And I call forks… food rakes. #portofluviale

L’altra sera avevo voglia di mangiarmi una pizza. Solitamente quando mi prende questo comunissimo bisogno estremo di carboidrati infornati, mozzarella filante e pomodoro, vado da Sforno. Perché ce l’ho vicino casa, perché la patate & pancetta come la fanno qui non ha rivali, perché tra i dolci c’è la crema al mascarpone e amaretti che è felicità da prendere a cucchiaiate e perché in generale secondo me è la pizza migliore con cui posso sopire l’allarme lieviti.

Però… càpita quel momento in cui l’abitudine non ti basta più, un momento in cui persino la tua comfort zone ti viene a noia e vuoi buttarti nel mare aperto delle possibilità, pronto a scoprire nuovi preferiti (un po’ meno a prendere la sòla, che poi solitamente arriva proprio in queste occasioni). Ho passato in rassegna il mio file excel mentale delle pizze di Roma che ancora non avevo addentato e m’è caduto l’occhio su Porto Fluviale.

Che non è una pizzeria. O meglio, non solo. O, meglio ancora, è più o meno tutto: bar, cocktail bar, trattoria, cicchetteria e, sì, anche pizzeria. Vi dico subito tutto quello che di buono c’è da sapere in alcuni pratici punti:

  • Il locale è carino e mantiene una certa atmosfera intima pure con la tentacolare offerta enogastronomica di cui parlavo poco fa. Ci sono i tavoli con le mattonelle di ceramica decorata, mattonelle bianche ai muri, mattonelle ovunque.
  • La Fluvi-ale alla spina viene 10 euro al litro (ma si può ordinarne anche solo un bicchiere da 0.20cl) ed è buona, beverina e con la pizza sta da dio.
  • Cose da ordinare extra-pizza: i cicchetti, ossia i quarti di porzione. Anche un quarto di piatto di pasta, per dire. Io che di solito sono indecisa tra tre, quattro (a volte cinque) primi mi sento a casa. Don’t miss polpette di bollito con senape.
  • I tortellini PPP, ossia Panna Prosciutto e Piselli. A me fanno quasi lo stesso effetto della ratatouille ad Anton Ego.
PPP.

PPP.

Effetto tortellino (più o meno)

Effetto tortellino (più o meno)

Ma io stavo parlando della pizza, giusto? A Roma solitamente prima della tonda è costume ordinare dei fritti: un’abitudine mai sentita in terra meneghina e che ho subito preso come ogni buona abitudine che si rispetti. Ecco, non so voi ma io se leggo “mozzarella in carrozza” sul menu poi non riesco a pensare ad altro. E la ordino sempre, pure se fuori ci sono 40° e mi sudano anche gli orecchini. Siccome quando si tratta di cose calde, filanti e croccanti la mia capacità di giudizio prende le ferie anticipate, ho ordinato anche la voce successiva: mozzarelline fritte (“Tanto le dividiamo”). Abbiamo finito? No. Per spezzare anche un arancino ‘nduja e cipolla rossa leggero leggero. Non l’ho fotografato, ma ve lo dico: è buono forte.

Fritto è bello.

Fritto è bello.

Morbida più che croccante, con tre strati di pane e una colonia estiva di alici nel mezzo, la mozza-in-carrozza di Porto Fluviale è soddisfacente e saporita. Il mio benchmark è la mozzarella croccante di Luce, quindi finché non l’avrete assaggiata il paragone non vi dirà nulla. Ad ogni modo in Scala Luce questa prende un solido sette e mezzo.

Eat your heart out, Mozzarelli Buitoni.

Eat your heart out, Mozzarelli Buitoni.

Vi aspettavate quelle mozzarelline tonde che solitamente vi rifilano nelle pizzerie al taglio e che nascondono un cuore di acqua salata e mozzarellosa della stessa temperatura del pomodorino di Fantozzi? Pure io, lo confesso. E invece questi bocconcini rappresentano tutto quello che di meraviglioso può celarsi dietro le parole “mozzarella fritta”.

18.000 gradi.

18.000 gradi.

Sì, ma la pizza? Prima di ordinarla chiedetevi una cosa: siete più il tipo da napoletana soffice e alta o da romana bassa e scrocchiarella? Quante volte vi siete trovati a combattere per scegliere la pizzeria adatta con amici della fazione opposta che pur di non mangiare la vostra tipologia preferita vi hanno sottoposto a ricatti morali degni di vostra madre? Qui accontentano tutti: se la volete romana scegliete romana, altrimenti napoletana. No problem.

Io ho scelto napoletana, perché dovendo ordinare una marinara mi sembrava più appropriata. Parto col dire che in vita mia non avevo mai ordinato una marinara prima d’ora, almeno non una tonda. Non essendo io Berlusconi (uno che tra le mille nefandezze della sua vita può contare anche l’aver fatto servire del pesto senz’aglio ai pranzi del G8 di Genova) si tratta di una cosa quantomeno insolita. La marinara poi è una di quelle pizze dove non ti puoi nascondere, perché gli ingredienti sono pochi ma buoni e non puoi seppellire tutto sotto una coltre di carciofini o prosciutti. Qui tutto è alla luce del sole e ha il sapore giusto: salsa di pomodoro dolce, origano e olio saporiti, aglio pungente ma contenuto. Anche la miele & gorgonzola si difende bene.

Classici & meno classici (ma comunque buoni).

Classici & meno classici (ma comunque buoni).

Il dolce è… una cheesecake. Forse vi ricorderete di lei per il ruolo della cheesecake cattiva nel mio primo post su Junkiepop. Quella col topping che sembrava uscito da una bottiglia e le sembianze di una panna cotta coi biscotti. Dato che una seconda chance non si nega a nessuno (figuriamoci ad un dolce), ho voluto provarla di nuovo.

Mirtilli alla riscossa.

Mirtilli alla riscossa.

La base è corretta e il topping stavolta è homemade: una salsa ai frutti rossi corposa e vivace. Il problema è ancora il cheese, cremoso il giusto, ma ancora troppo zuccherato e con un’aroma di limone spinto quasi al limite. E’ un dolce ben fatto e gustoso, ma come cheesecake… not so much.

Tutto sommato stavolta la sòla ha veleggiato altrove. Ora via verso altre pizze, in attesa di ritornare in questo approdo sicuro.

Porto Fluviale – via del Porto Fluviale 22, Roma.

Perché se non lo scrivo ora non lo scrivo più

quelle robe di stream of consciousness, non sono lucido, non voglio esserlo ma questo è solo un altro post su Bruce Springsteen, scritto senza pensare alla consecutio agli errori di ortografia, alle virgole. Come viene viene, come i cross al centro al campetto.

Il rock è una cosa il soul è un’altra il punk è un’altra ancora Springsteen li fa tutti e tre in un modo solo si capa le canzoni che gli vengono più incontro tra quelle non sue e ci si diverte come alle feste di compleanno. Tra tutte quelle soul sceglie quella che è probabilmente la più punk nell’approccio che è Shout. Un po’ anche perché era su Animal House.
Per me John Belushi era fan di Springsteen, degli Stooges e dei Sex Pistols. E forse di Marvin Gaye.
Incident on 57th street, perché alla fine è una cosa che hai sentito tante volte e in tanti modi diversi che una volta ti sembra anche giusto che la senti per te. Tutta per te.
Emiliano che parla di maschialità bromance perché con Giuliano su Incident appena inizia corriamo ad abbracciarci, il che è una cosa brutta da vedersi ma anche bella a suo modo. E gli abbracci diventano almeno una decina. Sudati, schifosi e puzzolenti ma belli.
La proposta di matrimonio sul palco, perché una ragazza tira su un cartello “se balli con me lui mi sposa”. Lui la tira su ci balla poi tira su lui che si inchina, le ragazze piangono tutte e oh, se fai la promessa davanti a Bruce Springsteen vale trenta volte di più che fatta davanti al Bambinello in persona.
NYC Serenade che era preparata dal pomeriggio ma chi se ne fotte è NYC Serenade e quando ti capita più, un po’ come il gol di Alenitchev contro la Fiorentina in dieci contro undici.
E poi Rosalita con Stevie che fa l’attore vero, altro che sui Soprano.
Poi c’è Summertime Blues e Stand on it ma lì andiamo indietro e quasi all’inizio perché quando il concerto inizia con Spirit in the night forse capisci e dici “è matto” “sta fuori” e “sta serata se la ricordamo”.
Fa Brilliant Disguise, la gemma di un disco che fa cacare tutti ma che io amo, e fa Lucky Town, perchè “il disco è una merda ma la canzone no” (che poi non è vero perché c’era pure If I should fall behind).
Dicevano piove piove piove, io ormai sono a prova di pleurite se si parla di Springsteen e alla fine non è venuto manco un goccio d’acqua.
Li inizi a vedere come una famiglia, “ma Suzie oggi che c’ha?” “Jakey però ammazza come prende il palco” che poi alla fine il nipote di Big Man sarebbe un grandissimo uomo da palco, anche vicino a Bruce, ma veste scarpe di un altro, scarpe grandi e indimenticabili. Non è colpa di nessuno ma così è.
Shout e Twist and shout che durano venti minuti in tutto. due canzoni che ne durerebbero 4 forse.
Tutti ballano tutti cantano e a me viene in mente non so perché ancora John Belushi, perché so che alle persone a cui vuoi bene anche se non le conosci in qualche modo pensi sempre anche nei momenti fichi come questo.
Springsteen che tira su un ragazzino di noi, uno di borgata con la maglietta di batman che canta “amueiteee ueite on a sanni deeeei”. Alla romana e il borgata pride è tutto lì, poco più giù della Togliatti tra i posti da cavallari e le trattorie di quart’ordine.
è il posto di Bruce, tutti i posti sono per la musica di Bruce anche le chiese.
E il parcheggio al ristorante che giustamente mette a disposizione il parcheggio e ti dice “v’aspetto col cocomero e a bira non je date soldi all’ippodromo”. Alla fine vendeva panino e bibita a 5 euro insieme, non è che per forza la gente debba incularti in qualche modo.
E poi senza tornare sul tempo che non è un dettaglio diciamo che sono 3 ore e 30 che passano così a vedere gente che strilla piange si abbraccia e rimane ancora senza parole di fronte a un sessantatreenne che se facciamo una partita di calcio dopo due ore ancora ha voglia di giocare mentre io stramazzo per terra.
E uno potrebbe dire “è una questione di quantità”, col cazzo è qualità e cuore e tutto. E che una cosa così, spero capiate non si vedrà mai mai mai mai più, davvero. Perché certe cose sono eventi unici e persone così sono persone che passano una volta ogni 60 anni.
Quelle persone che dopo tre ore e mezza hanno ancora il coraggio di mettersi lì con la chitarra acustica, fare Thunder Road e ammutolire 40000 persone. Che piangono tutte e finiscono per fare con la bocca il pianoforte che chiude tutto.
Cose che succedono una volta nella vita. Ve lo giuro, credetemi.

That’s good

Per i miracoli mettersi in fila

Dicono che non dovresti mai conoscere i tuoi idoli perché la delusione è garantita. Forse io sono stata fortunata perché nella mia vita diciamo da adulta consapevole, cioè dai 15 anni in poi (perché prima di allora c’erano Michael J. Fox, Tom Hanks, Bryan Adams e Freddie Mercury e non li contiamo, ok?) ho sempre avuto grandi passioni e infatuazioni più o meno serie per gente alla quale – per via del mio lavoro – mi sono ritrovata piuttosto vicina, e con la quale ho potuto intrattenere almeno una conversazione, se non addirittura arrivare a sviluppare un rapporto di amicizia, a volte anche relazioni sentimentali. In molti di questi casi – specialmente nel caso di attori e scrittori, direi – c’è da constatare che la sostanza è poca, ma delusioni grosse non ne ho avute. (Vigorose spremute di cuore sì, bisogna ammetterlo.)

Mantenere le aspettative a un livello gestibile non mi è stato troppo difficile. Io non credo al processo alchemico del talento, a quella cosa mistico-cosmica che dovrebbe trasformare una persona normale che si sveglia con la piega storta della federa del cuscino stampata in faccia, si fa un caffè e va al cesso come tutti gli esseri umani, in una specie di flauto magico attraverso il quale soffia il genio dell’Arte quando sale su un palco o si siede al suo scrittoio. Non ci credo perché sono atea e perché la trascendenza ha poco a che vedere con il mazzo tanto che gli artisti (o anche gli sportivi) che più ammiro si fanno quotidianamente per arrivare dove sono arrivati/e. Certo, una base di attitudine particolare ci deve essere, ma una volta che hai visto un attore fare gli esercizi di testo a casa, preparare le corde vocali, andare in palestra, allentare l’elastico della mascella per meglio adempiere alle richieste del pentametro giambico, c’è poco di sovrumano.

Eppure c’è gente che quando sale su un palco si trasforma in un qualcosa di più. Quando Bruce Springsteen sale su un palco con una chitarra in mano è difficile mettersi a pensare alle ore e ore che deve aver passato da ragazzino ossessivo a imparare a fare gli accordi, ai tagli e ai calli che ti crescono sulle dita quando cominci ad allenarti, alla tendinite e all’artrite che ti aspettano quando le falangi si disarticolano sempre più per arrivare a un paio di tasti più in là, allargando le ottave che riesci a comandare. Quando andai al mio primo concerto di Springsteen scrissi, da atea convinta, che la cosa più vicina a quell’esperienza doveva essere la festa di compleanno di dio. La mia conversione alla Chiesa di Springsteen la raccontavo qui. E in effetti, pur con tutto il Santommasismo che mi ritrovo, confesso che mi è difficile non vedere la mia adorazione completa di Springsteen, Bruce Frederick Joseph come una specie di fede. Che ha il suo credo (I believe in the love that you gave me, I believe in the faith that can save me, I believe in the hope and I pray that someday it may raise me), il suo paternoster (hey-ho rock’n’roll deliver me from nowhere), i suoi salmi che parlano di terre promesse e di sogni Americani, la formula per il matrimonio, per il divorzio, e per tutti i sacramenti.

Welcome to the Church of Springsteen

Con questo approccio la cosa che è più difficile da tenere in mente quando Bruce te lo ritrovi davanti un venerdì di ottobre sotto al ponte di Waterloo, se prima d’ora l’hai visto solo da lontano, o al massimo a un paio di metri di distanza in mezzo a una folla di 80000 persone passandogli un cartellone (ti guarda dritto negli occhi e ti chiede se sei tu quella che si sposa le settimana prossima, e se la canzone è per te – ti senti come se il sonar di una balena ti stesse facendo uno scan a ultrasuoni dell’anima e gli rispondi solo con un deciso “sì”, neanche in inglese), è che alla fine è un essere umano come te. I Wayfarers neri probabilmente ce li ha perché ha le occhiaie ed è sfatto dal jet lag (che si sa a venire in qua è molto peggio che a andare in là), non solo perché i flash dei paparazzi sono veramente abbaglianti. Quando lui arriva la gente applaude e parte il solito coro “Bruuuuce” – mi sorprende solo che non abbiamo automaticamente cominciato a fare “Oooooh oooooh ooooh oooh-oh” intonando Badlands come hanno fatto a Roma, ma si sa che i londinesi sono compìti, e dopo poco si tranquillizzano. A differenza di Roma non c’è tanta gente, e la security è rilassata, quella di Londra è una premiere intima, quasi segreta. Lui fa un gesto come a dire c’è posto per tutti, lasciate che i pargoli vengano a me, e scende una specie di silenzio trepidante. Si calma tutto tranne le mie mani, che mentre cerco di fare più foto possibili rendono il lavoro più difficile possibile all’autofocus della mia macchina fotografica. Stringo un pennarello, il catalogo di una mostra di foto di Eric Meola, e il mio cd di Darkness on the Edge of Town (i miei vinili – maledizione – sono a casa a Francoforte dove ho il giradischi).

Di fianco a me una ragazza gli passa un biglietto da 5 Euro e Bruce mi guarda e dice “is this legal? Can I sign this?” Io sorrido, non lo so, lui ghigna e le dice “ok, but don’t put it on eBay”. E a questo punto è il mio turno, ho un sorriso enorme stampato in faccia e non so cosa dire, la gioia è talmente tanta e lui è molto più basso e bello del previsto. “What have you got here?” Gli passo il catalogo che è pieno di foto di lui, tutte bellissime, che raccontano una storia di prima che io nascessi. Lo sfoglia, mi chiede cos’è; gli spiego che in Settembre qui a Londra c’è stata questa mostra delle foto che gli fece Eric Meola per la copertina di Darkness – la copertina che non fu, perché alla fine fu la faccia della celeberrima foto di Frank Stefanko, l’amico non professionista, a raccontare la storia della stanza di Candy, di quelli che vanno a fare le corse in macchina, di quelli che cercano disperatamente qualcosa nella notte al bordo dell’oceano su Kingsley Avenue (dove anche io mi sono persa cercando di trovare lo Stone Pony), e del suo papà assordato dalle macchine della fabbrica di plastica (la fabbrica maleodorante che ho visto a Freehold, New Jersey l’anno scorso, quando ho fatto il pellegrinaggio Springsteeniano). Sono tra le mie storie preferite.

Darkness cover

Autograph on the Edge of Town

Lui dice che non sapeva della mostra, mi chiede se mi è piaciuta, temo che mi esca dalla bocca un cosa vuoi che ti dica Bruce, sì o no? Se vuoi ti do anche il PIN del mio bancomat, un rene, un figlio, tieni, prendi tutto ciò che vuoi. Invece lo guardo, sorrido, sono calma, non mi sembra neanche vero – poi mi chiede se voglio che firmi anche Darkness perché ce l’ho in mano, e io certo, e poi respiro e dico grazie. No, grazie davvero, sai, grazie perché l’anno scorso a Roma hai suonato la mia canzone. Davvero, fa lui, e che canzone era? Era I’m on Fire, il cartello diceva che mi sposavo la settimana dopo – ah, fa lui, il cartello non me lo ricordo, ma che abbiamo suonato la canzone sì. La paralisi dei muscoli facciali ora è accompagnata da un’emozione profondissima ma anche da una grande tranquillità, il tempo si è fermato e mi sembra che potrei parlare con lui per un’eternità e che sarebbe sempre così gentile. “So, how’s the marriage thing working out for you?” mi riporta in terra, e gli rispondo che va tutto benissimo, che siamo ancora sposati e ci amiamo tantissimo. E lui, serio, dice solo “That’s important. That’s good.” Queste sono le cose serie, capito. Gli chiedo se possiamo fare una foto insieme e lui mi guarda e sorride e annuisce e dice “if you can figure it out…” – la mia mano destra trema e non riesco a pensare che sarebbe meglio passare la macchina a qualcuno lì di fianco a me, e che ho ancora lo zoom da prima quando cercavo di fargli un primo piano. Allungo un braccio con l’obiettivo rivolto verso di me, e Bruce mi dice guarda che devi venire più vicino perché così non ci si vede tutti e due. Mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé. Scatto. “Fa’ vedere,” dice, e attraverso gli occhiali scuri non so cosa veda in realtà ma mi dice “I like that. That’s good.”

Prove inconfutabili dell'esistenza di dio. No, cioè, dell'uomo.

That’s good è una cosa che Bruce dice spesso, e davvero non riesco a pensare a un’altra frase che possa rappresentarlo meglio. Perché semplicemente è buono sapere che quando metti tanta fiducia, rispetto, e una specie di forma adolescenziale di amor cortese in un uomo che molto probabilmente non saprà neanche che esisti, tutta questa fede non è mal posta. Ma anche che sia un gran bene che quello che hai davanti sia un essere umano e non una divinità, uno che capisce la tua emozione ed è capace di comportarsi con te come un equivalente essere umano. Che risponde a quello che dici e fai, e che ti fa sentire come se in quel momento le altre duecento persone lì non contassero perché la sua attenzione è per te. Capisci che quello che vedi sul palco è carne e ossa, e che per la magia e il momento della consacrazione l’ingrediente fondamentale sei tu – che è un po’ la cosa che dice qualche ora più tardi, quando invece di andare via dopo la proiezione stampa Bruce rimane al cinema e torna dentro per presentare la proiezione per i comuni mortali. Che sono la cosa più importante, dice, i fan, la conversazione che ho avuto con voi dall’inizio fino ad oggi, voi che mi avete ascoltato e che avete risposto a quel che avevo da dire mentre cercavo di avvicinarmi a capire chi sono.

Mi hanno detto alcuni che avevano i posti in fondo che a circa venti minuti dalla fine Bruce è rientrato nel cinema e si è seduto a guardare il film – che era il documentario The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town. Quando lo vedrete (e vedetelo anche se non siete fans, perché è un bellissimo film musicale, e un grande documentario sulla creatività), vedrete più o meno questo:

Chissà che effetto deve fare rivedersi com’eri a ventisette anni, posseduto da una mania che non è perfezionismo, ma desiderio furioso di essere capito, e terrore di essere frainteso. Vedersi magrissimo e stanco in cima ad una collina con in mano tutto quel che hai, con addosso il peso di aver capito che scappare da ciò che ti spaventa non è possibile, che l’oscurità ai margini della città va guardata dritta, affrontata, compresa e incassata. Chissà come deve essere guardarsi nel passato ed essere in grado oggi di avere questa onestà:

My music was a tool for detective work. At some point I think that’s why the records took a long time, I identified with music so deeply… And I’m still so deeply connected to my work that the questions that I tried to answer at 27: who am I? Where do I belong? What’s it mean to be working? What’s possible to address as a musician? What does it mean to be an American? What does it mean to be a son? A friend, you know? Later on, a father? These are all things that I felt driven to search through the mysteries of in my music.

I don’t know if it was a choice. I think in the end very often your stories choose you, rather than you choosing your stories. 

 

And I think as a young man I had so much confusion that this was my way to try and resolve and repair. All artists are repairers: make some movies, paint a picture, write a book, write a song – it’s repairing  work.

 

And that was how I thought of my craft. *

 

Chissà se ci si sente orgogliosi o imbarazzati quando la tua musica fa da colonna sonora alle vite di tante persone tutte diverse tra loro, e queste persone quando le incontri ti ringraziano per cose di cui non sai quasi niente. Non riesco a immaginare che cosa penserà Bruce Springsteen quando si ritrova davanti ragazze con l’espressione di Bernadette davanti alla madonna, uomini grandi e grossi con tatuaggi tamarri della sua faccia sui bicipiti pompati che gli porgono un pennarello con gli occhi lucidi e la lacrima pronta, bambini accompagnati da genitori che sperano nel contagio genetico del contatto con il Boss e li mandano col cartellone che al concerto non aveva suonato a farselo firmare “to Mom, Bruce Springsteen.”

Ma c’erano professionisti delle star, ministri, ex direttori generali della BBC, scrittori in erba, scrittori affermati, comici Gallesi sfigati, un Ragazzo Disegnato Male, e davanti a Bruce Springsteen la settimana scorsa tutti avevano la stessa faccia delle grandi occasioni che avevo io. Lui ha firmato qualsiasi cosa (tranne un biglietto FFSS di una cretina Italiana che è arrivata attratta dal tappeto rosso come un torello alla corrida, e ha commentato: “ah, Bruce Springsteen a me non piace, ma è famoso, dai prendiamo l’autografo” e ovviamente non è stata fatta passare da nessuno), ha parlato con un sacco di gente, stretto mani, fatto sorrisi che avevano tutta la parvenza di essere genuini con una generosità e una calma straordinarie.

Forse la cosa sta non tanto nello scegliere le proprie ossessioni con certezza, ma nella fortuna di essere ossessionati da cose in cui vale la pena credere. Se i tuoi idoli sono esseri umani è tutto molto più a portata di mano. E’ molto più facile non rimanere delusi. E’ molto più facile credere in questo con tutta la follia che la cosa richiede. E’ molto più facile vedere le prove inconfutabili dell’esistenza dell’uomo – and that’s good.

E Springsteen vide che era cosa buona

P.S.: Qui c’è Emiliano che vi racconta l’apparizione di Springsteen alla Festa del Cinema di Roma. Quello che Emiliano non dice è che l’odore di Bruce Springsteen non è odore di autoabbronzante o di profumi burini tipo CK One. Springsteen profuma di uomo buono e pulito, con retrogusto di giacca di pelle, ha le rughe e la barba grigia e non usa il gel. (Non scherzerete mica, questa cosa mi preoccupava tantissimo.) E che comunque la sua abbronzatura è stata ben più color Venditti in certi altri momenti di quanto non fosse la settimana scorsa. Ma forse tra Londra e Roma si è fatto una lampada, non saprei.

P.P.S: Qui c’è The Promise, cha dà il titolo al nuovo/vecchio album di outtakes di Darkness – una canzone che se siete di quelli che Thunder Road è LA canzone, questo è il seguito. E’ seconda solo a Racing in the Street nella lista di cose che mi fanno versare fiumi di lacrime.