Senna

A un certo punto mi batteva così forte il cuore che pensavo che sarei dovuta uscire dal cinema. Il punto in cui il film sta per finire e lo sai come andrà la storia. Il punto in cui non c’è musica, non c’è nemmeno il rombo del motore. Il punto in cui la curva sta lì e lo aspetta.

Il film di Asif Kapadia (scenenggiato da Manish Pandey) racconta un copione che molti di noi conoscono bene: la vita di Ayrton Senna dai go-kart alla Formula 1, tre campionati del mondo, la rivalità con Prost, la santificazione in Brasile, fino alla fine a Imola, a venti minuti da casa mia. Diciamolo subito: 100% su Rotten Tomatoes e 8.5 su IMDB in questo caso sono criteri di valutazione assolutamente affidabili. Senna è un esempio magistrale di film sportivo, un modo potente di fare biografia al cinema, e un prodotto di archivio video-documentaristico di qualità altissima: ce n’è sia per cinefili che per connoisseurs della F1.

Ma soprattutto ce n’è per chi non ne sa quasi niente: anche senza ricordare Ayrton Senna, anche senza interessarsi alla F1, Senna mette a fuoco una serie di comportamenti umani e conflitti professionali talmente essenziali al personaggio che alla fine potrei anche dire che è semplicemente il ritratto più riuscito della storia. Come Zidane: A 21st Century Portrait è un ritratto in movimento, e al quale il movimento è essenziale. Non solo la velocità delle gare, ma anche la rapidità dell’animale maschio che le donne non le sciupa ma le travolge – si vede negli occhi della giornalista giapponese che non riesce a levarsi il sorriso a trentadue denti dalla faccia solo perché gli sta vicino; lui sghignazza e la investe con un bacio, e poi un altro, e poi un altro; lei per poco non ci resta secca. Diciamolo come vogliamo, era un figo, Senna.

Non sorprendiamoci quindi se Senna diventerà un testo sacro nelle scuole di cinema: è un capolavoro del montaggio e della capacità di sceneggiare una narrativa lineare e coerente organizzando materiale pre-esistente – perché non c’è un’immagine né un parola del film che siano state girate o registrate apposta. E le immagini di repertorio sono quelle della Formula 1 che guardavo da bambina: un formato televisivo a bassissima definizione, dove una macchina in sorpasso è una costellazione di punti colorati impossibili da fermare, e la moviola riempie il monitor di righe bianche e nere, tempeste di neve in un globo di vetro. E’ un film digitale composto di materiale interamente analogico, giusto per ribadire il concetto che la nostalgia è la colonna portante del cinema.

La nostalgia è anche una grossa parte di quello che Senna significa per me, un esercizio di memoria, un viaggio del tempo. Quello che mi ricordo io di quel giorno terribile è il caldo di inizio Maggio a Bologna, il sole negli occhi mentre io e mio fratello cercavamo di individuare l’elicottero che portava Senna all’ospedale Maggiore, il suono tremendo delle pale nel cielo, il rumore invadente del motore che interruppe il pranzo a casa di mia nonna.

Pochi giorni dopo, all’ora d’oro di un pomeriggio polveroso, andai con un paio di compagni di scuola all’Istituto di Medicina Legale di Bologna per salutare Senna per l’ultima volta. C’erano centinaia di persone a riempire via Irnerio, bandiere brasiliane e italiane, fiori, lacrime e anche musica. I fotografi erano totalmente impreparati – nel 1994, prima della morte di Lady Diana, non credo che si aspettassero di trovare tanta gente che con la Formula 1 aveva poco a che fare, che voleva solo esternare una tristezza collettiva, disumana, immensa. Uno scroscio di applausi, una doccia freddissima, un brivido giù per la schiena. Poi sui motorini abbiamo seguito il corteo funebre fino all’aeroporto, fino a dove fu possibile. All’aeroporto erano stati avvisati delle folle in arrivo e c’erano un sacco di vigili urbani. Ci fecero la multa perché eravamo in due su un F10. Io dissi: “mi scusi signor vigile, ma lei proprio non può capire.” Avrei preferito una multa per eccesso di velocità, sarebbe stata più appropriata.

Non so come mai la morte di Senna mi colpì tanto. Seguivo la Formula 1 quanto la può seguire una bambina che fa come le dice papà, e papà tifava Ferrari. Le McLaren di Senna e Prost erano il nemico; al limite si simpatizzava per Piquet perché era un signore, ma bisognava tifare per Alboreto, Berger e Mansell perché viva la scuderia italiana.

Ma prima che si abbassassero le luci in sala avrei giurato di conoscerla o di almeno di ricordarla davvero bene questa storia: Senna irresponsabile, Senna sfacciato, Senna sprezzante del pericolo, Senna vendicativo. Il mio scrittore preferito lo dice che sempre che non ci si deve fidare della memoria, che “la memoria è un mostro,” e infatti ecco la sorpresa: nel film ho rivisto non solo uno che era totalmente devoto all’adrenalina, alla velocità e alla vittoria a costo di qualsiasi cosa, ma uno che vedeva la purezza della competizione, in un mondo in cui sta tutto in un gioco falsato dalla politica, dai soldi e dalla tecnologia. Uno di quegli eroi tragici guidati da un segno divino, da un destino contemporaneamente crudele e perfetto, al quale credono e si affidano.

Dopo il 1994 la Formula 1 non è più stata la stessa cosa, e io mi sono stufata di gare lunghissime senza sorpassi, senza rischio, senza Senna. Senna correva in un periodo in cui il pilota faceva ancora la differenza – e le immagini degli ultimi giri a Interlagos nel 1991, la sua prima vittoria in casa, lo dimostrano. Col box del cambio rotto, Senna finì la gara in sesta senza stallare, controllando con le braccia e i piedi la bestia di metallo inferocita che sembrava non volersi fermare mai, figurati rallentare per imboccare le curve. Quando taglia il traguardo per l’ultima volta, Asif Kapadia stacca il suono e ti mette dritto nella macchina con Ayrton: senti le sue urla incredule, urla come un matto, e poi, esausto dall’impresa, si ferma e sviene.

Il punto in cui ho iniziato a piangere è la scena che segue, quando Ayrton si riprende e viene portato al podio per festeggiare le vittoria. Ha degli spasmi muscolari fortissimi e le spalle così contratte che non riesce a muoversi; è in preda al dolore, cerca di non esagerare, ma ringhia “don’t touch me” a chiunque gli si avvicini. Chiama suo padre, gli fa, “vieni qui, toccami molto gentilmente.” Il padre abbraccia il suo bambino, lo accarezza per non fargli male, gli dà un bacio sulla guancia. C’è tutt’una roba sull’essere uomini lì, in quel gesto, che mi fa invidiare i legami tra padri e figli; non lo capirò mai del tutto, ma è profondamente commovente. Più tardi rivedo quello stesso gesto, quando al funerale il padre appoggia una mano delicata sulla bandiera verde-giallo-blu che avvolge la cassa del figlio. Nel quarto d’ora a piedi dal cinema a casa continua battermi fortissimo il cuore.


Senna è uscito da poco nei cinema inglesi, ma è già acquistabile in DVD e blu-ray con sottotitoli italiani. (Occhio: la versione blu-ray ha un sacco di contenuti aggiuntivi e dura 2h 40′ – quella che ho visto io e di cui parlo qui è la versione per thatrical release che dura 106′.) Su Little White Lies c’è una bella intervista al regista.

Non c’entra niente, ma questo è il post numero 1400 di JunkiePop. Applausi a GiorgioP che ci ha portati qui – è un gran bel posto – e applausi a voi che leggete i nostri sproloqui – è davvero un piacere.

Carry Me Emilia-Romagna: Mark Kozelek live @ Chiesa di S.Ambrogio, Villanova di Castenaso (Bologna) 06.02.11

Circa due mesi fa esce la curiosa notizia che ci sarà un concerto acustico solista di Mark Kozelek nelle frange della bassa padana poco sotto agli Appennini, tra Emilia e Romagna, in una chiesina di un posto di quelli che una volta qui era tutta campagna. Mark Kozelek a Villanova di Castenaso. Provate a dire ‘Bob Dylan live a Poggio Rusco’, così si capisce l’effetto che fa, e perché immediatamente prenoto un volo da Londra apposta. (Se non sapete chi è Mark Kozelek, ecco, io non lo direi troppo in giro.)

Ma insomma una chiesa. Una chiesa vera, non una chiesa metaforica, non una chiesa sconsacrata, una chiesa dove giusto la mattina del giorno del Signore domenica 6 Febbraio si diceva la messa. Una chiesa dove, nel mezzo delle pareti barocche di un settecento serio e povero ma ambizioso, si trova uno dei tentativi artistici peggio riusciti che la storia ricordi, un pugno nell’occhio dell’arte sacra in colori a olio da scuola elementare. La “Madonna degli Scout”, che suona un po’ come un bestemmione, è una classica Maria madrediddio (ma con la faccia po’ malformata dalla mano poco capace dell’artista) che appoggia le mani sante sulle spalle di moccolosi pargoli maschi e femmine in divisa Scout, il tutto stagliato su un paesaggio concettuale generico (uccellini, raggi di sole del zignore) – ed è subito tripudio di stereotipo iconografico cattolico. Che poi insomma categorizzarla come arte è un po’ offensivo, ma io ci sono affezionata perché l’orrenda Madonna degli Scout (già musa ispiratrice di certi pezzoni classici del Christian rock*) ha vegliato sui miei sette anni da piccola Scout: freddissime domeniche in gonna-pantalone e scarponi fazzolettone e divisa completa specialità e distintivi cuciti sulle maniche della camicia azzurra, estati di tende e zaini nodi scorsoi e legature quadre fuochi di bivacco odore di erba e tracce di cinghiali infinite quantità di scatolette di tonno e acqua al sapore di borraccia. Questo è il posto dove sono cresciuta, e l’idea di tornarci dopo quasi quindici anni di ateismo e vita adulta, postura indie snob e pretese culturali, mi fa sentire come in uno di quei sogni assurdi in cui sei lo spettatore invisibile la sera in cui al bar sotto casa tua c’è Tom Waits che gioca a Tresette col tuo morosino delle elementari. C’è anche una certa componente di nostalgia canaglia che mi inquieta, ma l’indie val bene una messa.

La messa-indie comincia dal prete, quello vero, il leggendario Don Stefano che porta i jeans e la camiciona a quadretti, e al quale dei paramenti dell’indie-hipster bolognese mancano solo il cappello e la cravatta sottile. La mia BFF e suo marito (entrambi presenti) l’hanno conosciuto a un concerto dei Belle & Sebastian, ma dicono che lui frequenti anche gli Architecture in Helsinki e vada spesso al Covo – magari non il sabato sera ché la domenica ha da dir la messa alle otto di mattina – ed è stato lui a celebrare il rito del loro matrimonio, in chiesa, sulle note di “Bridge Over Troubled Water”, arrangiamento di Johnny Cash. E’ lui che ha organizzato il tutto, una mente aperta e ricettiva, una sensibilità alla musica da ventunesimo secolo, una roba che se la chiesa fosse tutta così il mondo sarebbe un posto migliore. Don Stefano entra in scena davanti all’altare con una serenità e una sicurezza da rock star: dietro di lui c’è il tabernacolo aperto e svuotato, e si vede che quel palco lì è il suo, he owns it, man.

Quando il prete-indie presenta Mark Kozelek – che io ricordavo coi capelloni che aveva in Almost Famous, piuttosto che com’è in tutte queste foto più recenti in cui sfoggia un’acconciatura da imprenditore di provincia, e lo sguardo sempre il meno possibile diretto verso la lente – l’indie-legend che arriva in persona è la cosa più lontana dall’indie-legend pubblicizzato nel poster che si possa immaginare. ‘Sembra più parroco lui del parroco’ (cit.): stivaletti eleganti, pantaloni grigio ferro con la piega in mezzo, maglione blu scuro, camicia bianca col colletto ripiegato all’interno del girocollo, una giacca da babbo che va in ufficio all’anagrafe comunale.

Noi centocinquanta indie-hipster che saremo rimaniamo in un silenzio religioso, compunto e inaspettato – il silenzio che ha preso la parte del normale frastuono pre-concerto nel momento in cui si entra in chiesa. (C’è anche gente che entrando si era fatta il segno della croce, ma poi si è accorta che come gesto non è molto indie e si è nascosta dietro al confessionale.) Lui in questo silenzio si toglie la giacca e si siede sulla sedia della canonica, comincia ad accordare una corda per una come se non gli fosse venuto in mente prima di fare un soundcheck, e la transizione tra accordatura dissonante e melodia ha la scioltezza di un ruscello che scorre e pian piano diventa fiume. Il concerto che segue sembra più una serata di musica classica che si trasforma in jazz e il jazz che diventa canzone quando trova le parole e quando le parole non ci arrivano ci pensano le mani. Quando le mani hanno finito di dire quel che hanno da dire si staccano dal legno della chitarra e basta, da strumenti che erano, tornano ad essere mani.

Le mani grandi di Mark Kozelek somigliano alle mani che mi hanno insegnato i primi arpeggi; le sue dita alle dita che aiutavano le mie dita dodicenni a prendere la posizione giusta per fare gli accordi con il barrè; i suoi polsi a quei polsi che mi sembravano tanto più flessibili dei miei, che facevano la dimostrazione pratica di come fosse possibile raggiungere una sesta o settima col pollice se tutte le altre dita erano impegnate. Ma l’eleganza e la delicatezza, la facilità con cui le sue mani, ali di aquila, producono questi suoni, la sua voce di vetro venato di acciaio inossidabile, queste non le ho mai viste né sentite da nessuna parte. Mi chiedo che diamine gli sarà successo nella vita a quest’uomo che sembra contemporaneamente così infrangibile e frammentario, per scrivere tutte queste canzoni tanto tristi.

Mark Kozelek parla un po’ col pubblico, ma con quella sua dizione un po’ strascicata, e il fatto che, come non guarda in faccia le macchine fotografiche, non parla neanche dritto dentro al microfono, si sente poco di ciò che mormora. Si capisce che è preoccupato perché siamo tutti così silenziosi, chiede se conosciamo le canzoni, se capiamo quello che dice, ma in pochi rispondono. Dice che è stanchissimo, ma è soprattutto timido, patologicamente timido, e molto nervoso. Comprensibile: tirar fuori questa roba che evidentemente ha dentro, spogliarsi così davanti a gente di cui non sa niente, e che neanche vede, non deve essere facile.

D’altro canto è difficile anche capire la soggezione che questa intimità confessionale dentro alle mura e al soffitto altissimo di una chiesa cattolica ti mette se in questi posti non ci sei cresciuto. Ho visto decine di concerti in chiese di altro genere – chiese protestanti, chiese evangeliche, chiese sconsacrate – e non ho mai visto un pubblico così serio, concentrato, quasi inibito. Provo a dirglielo che è un po’ il posto che incute timore, ma è difficile spiegarglielo chiaramente mentre lui è sul palco illuminato e io in piedi al buio in una delle alcove con la statua di una santa martire che mi guarda storta e l’obolo dell’offertorio vuoto. Lui ride per la prima volta: ‘cosa? La chiesa vi mette paura? Ma è solo una chiesa!’ Ricomincia a suonare pezzi dei Sun Kil Moon (“Glenn Tipton”, “Lost Verses”, “Heron Blue”, “Alesund”, “Third & Seneca”, “Half Moon Bay” tutte struggenti e immense), e persino la cover di “You Ain’t Got a Hold on Me”, ma per un po’ non parla più. Forse l’ho offeso? Temo un biblico fulmine dal cielo, o che i sacerdoti dell’indie sanciscano la mia scomunica. E invece miracolo: l’atmosfera si disinibisce un po’, il ghiaccio si scioglie, gli applausi diventano più coraggiosi, più consoni all’enorme emozione, un paio di urli in qua e in là, lui si tranquillizza un po’ e anzi fa le battutone:

‘Ieri ero a San Francisco. Ho fatto 20 ore di volo e avrei bisogno di una massaggiatrice. Ce n’è una in sala?’ (Mark Kozelek fa ammiccamenti sconci in chiesa! Cinque Ave Marie!**)

‘Come si mangia a Ginevra?’ (Chi gli risponde ‘great’ senza indugi ha palesemente capito ‘Genova’)

‘Qui a Bologna si mangia benissimo!’ (Eh).

Deve costargli un gran sforzo l’offrire la possibilità di richiedere canzoni. Gli chiedono praticamente solo pezzi dei Red House Painters, è evidentemente scocciato seppur ironico:

‘Ma come non vi piacciono le mie canzoni recenti? Well, fuck you guys!’ (Mark Kozelek ha detto vaffanculo in chiesa!)

Il fattore awkward non ci lascia mai del tutto, ma insomma alla fine, “Carry Me Ohio” e “Summer Dress” ce le concede (alleluia alleluia, osanna nell’alto dei cieli) e poi basta, son due ore e passa di slo-core introspettivo e direi che siamo a posto, è stato bellissimo così, emozionante e straniante. Fuori la notte è limpida, i campi coperti di brina, fa un freddo cane. Usciamo sul sagrato della chiesa e Mark Kozelek si lascia fare un paio di foto, senza mai guardare in faccia nessuno. Con quel berretto di lana e quel modo di fare nervoso sembra uscito da Qualcuno volò sul nido del cuculo, fa persino uno scatto nervoso quando una ragazza avvicinandosi gli tocca un braccio. Io cerco di fare conversazione ma non è molto ricettivo; mi firma il poster solo con MK.

Bonus tracks
*Che poi se vi doveste per caso appassionare al genere, a casa prima del concerto qualcuno ha tirato fuori questa roba (su le mani – a-ha, a-ha, yeah, uuh-uh, noi ggiòvani, uh yeah, predichiamo cristoh.)

**Gli è piaciuta la cosa del massaggio.

***Questa ve la metto qui e basta, fate un po’ voi: radio nazionale svedese intervista Mark Kozelek, or ‘si spiegano molte cose’ – 123

Top 10 Film 2010 – Byron

In ordine quasi casuale, i miei film preferiti (usciti nelle sale in GB nel 2010):
Bright Star (Jane Campion), Whip It (Drew Barrymore), A Single Man (Tom Ford), Un Prophète (Jacques Audiard), Exit Through the Gift Shop (Banksy), Over Your Cities Grass Will Grow (Sophie Fiennes), Soul Kitchen (Fatih Akin), Another Year (Mike Leigh), Kynodontas (Yorgos Lanthimos), The Social Network (David Fincher).

Mozione d’onore “ce l’hanno quasi fatta”: Scott Pilgrim mi ha divertita tanto lì per lì ma poi mi sono convinta che fosse un film “da maschi” e niente, così come mi era entrato nel cuore è evaporato. Da poco ho recuperato La Prima Cosa Bella, e signoreiddio, ho pianto come non piangevo al cinema da anni, ma poi pure lui, niente. Winter’s Bone mi è piaciuto ma è molto su un tono solo e dopo un iniziale entusiasmo potrebbe essere solo un onesto undicesimo. Carlos, molto bello ma ne ho visto solo la versione breve e non mi sento di qualificare un lavoro che ho visto a metà.

Invece Avatar dopo i primi 15 minuti a bocca aperta mi ha annoiata, Inception mi ha delusa, Up in the Air l’ho visto l’anno scorso, Toy Story 3 non l’ho ancora visto perché sono sposata con uno che non aveva ancora visto parte 1 e 2 quando è uscito al cinema. Che vi devo dire: a me sono piaciuti questi. Alcuni perché sono film importanti e seri, altri perché mi hanno molto divertita, alcuni perché mi hanno fatto un male cane, altri perché, volente o nolente, non mi sono più usciti dalla testa. Sono tutti film un po’ particolari, quasi nessuno straordinario, quasi nessuno davvero sconvolgente (ripensiamo un po’ a quando abbiamo visto Mulholland Drive o The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford, signori e signore, ecco a voi: sconvolgente). Sono film che parlano principalmente della cosa che più mi ha tenuta occupata quest’anno, la domanda “chi sono io, e in che mondo vivo?” Dei motivi precisi potrei parlare per ore, se interessano lasciate commenti e domande.

E a voi quali film sono piaciuti nel 2010?