Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer – Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.

Annunci

Anonymous: you never know with the Tudors

A scuola ti hanno insegnato che William Shakespeare era un attore di Stratford-upon-Avon che si è trasferito a Londra, ha scritto almeno 37 commedie, e poi è tornato a Stratford. Anche a me. Però, ecco, c’è gente che non ci crede. Le motivazioni sono lunghe, complesse e tediose ma, se interessa, un riassuntino con opinioni forti e giuste lo trovi qui, e qui c’è tutta la cosa spiegata in maniera ufficiale. Ma facciamo un breve sondaggio:

Alla fine chi se ne frega, quello che conta al cinema è una bella storia ben raccontata, plausibile o no, poco c’entra. Roland Emmerich su questa storia ci ha fatto un film che si chiama Anonymous e che esce tra un paio di settimane. Come tanti film di Roland Emmerich, Anonymous è fatto apposta per il pubblico d’inizio secolo (il ventunesimo), un pubblico molto più pronto ad applicare teorie di complotto che il rasoio di Occam a qualsiasi storia si racconti. Quindi puoi credere alla storia inventata più complessa e intrigante – amore! Potere! Sesso! Dire! Fare! Baciare! Lettera! Testamento! – o puoi credere a quella più semplice, né più né meno documentata con prove concrete di quella di Dante, per esempio. (Sempre che tu creda all’esistenza di Dante, e non che – TADAA! – il figlio illegittimo di Cecco Angiolieri e Beatrice abbia scritto La divina Commedia spacciandosi per Dante. Who was this Dante guy anyway?)

I am Shakespeare

Per quanto mi riguarda, credo che l’autore delle opere di William Shakespeare sia William Shakespeare. Che fosse un attore, un puttaniere, un padre di famiglia, un figlio di guantaio, uno che ha rubato sei cervi dal giardino del re, mi interessa molto poco. (Basta che davvero non fosse Joseph Fiennes.) Mi interessa anche pochissimo dello Shakespeare caposaldo del canone letterario occidentale, dello Shakespeare tradotto in tutte le lingue del mondo (anche più della Bibbia), e dello Shakespeare santo patrono del merchandising e del turismo del Warwickshire. Sinceramente, a me, che le commedie di Shakespeare le abbia scritte un contadino di Stratford-upon-Avon o l’arciduca di So-ben-io, non cambia niente.

No, I am Shakespeare

Indipendentemente quindi dal presupposto del film, che è condivisibile o meno (e che comporta certe implicazioni non da poco: gli anti-Stratfordiani sono accusati di classismo, e intellettualismo – che in Gran Bretagna è un’accusa peggiore della pedofilia – gli Stratfordiani di nazionalismo, fascismo, forse anche di pedofilia), si rimane con una storia di fantasia ambientata in un periodo storico che però – e questa è una cosa importantissima da dire di Anonymous – è visto e presentato interamente attraverso uno sguardo contemporaneo. Nel film l’approccio all’idea dell’Autore è moderno, quasi post-moderno o post-post-moderno (è un tentativo di far risorgere un Autore ormai morto e sepolto da secoli di autopsie critiche); l’approccio all’idea di teatro filmato è moderno, quasi post-moderno (nel suo tentativo di far passare il teatro per un serio pericolo a livello politico, un’idea che è una fantasia ricorrente della critica, una delle più perverse); soprattutto è l’idea dell’ipotesi di complotto ai danni del genio e dei sentimenti a essere moderna (questa non è post-moderna, è una cosa inventata dai poeti Romantici con la R maiuscola, ma non escludo che forse anche loro l’hanno scopiazzata da qualche altra parte). Insomma, Anonymous è un pasticcio prepostero in tanti sensi.

No, I am Shakespeare

[Segue paragrafo pignolo che si può anche saltare.] Ci sono tanti di quei problemi a livello di autenticità minima del setting che non so da dove cominciare. Mi rendo conto che siano cose che danno fastidio solo a uno spettatore con conoscenza dell’argomento, ma insomma la polizia e l’esercito non esistevano ai tempi di Elisabetta I quindi è difficile che fossero spediti a soffocare rivolte di pezzenti in strada, peraltro sprecando preziosissima polvere da sparo; la costruzione e l’assemblaggio dei vestiti delle donne sicuramente non avrebbe permesso a Elisabetta I di sedersi per terra a contemplare il futuro del regno come una bambola di porcellana afflitta da senilità; Christopher Marlowe è morto per una coltellata in faccia e non sgozzato; Ben Jonson è stato in prigione per aver sparato a un uomo in un duello, non solo per problemi di censura dei suoi scritti; probabilmente nessuno diceva ‘by the beard’ (poffarbacco) con questa frequenza; la tragedia messa in piedi per aiutare la rivolta di Essex era Riccardo II e non Riccardo III; la datazione della scrittura, stampa e produzione delle commedie di Shakespeare presentata nel film non c’entra una benemerita fava con le prove storiche esistenti, solide e piuttosto inconfutabili; la rappresentazione del teatro elisabettiano nel film (in particolar modo lo stile della recitazione, l’interesse del pubblico verso ciò che succede in scena) sputa in faccia a tutto quello che ne abbiamo dedotto finora studiando accuratamente l’evidenza. [Ok, la pianto col siparietto pignolo. Continua pure a leggere.]

No, I am Shakespeare

Ma quindi? E’ per questi motivi che Anonymous è un po’ una vaccata? No. Gli stessi problemi esistono in Shakespeare in Love, Elizabeth, nel Falstaff di Welles, o in qualsiasi altro film basato su un qualsiasi periodo storico (sento la voce di Johnny Palomba che dice ma che davéro voi ve penzate che quelli aspettavano a Gwyneth Paltrow pe fa Romeo e Giulietta?). I problemi veri – che sono problemi non di filologia ma di cinema – sono altri. Cominciamo per esempio dai credits, che sono stati fatti con Word – e già uno dice con tutti soldi che avranno speso per affittare gli studios di Babelsberg e a spalmare tutto quel CGI potevano sforzarsi a scaricarsi un font tipo 1543 Humane Jenson, almeno sarebbe stato coerente con la parvenza di periodo storico.

Manoscritto originale, prova inconfutabile

La trama potrebbe anche essere avvincente (è la trama di una commedia Shakespeariana, si può dire?) ma la narrazione è pessima: si passa da cinque anni prima, a tre anni dopo, a dieci giorni fa, a c’era una volta nell’Inghilterra elisabettiana, a improvvisamente l’estate scorsa. Duchi di qua, duchi di là, duchi di su, duchi di giù: beato chi distingue Henry Wriothesley da Robert Devereux (che non è Joseph Fiennes, altrimenti avrebbe confuso ancora di più). Ma poi seduta di fianco a me al cinema c’era gente che non aveva capito che Joely Richardson e Vanessa Redgrave interpretassero la stessa regina, come se di Elisabette I ce ne fossero tante. O forse era tutta una strategia di Emmerich per dire che Elisabetta I aveva i sosia come Saddam Hussein. (9/11 was an inside job. L’atterraggio sulla luna non è mai successo. Elvis vive.)

La regia vabbè, Emmerich è sempre lui: riprese aeree su New York (ehm, sì) e Londra, neve che fiocca come proiettili, esplosioni, CGI come se piovesse, combattimenti tra cani e orsi – bang, crash, whoo. Le scene sono costruite enormi e imbevute nel testosterone. I costumi, quelli funzionano, e l’illuminazione anche – siamo lontani dai colori sgargianti di Shakespeare in Love e molto più vicini al fango, al freddo e al tanfo del periodo. Io sarei anche disposta a crederci a questo mondo, se non fosse per i dialoghi.

Dove i dialoghi di Shakespeare in Love erano ammiccanti ma divertenti, leggeri ma efficaci, qui sono pieni di esposizione e spiegoni. Soprattutto sono resi pesantissimi da questa missione autoimposta di dover rivelare un complotto agli occhi dell’universo mondo, dal profetismo di uno sceneggiatore (John Orloff) convinto di star dicendo cose importantissime per il benestare del regno, e di assestare colpi duri a un’agiografia a sentir dire lui sbagliata. Bah. Contento lui. Il fatto è che se l’avesse presa in LULZ la cosa sarebbe davvero riuscita. Ma egli – e lo conferma il comportamento stizzito sui giornali e alla conferenza stampa al London Film Festival – è sicuro che i pazzi siamo noi.

No, I am Shakespeare

Il cast si prende la briga di sganciare bombe di attoroni con pedigree da palcoscenico per ridurli a macchiette o semplicemente fare un breve name-check per dire: visto, ci abbiamo anche infilato un riferimento a Thomas Dekker, mica siamo dei ciarlatani qualsiasi, noi sì che lo sappiamo il teatro rinascimentale inglese. Sappiamo anche il cinema Shakespeariano: l’avete capito il riferimento all’Enrico V di Branagh? Mica solo il taglio di capelli dell’attore che fa Enrico, anche Derek Jacobi con la sciarpetta vi diamo, e sticazzi non ce li metti? Nel frattempo uno che sembra Orlando Bloom ha una parte importantissima. La baracca è salvata da un Rhys Ifans impressionante, un attore che ho sempre detestato, ma che devo dire è cresciuto in quell’espressione perfetta da ritratto dell’epoca Tudor, un colorito da malinconia e bile, e che davvero a tratti è quasi commovente con tutta quella frustrazione artistica e tutto quell’eyeliner. Poi c’è il carissimo Edward Hogg nella parte del cattivone Robert Cecil – e per farci capire che è cattivone Emmerich lo veste sempre di nero e ha anche la gobba. (Se hai pensato: “Quale gobba?” allora sei la persona giusta per vedere questo film con me.) La battuta più bella del film – che forse è stata suggerita da uno dei ghost writers di Downton Abbey, se non di Blackadder – se la accaparra lui, ed è: “you never know with the Tudors – LOL OMG JK e ;-)!” Però non ti dico quanto si sente la mancanza di James Frain in questo film, che prima di fare il vampiro campione di spelling con l’aiuto del T9, era un fenomenale Renaissance man sia alla corte di Jonathan Rhys Meyers che di Cate Blanchett.

[Segue paragrafo di fatti miei, ma anche una cosa che mi è piaciuta del film] Di una cosa seria devo ringraziare questo film: di avermi brevemente riportata al momento esatto in cui ho afferrato e capito Shakespeare, tutto Shakespeare, giuro, anche quello che fino a allora non avevo ancora letto o visto. Il momento in cui sul palcoscenico del Globe a Londra (che è un altro fake, non è il vero teatro di Shakespeare ma una ricostruzione moderna) un attore di cui non avevo mai sentito parlare è salito in scena e ha pronunciato le parole “O for a muse of fire” e si è portato via un pezzo della mia vita. Quel momento non mi è mai sembrato più lontano di oggi quando l’ho visto rifatto al buio del cinema: lo stesso attore e le stesse parole, ma aveva un che di sintetico, un qualcosa di ammuffito, e a lui è invecchiata molto la voce oltre che la faccia. Eppure pedalando verso casa ho provato a ripassare le parole di quel monologo: le so ancora tutte. Questo Shakespeare, whoever he was, ti entra sotto la pelle. [Fine dei fatti miei.]

Non sono io la prima a dire che Shakespeare era ed è nostro contemporaneo – d’altronde lui (o chi per lui) ha scritto in Amleto che lo scopo dell’arte è di reggere lo specchio alla natura. E quindi Anonymous è un film che molto più che parlare del periodo di Shakespeare, parla di noi del ventunesimo secolo, del modo in cui guardiamo e riveriamo certe frodi di celebrità senza talento, noi che ci pisciamo addosso alla notte degli Oscar quando qualche scrivano qualsiasi fa un discorso leccapiedi per ringraziare gli attori che danno vita alle sue parole, e i produttori che hanno creduto nel progetto, e i burattinai dietro le quinte. Ma poi il film sembra anche prenderci un po’ tutti in giro, come dire: ecco, siete contenti voi pubblico di merda, di aver creduto all’impostore mentre il vero genio è altrove? Ma non vi sentite cretini ad aver abboccato per così tanto tempo? (Everything you know is wrong. La terra è piatta. Paul è morto.)

La risposta breve è NO, quella lunga è WTF LOL

Insomma, Anonymous è un po’ The Matrix travestito da film storico, è un po’ Il Codice da Vinci, cosa ci vuoi fare, è un po’ un film di Roland Emmerich, e noialtri siamo qui a strapparci i capelli per un film di Roland Emmerich. A dire oddio che ne sarà di noi che cerchiamo di insegnare ai nostri studenti che il periodo elisabettiano è pieno di robe interessanti e fondamentali per la comprensione del mondo di oggi (non solo poesia, teatro, e politica, ma anche complotti veri, intrighi di corte testati, avvelenamenti, robe grosse, persino le streghe e l’invenzione del capitalismo, seriously) anche senza doversi inventare “Il Codice Shakespeare”? Secondo me possiamo anche stare tranquilli, non abbiamo nulla da temere. Facciamo un paio di conti: Emmerich – 2012, 10000 BC, The Day After Tomorrow, The Patriot, Godzilla, Independence Day; Orloff – Legend of the Guardians The Owls of Ga’Hoole, A Mighty Heart; Shakespeare – Amleto, Macbeth, Otello, Riccardo III, Enrico V, La Tempesta, Il Racconto d’Inverno, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, Misura per Misura. Alla fine salterà fuori che per imparare qualcosa di Shakespeare torneremo sempre a vedere, leggere e insegnare Re Lear, e quasi mai De Vere. E che Shakespeare è come vi piace, e Anonymous è molto rumore per nulla.

The Social Network

C’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo che vuole disperatamente essere parte di una cerchia di persone. Queste persone comandano il piccolo campo di concentramento del sesso, dei soldi e dello status quo che è il campus universitario più prestigioso del mondo. Che non è migliore né peggiore di tanti altri microcosmi sociali del mondo, solo più ricco, più rinomato e con una più alta concentrazione di cervelli dal Q.I. fuori dalla norma. Queste persone si organizzano in confraternite votate all’umiliazione di chi è inferiore e sottoposto. Per entrare si devono superare prove di audacia del livello più stupido possibile, ma una volta giudicati abilitati alla partecipazione si entra in un gruppo di individui che si guardano le spalle gli uni con gli altri, sia dentro che fuori dal microcosmo. Una volta percolati nel macrocosmo del mondo fuori dall’università i kapo degli eletti cercheranno di replicare i meccanismi interni ai quali sono abituati, e un giorno governeranno un mondo dove ci saranno altri sfigati da sottoporre a gare di vomito, strip poker nella neve e gare di canottaggio – a volte metaforicamente, a volte no. Lo sfigato non vuole governare il mondo, lo sfigato vuole che la sua esistenza venga riconosciuta e che gli sia concesso di essere uno del gruppo. Lo sfigato vuole non essere uno sfigato.

Oppure: c’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo che non sa chi è, che fare, dove andare o cosa volere. Ma è uno sfigato antipatico con un’idea. Non importa se l’idea è sua o una combinazione delle idee di altri. Quello che importa è chi arriva primo: quello che fa. L’idea è una bomba. Esplode. Si porta dietro tutti. Lascia un cratere enorme in cui le persone non contano più, conta solo il contenitore, conta l’apparire, conta la proiezione in due dimensioni di una vita, come in una foto dopo una catastrofe.

Oppure: c’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo che vuole disperatamente vendicarsi di una ragazza che lo ha umiliato piantandolo. Non perché la rivuole indietro, ma perché quell’umiliazione gli rivela che è umano e che l’essere umani implica imperfezione, frustrazione, e sofferenza a palate. Lo sfigato farà di tutto per negare la propria umanità e non doversi sentire così imperfetto, frustrato e sfigato.

Oppure: c’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo. E’ solo. Rimarrà solo.

The Social Network è una commedia. C’è uno sfigato antipatico sull’orlo dell’autismo al quale all’inizio va tutto storto. Ma lo sfigato è un genio della tecnologia moderna e in un paio di settimane inventa un aggeggio virtuale che mette in contatto tutti con tutti e si conosce un sacco di gente ed è tutta una gran festa. Lui sta seduto in ciabatte di gomma e felpa col cappuccio in cima a un impero economico incredibile, non si droga e non beve, e ha un miliardo di amici con cui condividere foto, musica, opinioni, articoli che legge, cosa ha mangiato a pranzo e dove andrà in vacanza.

Oppure The Social Network è una tragedia, si comincia male e si finisce peggio. (Ora dovrei fare un discorso che per la tragedia classica ci vuole una caduta dall’alto, un eroe che, pur avendo tutte le capacità del mondo e l’ammirazione degli dei, viene scaraventato nel fallimento da una sua ossessione, o una paura, o un errore clamoroso. Il suo fallimento è esemplare per la società, la sua caduta purifica il mondo e porta una lezione importante. Invece per la tragedia moderna ci vuole una società incapace di liberarsi dalle forze sovrumane che la governano quotidianamente – forze come il capitalismo, o il totalitarismo, o il desiderio di essere sempre qualcosa di più – e personaggi principali che non sono eroi ma gente comune che cerca di sopravvivere e di comandare queste forze a suo piacimento per scopi più o meno costruttivi per la società. Alla fine non migliora niente, ci attacchiamo tutti quanti al proverbiale tram. Non tutto questo è applicabile a The Social Network, ma si capisce l’idea?) Lo sfigato non è un eroe tragico e da tanto in alto non cade. Soprattutto si fa poco male. Lo sfigato non è neanche “uno stronzo”, è solo uno sfigato. La caduta dello sfigato è un momento brevissimo in cui la maschera del non-umano anedonico si scioglie, mostrando una quasi impercettibile emozione nella rivelazione che non sarà mai altro che uno sfigato. A questa rivelazione esistenzialista non c’è rimedio, le forze che comandano sono state messe in moto ed è impossibile fermarle. Si va avanti così, senza eroi, senza lezioni, senza catarsi.

The Social Network è un film di David Fincher, uno per cui la mascolinità è sempre dominata dell’idea del doppio. La versione facile di tutto ciò è che nel film c’è un personaggio/due che è/sono “se stesso x 2”. Una cosa straniante che ha già detto tutto: quando un maschio di Fincher è figo è così figo che vale per due. La versione più complessa è che i maschi ‘normali’ di Fincher sono in genere la combinazione di uno sfigato reale e una proiezione idealizzata di un maschio perfetto e mefistofelico, che arriva brandendo un contratto scritto col sangue dello sfigato. Lo sfigato non può che accettare i termini del contratto perché è terribilmente attratto e interamente dipendente da ciò che quel maschio perfetto e demoniaco significa, ma non diventerà mai come lui.

The Social Network è un film di Aaron Sorkin, che ha scritto dei personaggi femminili splendidi che somigliano molto di più alle donne che frequento io che ai personaggi dei film ‘da donne’ che si vedono in giro (quelli in genere interpretati da Jennifer Aniston o da Meryl Streep). Qui di donne Sorkin ne scrive poche non perché sia sessista, o nemmeno tanto per fedeltà al realismo omosociale della vita di gente come lo sfigato in questione o del mondo delle grosse università. Di donne ce ne sono poche perché il meccanismo del mondo moderno visto tramite i socialcosi riporta l’umanità indietro di decenni, se non di secoli. E poi comunque Sorkin lo sa che non è necessario che una donna ci sia per rappresentare un punto di vista femminile (o non maschilista) in un film: l’assenza di voci femminili forti è già di per sé una critica intelligente a questi modelli di maschi, e la domanda: “perché non ci sono donne in questo film?” contiene la sua stessa risposta.

The Social Network è un film musicato da Trent Reznor e Atticus Ross in un modo che non te l’aspetti – con una sinfonia di suoni sintetici e inquietanti – e fotografato scuro e freddo da Jeff Cronenweth in un modo che se ci pensi fa paura. Il suono e la fotografia trasformano lo schermo cinematografico in una specie di monitor di computer in cui c’è una parte che vedi e che riesci a operare, ma è solo la superficie: dietro ci sono milioni di milioni di invisibili componenti meccaniche ed elettroniche di dimensioni infinitamente ridotte che si muovono costantemente alterando l’aspetto della superficie e la tua percezione del visibile. La musica e i colori di questo film sono il codice, l’algoritmo del modo in cui ti parla nei rari momenti in cui non c’è dialogo.

The Social Network è un film completamente aperto e non solo nel finale. C’è una richiesta di amicizia che non si capisce se è una richiesta di aiuto o una richiesta di convalida. Friend request, ergo sum?

The Social Network è un film interamente legato al suo oggetto. Obiettivamente l’essenza della storia sarebbe la stessa anche senza internet – tutte le storie di amicizia sono storie di amicizia tradita, e tutte le storie di successo sono le storie di un’impellente sconfitta. Ma l’idea, “the holy-shit once in a generation idea”, di The Social Network è l’idea di questo aggeggio virtuale, di questi maschi e di queste femmine, di questo mondo in cui, anche se non ci sei dentro per decisone tua o di chiunque altro, sei implicato in una serie di network, in una rete di informazioni e associazioni a volte non volute, a volte disperatamente cercate.

The Social Network non è un film su Mark Zuckerberg o su Facebook, è un film sui contatti sociali nel 2010. Per tutti questi motivi The Social Network è il film del 2010. Il modo in cui rispondi a questo film indica la tua collocazione nella mappa del mondo del 2010: ti piace, non ti piace, sei dentro al gruppo, sei fuori dal gruppo, sei connesso, condividi, cambia la tua immagine, cancella il tuo status. La mappa mostra un posto fatto di superfici sottili ma a tenuta stagna: ci si vede attraverso, ma non ci si entra o non se ne esce. E’ il prodotto naturale di un secolo in cui tutto è più pubblico, più veloce, più facile, e tutti sono più soli, più ricchi e più sfigati.

Note a piè di pagina (che si possono anche non leggere)
1: Questo è un post ‘a richiesta’ da un amico che voleva leggere un parere su TSN che fosse ‘meno Sorkin, più roba’. Ho cercato di mettere meno Sorkin possibile, ma sappiate che per me Sorkin è il Re indiscusso degli sceneggiatori Americani contemporanei. La richiesta è stata fatta sia a me che a Rachele e Quatsch, e i loro post appariranno quindi sui rispettivi blog.

2: The Social Network è il MIO film dell’anno, il che significa che non risponderò a commenti “eh ma Inception è molto più film dell’anno”. Anche perché ve l’ho già detto che Inception non mi è tanto piaciuto. Il MIO film dell’anno è il film che uscita dal cinema volevo già rivedere, e il film che per me è necessario in un preciso momento storico. In genere ce n’è uno all’anno. L’anno scorso è stato Das weisse Band, l’anno prima The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford. Questo non significa che io non veda i tanti meriti di No Country for Old Men, o che non sia capace di spiegarvi perché lo Star Trek dell’anno scorso è un capolavoro, o di elencare le plurime ragioni per cui There Will Be Blood è il film più grande del decennio passato, sebbene nessuno dei tre sia stato film dell’anno per me. Poi stiamo a Novembre, ci sono ancora due mesi, chissà.

3: La migliore recensione che ho letto di TSN l’ha scritta Matt Zoller Seitz, che dice che The Social Network è un horror post-9/11 come There Will Be Blood era un horror post-9/11 (due film che peraltro sono molto più simili di quel che non si immagini). La recensione che più amo odiare l’ha scritta Zadie Smith dal punto di vista di una che presume di capire bene e di essere superiore a tutto questo, e che crede di esserne così fuori che si può permettere di giudicare non solo il film, ma tutto l’universo in cui il film esiste. Nel contempo non può fare a meno di scrivere che lei lo conosceva il vero Mark Zuckerberg, che insomma lei c’era dentro e “voi non siete un cazzo”. Dopodiché diventa un pezzo sofisticato e interessante, ma mia nonna avrebbe detto le stesse cose (anche se le avrebbe scritte meno bene). Per una che ha scritto una versione moderna di Howards End, un libro che si apre con l’epigramma “only connect”, Zadie Smith mi sembra in questo caso estremamente disconnessa.

4. Ora che ci penso “only connect” sarebbe un epigramma perfetto anche per TSN. Tra vent’anni un/a critico/a più competente di me scriverà un saggio su come e perché TSN sia l’Howards End del ventunesimo secolo (gli elementi ci sono tutti). Io sarò gelosissima e mi lamenterò su Facebook che mi hanno rubato l’idea, e forse gli farò causa, e poi tornerò nel mio studio di Harvard a fare lezione su Aaron Sorkin.