Top Film 2011 – Tob Waylan

20 film usciti in Italia e un po’ di rammarico per non averne visto alcuni come Incendies, The Artist e The Ides of March.
La mia sul film dell’anno l’ho già detta qua.
Si prega di dire la propria nei commenti.

La legge di Murphy a volte non esiste

Quando capitano i fine settimana così in cui di sabato decidi di tentare l’autentica “botta di culo” con un film di Von Trier, e la domenica la Roma vince 1 a 0 decidi di uscire di casa in piena sofferenza per l’assalto a Fort Apache a Stekelenburg per andare a vedere L’amore che resta di Gus Van Sant ti dici.
Vuoi vedere che scendo le scale e il Palermo pareggia? E vuoi vedere che per contrappasso m’è piaciuto il detestato Von e mi farà schifo l’amatissimo Van?
Dio c’è e lo dimostra con la legge di Murphy, mi dico.
Innanzitutto il Palermo non pareggia. E già uno arriva nel cinema (il peggiore di Roma, il Madison a San Paolo) e c’é fila. Pensi a quel punto nitidissimamente che la paghi tutta insieme.
La sala fa schifo, i sedili fanno schifo perché son mezzi rotti sporchi e scomodi (8 euro, quanto una multisala tipo Warner), però oh, l’amore per il cinema é anche amare un film in una situazione, uscire e passare davanti alla cassa e dire “m’é piaciuto, VAFFANCULO” e tirare fuori i medi come tergicristalli bloccati.
Detto questo, parliamo de l’amore che resta. Il film.
Ad occhio la trama é da subito il canovaccio di Love story, lui incontra lei lei deve schiattare e bon.
Di solito in situazioni così é il regista che fa la differenza. Metti una cosa così in mano alla Comencini e come dire, ti metti a strillare “PRENDI ME!” dopo dieci minuti.
Che Van Sant si sia buttato su un plot simile, mi chiedo da subito: ma perché?
La risposta non la so ma la messa in scena funziona a partire dai particolari, che sono quelle cose che in film così contano come Borriello alla Roma. Un cazzo, non pressa non tira non passa. Inutile. Le figure di contorno, dicevo, l’amico, la zia, la mamma e la sorella della moritura. Insomma tutto ben delineato, il dottore pure toh.
I dettagli, dicevo, si arricchiscono tra battute di humor nerissimo e qualche concessione al TimBurtonismo (quella roba che riconosci lontano tre miglia e di buono ha partorito solo Lemony Snickets e poi un mare di esclusivissima merda tutta mossette, visetti, dolcetti, costumetti, sei lì lì per prendere a calci la sedia davanti e dire “lo sapevo lo sapevo che era una merda”) ma di quello buono, phew, quasi quasi avevo avuto paura. Insomma non quello d’accatto che personalmente m’ha sfragnato i coglioni da 4 anni buoni.
Quindi ce la giochiamo sui protagonisti se Henry Hopper é il vicino di casa a cui vorresti tirare i rauti sul balcone per svegliarlo e fargli un torto la domenica mattina alle 5, così quella faccia da cazzo avrebbe un motivo d’esistere (e basta ai personaggi Baudeleriani, questo sì, per davvero) é Mia Wasikowska il vero perno del tutto. Del resto in un anno in cui escono 3 suoi film (questo, The kids are alright e Jane Eyre) hai la prova che il new world order esiste e ha come obiettivo fartela vedere in questo fottutissimo 2011, ma a ragione perché é brava davvero. Assomiglia un pochino ad Alba Rohrwacher e forse gigioneggia un attimo di troppo ma é brava assai.
Del resto sta per morire e glielo concediamo. Parlo del personaggio eh, lei sta benissimo e vive e lotta con noi.
Detto ció Van Sant costruisce un film perfetto, per il tema, senza sentimentalismi a basso costo e con un paio di chiuse che pur nel loro minimalismo (le sagome, il “discorso” finale, le rivelazioni sull’amico) prendono e tanto allo stomaco.
Insomma, se tutta la sala la senti tirare su col naso e tu anche lo fai, e nessuno ha mai starnutito in 1 ora e mezza di film un perché ci sarà.
E sì che a te Van Sant st’effetto lo fa spesso, se solo pensi a Ben Affleck che si gira, sorride e dice “non c’é” o al ragazzino che brucia una lettera che non spedirà mai; però stavolta é diverso perché questo film é una roba che senti arrivare, la vedi da lontano, é quella eppure non puoi che dichiararti stupito di come ad oggi autori di questo genere sappiano stupirti.
Ora si dirà che la gioventù cannibale ed esteta della precedente pseudo trilogia (Last Days, Paranoid Park, Elephant) fa i conti con l’assenza, e con la morte, senza colpe da scontare o conti da chiudere, oppure che impara ad accettarla. Peró le cose così pur se bellissime da scrivere io non so farlo.
So che é un film con due chiacchiere di quelle belle, una fotografia splendida e una che muore. E neanche tanto male.
Così.