Guida del Mondiale 2014 – 4^ parte

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Ultima parte della guida del Mondiale. Chiudiamo con un omaggio alla nazionale statunitense e al grande escluso Landon Donovan, ma soprattutto alla sua ex moglie Bianca Kajlich, attrice ora impegnata in “Undateable”(comedy guardabile ma che non credo arriverà alla seconda stagione), e che forse qualcuno ricorderà in “Rules of Engagement”.

Gruppo G – Germania, Portogallo, Ghana, Stati Uniti

Il gruppo G è la dimostrazione di quanto il sorteggio della fase finale dei Mondiali sia concepito male. Germania, Portogallo, Ghana e Stati Uniti: potrebbero tranquillamente essere la quattro semifinaliste, e sapere che due non giocheranno neanche gli ottavi è un grande dispiacere per gli amanti di calcio. La delusione nasce dal fatto che tutte e quattro giocano bene, sono gestite con professionalità e hanno giocatori di grande qualità. I tedeschi sono formidabili anche senza Mario Gomez e quindi un vero ricambio per Klose come attaccante centrale nel 4-2-3-1 di Loew. Qualche giocatore arriva all’appuntamento in condizioni fisiche da testare ma la rosa è veramente di primissimo piano. Più rischioso è l’atteggiamento per niente speculativo della Germania, che paga spesso dazio contro squadre smaliziate e disposte anche a giocare male. Il Portogallo soffre e gode del talento di Cristiano Rolando, salvezza e allo stesso tempo maledizione della squadra di Paulo Bento. Al giocatore del Real Madrid ci si affida come a un rabdomante nel deserto e spesso questo fa spostare l’attenzione sulle sue giocate più che sulle manovre corali di una rosa che avrebbe anche una certa varietà di soluzioni. Io vedo i lusitani come degli eterni incompiuti, con tanta qualità, e vittime dell’incapacità di trovare quell’ingrediente segreto necessario in competizioni così raccolte. Poi c’è il Ghana, che è di fatto una nazionale europea. Mi sembra che solo uno dei tre portieri giochi nel campionato ghanese e che quasi tutti siano al soldo di grandi squadre. Questa è la prova del valore della rosa, che ora beneficia nuovamente di Kevin Prince Boateng, tornato a vestire la maglia delle Stelle Nere dopo uno iato di  due anni. E quindi gli Stati Uniti, che stanno completando la propria formazione calcistica e presto verranno a prendere anche questo sport. Sono sulla buona strada e, anche se il girone proibitivo, non sfigureranno anche in questa edizione. La rosa nasce dal giusto compromesso tra giocatori impegnati all’estero e altri impegnati nel campionato a stelle e strisce, gestiti quasi come un club da Klinsmann, che ha finora ha fatto un ottimo lavoro. Passano Germania (che potrebbe vincere il Mondiale) e (spero) gli States. (Schachner)

Gruppo H – Russia, Belgio, Corea del Sud, Algeria

Sempre e comunque anti Capello, nella storia del calcio il più detestato da me, seguito a ruota da Marcello Lippi e Pippo Inzaghi. Ha trovato il suo paradiso in Russia dopo il quasi-flop in Sudafrica con l’Inghilterra (e per gli inglesi quasi meglio l’annessione al Galles che perdere in quel modo con la Germania) e le voci di suoi ex calciatori che ne tracciano un profilo da despota affamatore di giocatori in ritiro: un incrocio tra Eymerich e un venditore Mediolanum. Nella sua Russia ci sono giocatori che amo tantissimo, Dzagoev su tutti. E’ un po’ la squadra punto interrogativo tra le pseudo grandi del mondiale: tutti i convocati vengono dal campionato russo e si giocherà in Brasile, dove il fattore climatico conterà un minimo; dall’altro lato della medaglia, nel girone di qualificazione sono arrivati sopra al Portogallo e segnando gol a carrettate. Quindi mistero. Per me rischiano di essere una mina vagante sotto l’etichetta del “calcio angoscia”. L’Algeria gira tutta intorno a Feghouli e a conoscenze del campionato italiano come Ghoulam e Taider, ma per il resto poca, pochissima roba. Esattamente come la Corea del Sud, che viene a giocare il girone con l’idea di prendere punti se pareggia con gli africani. Infine il Belgio, che rischia seriamente di essere la vera outsider per il ruolo di semifinalista. Centrocampo fortissimo con Witsel, Fellaini, Hazard e Dembele, davanti Mertens, Lukaku e Mirallas fanno paura. Insomma, una nazionale che può permettersi di lasciare a casa Nainggolan sicuramente andrà avanti, e probabilmente da prima del girone. E, se confermerà quanto fatto finora, sarà molto più “squadra” di tutte le avversarie che potrebbe incontrare sul proprio cammino. Ho idea che siano la Coppa del mondo ideale per lanciare definitivamente il Belgio nel gotha delle squadre nazionali mondiali. Passano Belgio e Russia. (GiorgioP)

Come si fa a leggere Guerra e Pace?

In caso di morte di Tumblr infrangere il vetro

Dio è morto, Tumblr è morto, e anche io non mi sento tanto bene. No, sul serio. Tumblr è fuori servizio da ventiquattr’ore e c’è gente che non sa che fare. Per la disperazione oggi ho persino lavorato senza interruzioni, fate voi. Nel caso però non abbiate davvero un accidenti da fare senza Tumblr, ho pensato di darvi un suggerimento. Leggete Guerra e Pace. Seriously? Fuck yeah. Intanto ve lo dico, io Guerra e Pace l’ho già letto una volta dieci anni fa, e in questo momento sono a metà della seconda. Fidatevi ché ne vale la pena. Vi spiego come si fa in cinque punti.

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Peso della cultura - lordo (photo by Jill Clardy)

1. Per leggere un romanzo del genere è importante avere a disposizione dei blocchi prolungati di tempo, e uno spazio comodo e confortevole. Non è un libro che si può leggere in metro la mattina perché pesa tipo due chili e mezzo e dura 980 pagine nell’edizione scrausa inglese che ho letto per prima, e 1290 in quella ottima che sto leggendo adesso (per i motivi di tale differenza vedere punto 2). Ma le vacanze di Natale sono alle porte e sono il momento ideale, specie se fuori fa freddo e nevica e potete meglio immedesimarvi nella Russia totale (e appunto, se Tumblr non lo rianimano, pace all’anima sua). Non solo, ma impegnarsi in una lettura del genere è un’ottima strategia di prevenzione contro la tradizionale lite famigliare o la noia del pomeriggio pancia-piena-e-cervello-ebbro. Spiegate la situazione alla nonna mezza sorda, e al cugino Tobia che vuole che gli costruiate il set LEGO Technik che gli avete regalato, oppure nascondetevi in camera a leggere: la famiglia reagirà o con grande irritazione (ma a questo punto sarete già ben distanti) o con l’ammirazione che si riserva ai grandi scalatori, intellettuali, o vincitori di mondiali. State per affrontare un’impresa. Tempo di arrivare a Santo Stefano sarete già presissimi dalle vicende, e potrete tranquillamente mandate vostro fratello/sorella a cambiare i regali indesiderati il 27. Se per caso vi mancano il caos e il frastuono della pazza folla che assalta gli straordinari saldi post-natalizi, potrete tranquillamente rifarvi coi cannoni e gli attacchi degli ussari armati contro Napoleone.

2. La scelta della traduzione è fondamentale. Io l’ho letto in inglese entrambe le volte ma in due traduzioni diverse (la prima, scrausa, pesantemente tagliata e volgarmente ridotta, e la seconda, magistrale, annotata, e onnicomprensiva), e garantisco che il libro che ricordo non è il libro che sto leggendo (in senso positivo, intendo). Naturalmente diverse traduzioni risultano in diverse versioni del libro (persino la traduzione più perfetta non è una copia, è sempre un’interpretazione). Ce ne sono alcune molto fedeli allo stile di Tolstoy che di conseguenza sono meno letterarie e liriche, ma che senza dubbio io preferisco: riprendono il suo uso eccentrico delle ripetizioni, l’ironia molto velata, e l’osservazione critica dei personaggi. Tolstoy è un genio della similitudine e della freddura, e della descrizione breve ed efficace (famosissima la descrizione dell’opportunista Boris, che “sorrise con cautela, in modo che il suo sorriso potesse essere compreso al tempo stesso come una presa in giro o come un’approvazione della battuta, dipendentemente da chi lo interpretava”). A quanto pare una traduzione italiana buona è quella recente della Garzanti, che però ha il francese tradotto, e io sono pignola e vi direi che non si fa, ma capisco che non tutti abbiano voglia di leggersi pure i pezzi di dialogo e lettere in francese, anche se Tolstoy li ha scritti così. Eh sì, ci sono pezzi anche in tedesco – questi più per showing-off che altro – ma i pezzi in francese hanno un senso molto preciso: la nobiltà russa non parlava in russo davanti alla servitù per non farsi comprendere e quindi mantenere un’aria di superiorità. I personaggi che si ostinano ad andare avanti col francese lo fanno principalmente per convenzione sociale, ma Tolstoy usa le due lingue per dimostrare l’arroganza di certi personaggi, o l’umiltà di altri. Per esempio, l’eroe del romanzo, Pierre, usa il russo abitualmente nella maggior parte dei suoi dialoghi nonostante sia cresciuto in Francia. Questo perché è cresciuto nel periodo progressista della rivoluzione francese, e crede nell’uguaglianza tra le classi sociali, quindi non ritiene di doversi dimostrare superiore a nessuno, nemmeno alla servitù. Non vi sorprenderà scoprire che Pierre è uno dei primi a liberare i servi della gleba che vivono nelle sue proprietà terriere, diventando una specie di proto-rivoluzionario russo (nonché il mio personaggio preferito – inserire fitta lancinante di Bovarismo).

3. I personaggi hanno in genere un minimo di tre nomi, alcuni ne hanno sette o otto. E’ una necessità del mondo che Tolstoy rappresenta. Il primo nome è il nome di battesimo (es.: Nikolay), il secondo nome è il patronimico, ovvero il nome del padre declinato al maschile o al femminile a seconda del genere del personaggio in questione (il padre di Nikolay si chiama Ilya, e quindi Nikolay fa Ilyich di secondo nome; sua sorella Natalya fa Ilynichna); il terzo è il cognome, anche quello declinato (Rostov – quindi Nikolay Ilych Rostov, o Natalya Ilynichna Rostova). Poi in genere ci sono i titoli nobiliari – principalmente Conti e Principi – e i terribili soprannomi russi: Nikolay può essere chiamato Nikolushka, Nikolenka, Kolya, Nicolas, Coco; Natalya è a volte Natasha, a volte Natalie (sempre per il discorso del francese parlato in pubblico).  Insomma un casino. Le fortune sono due: uno, il fatto che i soprannomi sono usati solo da persone con gradi di parentela molto vicini, spasimanti, fidanzati (ma non tra mariti/mogli, nel qual caso è molto più tradizionale che la moglie si riferisca al marito con nome e patronimico, o col titolo nobiliare, a seconda del caso – insert feminist rant against patriarchy here), quindi se non altro se si sa chi sta parlando si dovrebbe capire a chi la persona si riferisce. Esempio: mettiamo che ci siano due personaggi che si chiamano Nikolay, e un altro personaggio, diciamo Natasha, parla di entrambi. In questo caso Natasha parlerà di suo fratello Nikolay come Nikolay, o usando un soprannome/diminutivo, mentre parlerà dell’altro con nome e patronimico, o titolo e nome, o titolo e cognome, ma non come “Nikolay”. Chiamare un personaggio con il nome o il soprannome sbagliato può indicare ironia, mancanza di rispetto, insulto. Per esempio il Pierre di cui sopra (il cui nome completo è Pyotr Kyrillovich Bezukhov) viene chiamato e presentato semplicemente come Pierre perché è il figlio bastardo del Conte Bezukhov. Appena le sue circostanze cambiano, cambia il modo in cui gli altri personaggi si rivolgono o riferiscono a lui: chi continua a chiamarlo Pierre lo fa per affetto (Natasha è una di questi, Andrey pure) o per insulto perché non vuole riconoscere il suo cambiamento di status. Pierre stesso è restio a farsi chiamare Conte Bezukhov sempre per il discorso di prima -liberté, égalité, fraternité, etc, ma in alta società l’infrazione delle regole indica sempre un riposizionamento dello status quo del personaggio.

L’altro grande aiuto è che Tolstoy, che non era precisamente un cretino, e che sapeva che il libro era pubblicato in capitoli settimanali sui giornali letterari dell’epoca (e che quindi nessuno aveva il lusso di leggere dall’inizio alla fine come noi, ma si doveva aspettare con la bava alla bocca come per le nuove puntate di Mad Men) è molto bravo a ricordarti chi è chi ogni volta che è necessario. E comunque che in tutte le buone edizioni di Guerra e Pace c’è un’utile lista dei personaggi con tutti i nomi, patronimici, soprannomi e alberi genealogici, e anche un simpatico breve riassunto all’inizio di ogni capitolo.

4. Date un volto conosciuto ai personaggi per tenerli bene in mente quando non sono in scena per duecento pagine o giù di lì. Per me il Principe Andrey ha la faccia di Hugh Jackman, Anatole Kuragin quella di Ralph Fiennes e Boris Drubestoky quella di Matt Damon. Natasha è Winona Ryder del periodo glorioso, Hélène potrebbe anche essere Christina Hendricks (ma senza il cervello, la battuta pronta e la simpatia). I danni grossi qui li fanno certe robe tipo lo sceneggiatone co-prodotto dalla RAI, che cercano di metterti in mente che Alessio Boni è il Principe Andrey, anche se sembra piuttosto Stanis LaRochelle nella parte di Ridge Forrester (provare per credere), Violante Placido interpreta Hélène con tutta la sua arte di “cagna pure in foto”, e Alexander Beyer, poveretto, fa di tutto per dar vita a un Pierre che sembra scritto con “F4 basito” da gente che del romanzo non ha neanche finito il Bignami. Smarmella tutto, daidaidai, la locura, è arrivato il papa nero, lasciate stare. Versioni cinematografiche buone e consigliabili di Guerra e Pace non esistono. No, dai, quella con Audrey Hepburn e Henry Fonda non si può vedere. Quella classica del periodo Breshnev, diretta da Sergei Bondarchuk, è un eccentrico capitolo del Guinness dei Primati per la più vasta scena di battaglia mai girata per il cinema, ma anche per numero di comparse, e di cavalli morti durante le riprese. C’è un grande senso epico che sicuramente è parte fondamentale del romanzo, ma che è spesso stravolto in nome dell’ideologia: in tutto e per tutto è un film che ha la posizione politica dei grandi progetti educativi/culturali del tardo-Soviet, invece che quelli di Tolstoy. In più tutti gli interpreti sono vecchissimi e stonano di brutto con i personaggi (nella tradizione teatrale russa gli attori giovani interpretavano parti minori, e i grandi vecchi le parti principali, indipendentemente dall’età del personaggio – ci sono attori russi che hanno continuato a recitare la parte del Romeo di Shakespeare fino a più di cinquant’anni suonati, proprio una bella roba a vedersi – NOT). Insomma, il film giratevelo da soli. (Io ne vidi una versione teatrale devastantemente bella fatta dalla compagnia Shared Experience a Londra, ma non credo che la cosa sarà mai ripresa in mano, anche se Peter Stein magari dovrebbe, quando gli passa la fase Dostoevsky. E mettete Fabrizio Gifuni a fare Pierre prima che invecchi troppo, vi prego.)

5. Se siete arrivati fin qui vi voglio un bene che non ve l’immaginate. Mi sembra anche legittimo chiedersi: ma perché dovrei leggere Guerra e Pace, specie se per caso visto che Tumblr si riprende è ripreso? Perché è un libro che passa dalla meditazione filosofica al romanticismo più struggente, e, come dicevo altrove, è scritto da uno che praticamente ha inventato l’epifania di Joyce e anche la bromance moderna (presto, fatemi una maglietta con scritto “I ship Andrey/Pierre”). E’ un libro di storia fatta dagli individui, sia vittime che carnefici, e di Storia fatta dai grossi movimenti inesorabili, ma anche da piccoli e delicatissimi passi di danza. E’ un libro che non è solo un libro ma un mondo, una vita parallela per te che lo leggi e per le centinaia di altre persone, tutte particolari, che ti dà l’opportunità di incontrare. Alcune somigliano a certi personaggi importanti della tua vita, altre speri di non incrociarle mai, né in guerra né tantomeno in pace. E’ un viaggio nel tempo e nello spazio tra la Russia del 1805 e il posto in cui ti siedi a leggere.

Jonathan Franzen dice che si è ispirato a Guerra e Pace per il suo ultimo libro (Caro Babbo Natale, lo so che ti ho già chiesto la Lomo e il cofanetto di Springsteen e gli stivali nuovi, ma mi regaleresti anche Freedom di Franzen? Prometto che farò la bravissima e che non mi arrabbierò quando gli studenti consegnano i compiti in ritardo, o quando il marito non aggiusta quella stronza perdita nella vasca da bagno. Grazie, e tanti saluti a tutti gli elfi e le renne). Dice Franzen che leggere Guerra e Pace è:

un’esperienza che ogni lettore dovrebbe fare una volta nella vita. Lo scopo [della mia ispirazione a Guerra e Pace per la scrittura di Freedom] è di avere un libro che non si può finire tutto in una serata, ma di leggere qualcosa che si prenda il tempo di  una serie di giorni, e che vuoi che non finisca mai. L’idea è di respingere questa cultura elettronica fatta di piccoli frammenti di informazione che ti bombardano e gratificano ogni cinque secondi. Per questo Guerra e Pace è per me un modello. E tutti i romanzi del XIX secolo in generale sono modelli per un diverso tipo di tempo per pensare e sentire in un modo forse più lento, ma spero anche più intenso.”

Ecco per me il tempo prolungato che si passa in questo mondo così diverso, in questa narrativa profonda e mastodontica, in quest’epica seria ma leggera è così: più lento ma più intenso. La neve cade fuori, il ghiaccio lentamente si consolida e io leggo, come certa gente cammina, altra suona, altra ricama. Il tempo si dilata, le parole ti trasportano un po’ via di qui. Quando si torna è come arrivare a casa da una festa dopo balli e vodka, coi piedi gonfi, il cuore pieno e la mente ubriaca, una piccola cotta, una discussione seria con un vecchio amico, stanchissimi ma contenti.