Una cosa veloce su Derek Cianfrance

C’è un momento in Blue Valentine, un momento in cui loro litigano in ospedale, in cui ricordo di aver messo pausa ed essermi detto va bene, respiriamo un attimo e andiamo avanti. Blue Valentine è uno di quei film che guardi una volta e non te li dimentichi abbastanza da non volerli rivedere mai più; è uno di quei film, piuttosto rari, di cui si può ricordare il momento preciso in cui è scesa la prima lacrima o si è sentito quel tonfo al cuore solito quando ci si affeziona troppo alle storie tristi.
C’è un momento in The Place Beyond the Pines in cui Eva Mendes trova una foto vecchia 15 anni, una foto rovinata dal tempo di cui noi, come lei, conosciamo storia e significato; la trova inaspettatamente, dentro una busta aperta con calma e una sequenza girata con l’attenzione di chi vuole sottolineare in quanto spazio si possano schiacciare 15 anni, un amore e un figlio e quanto possano essere fragili se tenuti in mano sul giardino di casa, soli, mentre soffia il vento. Quel momento, al cinema, è stato il momento preciso in cui 130 minuti di film mi sono esplosi nel petto e l’unico in cui ho pianto, senza poterci fare niente.
Le storie di Derek Cianfrance sono storie lunghe e tremendamente reali, che occupano una vita intera, ma il suo cinema è un cinema di momenti, di azioni e conseguenze confinate in sequenze costruite solo per loro e trattate come il più importante dei soggetti, pesate in ogni minuto di ogni piano sequenza, senza sprecare, senza esagerare, finendo in quel perfetto equilibrio tra il dire troppo e il dire poco che nessuno sembra più in grado di raggiungere; il cinema di Derek Cianfrance è un cinema che racconta senza mai raccontare, è un cinema che mostra dei personaggi muoversi e agire nel loro mondo, che è sempre il nostro, come se nemmeno lui conoscesse la prossima riga di sceneggiatura. Cianfrance gira film con la sensibilità e la curiosità dello spettatore; si diverte quando ci divertiamo noi, si fa male quando ci facciamo male noi; si distacca dagli attori nel momento stesso in cui inizia a riprenderli lasciando che siano loro a raccontare la storia e mai viceversa. Cianfrance è l’ultimo, miracoloso portavoce del cinéma vérité che era di Cassavetes, un cinema che parte dalle persone e finisce in quell’equazione di individui che è la vita, sempre e solo la vita, e The Place Beyond the Pines ci si inserisce con la stessa forza con cui Faces spaccò il cuore di chi ancora ne aveva uno.

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Copertina dell’anno

Unearthing ed è lo spoken album di Alan Moore.
Se non sapete chi è Alan Moore sputatevi in faccia, e magari leggete Watchmen, From Hell, V for Vendetta, per dirne qualcuno. Coglioni.

Flashback: me che passo mesi, a fare le poste a Disfunzioni Musicali per trovare lo spoken album di William Burroughs (prima che gli U2 lo mettessero su Last Day on Earth, quei fregnoni) suonato da Cobain. Una roba che era vicino all’inascoltabilità ma che volevo fortemente. Non l’ho mai trovato. L’ho voluto talmente tanto che ora non lo comprerei neanche. Un po’ come la ragazzina delle elementari che ti piaceva tanto, la tua ragazzina dai capelli rossi che se incontrassi ora prenderesti a calci in bocca.

Forward: Unearthing è lo spoken album di Alan Moore che vede partecipazioni di Crook & Fail (roba del giro Anticon ed ex giro Clouddead), Mike Patton (Tomahawk, Mr Bungle, Faith No More, Mondo Cane, Peeping Tom), Stuart Braithwaite dei Mogwai e Justin (Jesu/Godflesh/Napalm Death) Broadrick. Ecco io ho paura di spingere play, giuro che ce l’ho, non tanto per la cosa in sè quanto ho paura veramente di qualche messaggio subliminale che mi spinga che ne so a venire lì da voi e cablarvi il cervello con un paio di prese USB o che ne so, trasformarmi in un eroe senza faccia che condurrà il mondo all’anarchia.

Copertina dell’anno, indubbiamente.  Io ho davvero paura di ascoltarlo