.

Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.

E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.

Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)