Battiato live in Monza | Che poi chi le ha mai viste le cavigliere del Katakali?

Quando ero piccolo, ancora a Morbegno, ricordo che sul mobile sopra la televisione era appoggiato un giradischi. Non che venisse usato un granché, in realtà. Però era lì, e se mia mamma non fosse stata una campionessa mondiale di pulizie probabilmente avrebbe avuto anche quell’affascinante velo di polvere che adesso nei negozi vintage ce lo mettono apposta. Col pennellino. Ad ogni modo, nonostante le casse rimanessero spesso mute, di fianco al giradischi c’era una piccola pila di dischi. Venti, venticinque vinili al massimo. Nulla di ricercato. Ma spulciandoli si potevano riconoscere tre punti fermi nei gusti musicali dei miei genitori. C’era una simpatia condivisa per il Celentano del periodo molleggiato. C’era una evidente “più che simpatia” da parte di mio papà per Mina. E poi, per quanto riguarda mia mamma, c’era un non nascosto debole per Battiato.

Per cui, in un certo senso, Battiato in casa mia c’è sempre stato. Ad essere onesto, però, non è che io lo divorassi. Ma quando mi capitava di mettere su una cassetta, facevo una gran fatica a toglierla. Mi ero anche appropriato della Live Collection che avevo regalato proprio a mia mamma quando si era comprata il lettore CD da tenere in cucina. Brutto gesto, col senno di poi. Era una passione malcelata. Come la carbonella alla fine della grigliata. Che magari non la caghi per mezz’ora, ti sembra spenta, ma poi ci appoggi sopra la mano per sbaglio e ti ci bruci comunque. Ecco, magari se fossi meno goffo non mi scotterei con la carbonella, ma su per giù la metafora dovrebbe essersi capita.

Dopo l’infatuazione giovanile, gli anni dell’università hanno portato un momento di distacco. Ma non era nemmeno colpa di Battiato. Era colpa di Sgalambro. Che quando studi filosofia e riconosci che il sogno di passare la vita con un bicchiere di brandy in mano – dico brandy perché fa figo, ma in realtà era braulio – a fissare l’orizzonte in vestaglia e a riflettere sulla natura umana è destinato a rimanere tale, beh, un po’ di antipatia per i filosofi di successo ti viene. Se poi lui neanche ha studiato – accademicamente parlando – e tu ti stai chiedendo per quale ragione al mondo dovresti sapere chi cazzo è Pietro Pomponazzi, te ne viene ancora di più. E allora cominci a dire che sì, vabbeh, ma che roba è Shock in my town? E poi siamo onesti, La cura è un po’ una paraculata. Facilotta.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.

Seeee, come no. Facilotta il cazzo.
Poi il moto di antipatia passa, a Sgalambro arrivi quasi a volergli bene, i testi non ti limiti ad ascoltarli ma li leggi e li rileggi, cercando sull’enciclopedia – wikipedia come facevamo senza di te? – chi era Nijinski. E grazie ai tuoi amici cominci a finire tante belle serate bevendo l’ultimo sul balcone della casa della serenità, a meno due, cantando Alexander Platz senza sapere quanto i vicini possano apprezzare. Ma tanto sono i vicini dei tuoi amici, mica i tuoi, e il pensiero ti passa. Allora ti viene da chiederti perché cavolo non ci sei mai andato ad un concerto di Battiato. E scopri che una ragione vera non c’è…una volta la pigrizia, una volta i biglietti finiti, una volta sempre gli stessi biglietti che costano troppo..insomma, spesso e volentieri non decidere è semplicemente più facile che decidere.

L’anno scorso, però, mentre suonava in Villa Reale a Monza e lo ascoltavo in lontananza dal ballatoio di casa mi sono detto: “la prossima volta non si scappa”. E invece quest’anno ho rischiato ancora. Per fortuna all’ultimissimo abbiamo deciso di andare. I nostri 4 biglietti li abbiamo trovati e sulle note di uno spettacolo dei Krisma al limite del surreale abbiamo fatto il nostro ingresso trionfale al Brianteo. Che non è la cornice della Villa ma mica possiamo star qui a fare gli schizzinosi. Mentre cercavamo il nostro posto mi sono cominciato a chiedere cosa mi sarei dovuto aspettare. Ok, c’è la filarmonica Toscanini con lui. Ma la scaletta? Come si fa a ipotizzare una scaletta potenzialmente infinita? E poi i pezzi…come saranno suonati da 35 archi? Shock in my town – e l’ultimo retaggio della mia antipatia sgalambriana – la farà comunque? Per forza? E poi altre 27 domande, che avevano sbagliato a numerare i posti e ci abbiamo impiegato mezz’ora a capire dove dovevamo sederci.

Poi però l’esercito di violinisti&co. è salito sul palco, seguito da un Battiato elegantissimo, in giacca e gilet, con tanto di cuffie, che si è seduto e ha attaccato Stati di Gioia. E tutti si sono zittiti. Tranne quella che si lamentava ogni volta che accendevamo una sigaretta. E poi Oceano di silenzio, Le sacre sinfonie del tempo e una bella Era d’estate di Sergio Endrigo (confesso, me l’ha detto Google via Aro). Sempre in silenzio. Inframezzate da dei minuscoli siparietti che ti fanno dire che alla fine Battiato è anche un burlone. E tollera poco le zanzare.

Poi è arrivata La stagione dell’amore (per inciso, uno dei videoclip più brutti&belli allo stesso tempo di sempre), ed è come se avesse dato il via libera. L’hanno cantata in tanti, quasi tutti. Anche quella della lobby anti-tabagismo. Il resto sono state due ore e 28 momenti – nel senso che ha suonato 28 pezzi in due ore, non per 2 ore e 28 minuti – di “e adesso? e adesso cosa farà? me le farà Alexander Platz e la Prospettive Nevsky?”. Due ore di balletti di classe sul palco, con un paio di mosse che neanche la Marisa Laurito della mossa (cit. @writer_arbeiter). Due ore elegantissime. E cinque minuti di delirio collettivo su Voglio vederti danzare, con lo stadio in piedi a saltare che neanche a Monza – Pisa finale dei playoff per tornare in B.

E lui ha 67 anni e sta sul palco come un saggio che ti prende per mano e ti accompagna durante il concerto. Si emoziona quando canta. Non si nega e a un “Franco sei unico” risponde “Sono d’accordo”. Best quote award della serata. Mi ha emozionato anche La cura, riappacificandomi definitivamente con Sgalambro, che temevo facesse un po’ l’effetto Losing my religion al concerto dei REM (aka bella, bella, ma per una volta non potete saltarla e fare Find the River?) e alla fine ho anche avuto il 50% delle mie richieste soddisfatte. Cosa potevo chiedere di più? (ok, potevo chiedere il 100%, ma sono un morigerato e mi accontento)

Con Chiara, uscendo, riflettevamo sul fatto che in fondo è strano che Battiato abbia un successo così “popolare”. Insomma, non si può dire che sia un artista facile. Anzi, tutt’altro, soprattutto negli ultimi anni. Eppure di fianco a noi una signora sui 60, con gli occhi lucidi, ci confessava “la prima volta l’ho visto nel ’78. Era così diverso” con un misto di gioia e nostalgia. E alla fine una risposta mica ce la siamo data, perché ci siamo distratti andando a prendere una bottiglietta d’acqua a modici 2 euri al baracchino. Però magari ha semplicemente ragione la signora, che si emoziona ancora dopo 35 anni. Magari il segreto è tutto lì.

Poi ci siamo ri-distratti perché sulla via del ritorno 3 macchine (tre!!) si sono fermate a bordo strada, per chiederci cosa stesse succedendo allo stadio. Non erano già ferme. Hanno messo le 4 frecce, hanno accostato e tirato giù il finestrino. “Ueh ragazzi, ma cos’è che c’è al Brianteo? Cosa fa tutta quella gente?”. Per dire quanta mondanità si respiri normalmente da queste parti.

Il mio momento preferito del concerto. Anche se il video pare girato con la webcam. Per dovere di cronaca, Shock in my town alla fine l’ha fatta. ‘naggia!