Quattro chiacchiere con Tostoini

Pur essendo una persona fortemente asociale e con vari problemi nella gestione delle conoscenze a me ha sempre impressionato quello che succede lì fuori sull’internet e ovviamente chi lo fa.
Vincere la timidezza di chiedere a qualcuna di quelle persone là fuori di fare una chiacchierata è un lavoro duro (che qualcuno – me – deve pur fare) e vincerla con Roberta Ragona, in arte Tostoini (una di quelle persone per cui la conoscenza via vari social network è di anni ma con cui non ho mai scambiato neanche un ciao) è stata una cosa salutare, bella e a suo modo rivelatoria.

Magari è una cosa che rifarò, ma non è detto. Farla però in questo caso mi ha fatto contento.

G. Il simbolo é una tartaruga. Perché? 

T. C’è una ragione etimologica e una affettiva.
Quella etimologica, banalmente, è che “tostoini” in sardo è il nome della tartaruga o testuggine. Quella affettiva ha che fare con una lista di qualcosa come trecento soprannomi affibbiatimi da mio fratello nell’arco della mia lunga carriera di consanguinea, una passione condivisa per le bestie col guscio e una comunanza di caratteristiche con le tartarughe al limite dell’imbarazzante: sono pigra, de coccio, e a sangue freddo

G. Chi è Tostoini?

T. Delle due, è quella che si prende tutto il divertimento

G. Da dove nasce la passione per il disegno. Cioè, il momento definito in cui hai deciso che sarebbe diventato parte del tuo modo di esprimerti. (se é stato un momento imbarazzante tipo Lady Oscar, Alvaro e la fattoria o Dragonball o Capitan Harlock o vedi tu, tranquilla qui non si formalizza nessuno).

T. Guarda, vorrei avere un momento di epifania da raccontare, uno di quei begli aneddoti iconici de “l’artista negli anni della sua formazione”, ma la verità è più prosaica: tutti disegnano quando sono piccoli, ma quasi tutti smettono più o meno quando si comincia a leggere, scrivere e fare di conto. Da qualche parte quando cresciamo facciamo nostra l’idea che disegnare, come tante altre cose, sia una cosa da lasciar fare solo a quelli che hanno talento. Sarà che mio padre dipingeva, quindi avevo già un esempio in casa di essere umano adulto che disegnava. Semplicemente io ho cominciato a disegnare quando cominciano tutti, solo che non ho più smesso. Volendo trovare un momento in cui ho iniziato a disegnare con “coscienza”, è stato durante gli anni dell’università. Le persone in quel periodo somigliano un po’ a una pentola che bolle, in cui di quando in quando vengono su una cipolla, una carota, un’ala di pollo e tutte le altre cose più o meno identificabili di cui è fatta la zuppa. Ecco, anche a me in quegli anni lì mi venivano su delle zampe di gallina o un sedano misterioso che non sapevo come chiamare e non sapevo come esprimere, e il modo che mi veniva meglio era disegnare

G. E poi? Perché per chi disegna ad un certo punto diventa tutto chiaro

T. Eh, ma magari!

Evidentemente io non ci sono ancora arrivata, alla fase della chiarezza, sono ancora a “sbattere gli stinchi negli spigoli dei mobili e incocciare nella porta semiaperta”.
L’unica cosa che ho chiara è che *non* disegnare *non* mi piace, ogni volta che mi sono trovata a dover lasciare da parte per un periodo questo pezzo delle cose che faccio mi sono sentita molto a disagio, come la confezione di pane in cassetta finita sul fondo del sacchetto della spesa. Spero che questa volta sia l’ultima

G.I tuoi autori preferiti? Ti senti vicina a qualcuno in particolare (anche solo per le cose da dire e il modo di dirle)

T. Sai che è la domanda più temibile di tutte? Mi lascia sempre col dubbio di aver lasciato fuori qualcosa di importante, anzi fondamentale, è un po’ la sindrome da bagaglio a mano per cui continui a chiederti che cos’è quella cosa assolutamente essenziale che hai dimenticato di mettere in valigia.

Poi è proprio il modo in cui ti sei espresso che mi intimidisce: sentirsi “vicini” a qualcuno. Nel senso: io posso anche sentirmi vicino a qualcuno dei miei autori preferiti, ma nella realtà di fatto io sono a livello del manto stradale mentre loro si muovono nel cosmo siderale.

Quello che si disegna secondo me è più della la somma delle parti di tutto quello che ci ha colpito o ha sedimentato – anche in tempi abbastanza lontani – nel nostro cervello. Poi c’è un’altra cosa: gli autori preferiti fluttuano a seconda dei periodi della vita, dell’umore, dei bisogni che si hanno, a volte il bisogno è quello di ridere, altre di essere consolati, altri ancora di appagare l’occhio.
Ok, ora che ho menato abbastanza il can per l’aia, mi arrendo e faccio dei nomi. Il primo, in realtà è quello di un regista e animatore, Hayao Miyazaki. Anche senza entrare nel merito del tratto, dell’attenzione ai gesti quotidiani e capacità di immaginare il fantastico, dell’etica dietro alle sue storie, per me basterebbe pensare che prima di Miyazaki c’è stato un mondo senza Totoro, o Porco Rosso, o lo Spirito del Ravanello. Non è una cosa da poco, lasciare il mondo con qualcosa in più di come l’hai trovato.

Poi c’è Edward Gorey, di cui amo l’umorismo, i bianchi e neri, quelli spazi vuoti in cui potrebbe nascondersi qualunque cosa, la sua capacità di raccontare sia la crudeltà che l’innocenza.

Per finire con la gente morta sicuramente anche Arthur Rackam, Edmond Dulac e John Alcorn, che in periodi diversi sono tre persone che hanno definito un’epoca e un modo di illustrare e raccontare per immagini, oltre ad avere in comune il fatto che le loro illustrazioni sono di un appagamento per gli occhi che non ti sto neanche a dire, c’è proprio della voluttà.
Per quel che riguarda i vivi, così a bruciapelo mi vengono in mente Rebecca Dautremer, Simone Rea, Riccardo Guasco, Shaun Tan, e una marea di bravissimi italiani giovani editi, autoprodotti e variamente sparsi. Poi c’è tutta la gente che seguo sull’internet come Gemma Correll o Kate Beaton. E ancora: e il fumetto come lo consideriamo? I character designer della Pixar sono autori oppure no?
Le odio, le liste, lasciano fuori troppe sfumature, e più ci si avvicina ai contemporanei più diventa complicato

G. I (o le) graphic novel preferite? Quelle che proprio andresti lì uccideresti l’autore e ci metteresti il nome tuo?

T. Guarda, uno su cui proprio vorrei mettere il nome è Blankets di Craig Thompson: mannaggia, cosa ci hanno fatto gli anni Novanta? Vado a piangere su una camicia di flanella.
Che poi peraltro la mia copia di Blankets l’ho prestata in un impeto di amicizia e non mi è mai tornata indietro. E manco l’aveva letta, se l’è solo tenuta in casa per gli ultimi dieci anni, snobbandola!
Tu, sì proprio tu: sappi che ti porto ancora rancore per questo.
Poi c’è Cronachette di Giacomo Nanni. Non è mica facile raccontare il rapporto con un animale, è un terreno pieno di trappole.
Poi in ordine sparso (e dominanza di colori caldi, ora che ci penso): Portugal di Ciryl Pedrosa, Il Gatto del Rabbino di Joann Sfar, Garibaldi di Tuono Pettinato,
Poi ci sono quelli a cui si dovrebbe baciare il lembo della veste per Maus, Persepolis, Pyongyang, Questa è la Stanza.
Poi per dire: Sandman e Bone dove li mettiamo? Valgono come graphic novel o sono serie raccolte in volume?
Poi beh, ovviamente c’è Zerocalcare. Come Zerocalcare ne nasce uno per generazione, lui è il nostro, c’è di che andarne fieri. A doverne sceglierne uno, dico La Profezia dell’Armadillo.
Poi
Poi.
quando il gioco si fa duro i mommoti cominciano a giocare

quando il gioco si fa duro i mommoti cominciano a giocare

G. Ultima cosa. Cosa sono i mommoti. Io lo so e mi ci farei i quadri ma spiegalo tu

T. La cosa buffa è che è la seconda volta in queste righe che ci troviamo davanti ad una parola sarda, nonostante il fatto che io il sardo non lo sappia parlare.

Mommotti (con due t) è l’uomo nero, il babau, the boogie man.
Mommoti (con una t) è un’errore di ortografia dovuto alla mia memoria fallata, e il nome di una genìa di mostri pelosi di dimensione variabile, che vivono negli interstizi. In quelli fisici – come i barattoli vuoti, gli angoli bui e la parte sotto delle scrivanie – e negli interstizi della giornata: nascono quasi sempre nei momenti buchi in cui prima probabilmente avrei tirato fuori il telefono e scorso twitter o qualche altro socialino. Adesso disegno un mommoto.
I primi mommoti li ho disegnati un giorno a letto con la febbre. Contemporaneamente era arrivato un nuovo telefono e mi avevano tolto un dente del giudizio. Sono nati dal fatto che potevano nascere, perché col telefono nuovo si può disegnare abbastanza agevolmente.
Quello che so sui mommoti lo imparo volta per volta, in base a quello che mi chiedono le persone quando metto su una foto nuova, o il base al posto che ho fotografato pensato “to’, lì potrebbe esserci un mommoto”.
E a dire la verità, oltre al disegnare di per sé, questa è una delle cose che mi piace di più di disegnare: chiedermi chi è e da dove viene la persona sul foglio. Dammi un interlocutore e un viaggio in macchina abbastanza lungo e ti tiro fuori una storia sui maestosi gamberi-balena. Ma questa è un’altra faccenda.

G. Dai allora. Speriamo un viaggio lungo e che arrivino anche i gamberi balena. Grazie Roberta :)

T. Grazie a te :)
Un Tostoini originale tutto per JunkiePop

Un Tostoini originale tutto per JunkiePop