Anonymous: you never know with the Tudors

A scuola ti hanno insegnato che William Shakespeare era un attore di Stratford-upon-Avon che si è trasferito a Londra, ha scritto almeno 37 commedie, e poi è tornato a Stratford. Anche a me. Però, ecco, c’è gente che non ci crede. Le motivazioni sono lunghe, complesse e tediose ma, se interessa, un riassuntino con opinioni forti e giuste lo trovi qui, e qui c’è tutta la cosa spiegata in maniera ufficiale. Ma facciamo un breve sondaggio:

Alla fine chi se ne frega, quello che conta al cinema è una bella storia ben raccontata, plausibile o no, poco c’entra. Roland Emmerich su questa storia ci ha fatto un film che si chiama Anonymous e che esce tra un paio di settimane. Come tanti film di Roland Emmerich, Anonymous è fatto apposta per il pubblico d’inizio secolo (il ventunesimo), un pubblico molto più pronto ad applicare teorie di complotto che il rasoio di Occam a qualsiasi storia si racconti. Quindi puoi credere alla storia inventata più complessa e intrigante – amore! Potere! Sesso! Dire! Fare! Baciare! Lettera! Testamento! – o puoi credere a quella più semplice, né più né meno documentata con prove concrete di quella di Dante, per esempio. (Sempre che tu creda all’esistenza di Dante, e non che – TADAA! – il figlio illegittimo di Cecco Angiolieri e Beatrice abbia scritto La divina Commedia spacciandosi per Dante. Who was this Dante guy anyway?)

I am Shakespeare

Per quanto mi riguarda, credo che l’autore delle opere di William Shakespeare sia William Shakespeare. Che fosse un attore, un puttaniere, un padre di famiglia, un figlio di guantaio, uno che ha rubato sei cervi dal giardino del re, mi interessa molto poco. (Basta che davvero non fosse Joseph Fiennes.) Mi interessa anche pochissimo dello Shakespeare caposaldo del canone letterario occidentale, dello Shakespeare tradotto in tutte le lingue del mondo (anche più della Bibbia), e dello Shakespeare santo patrono del merchandising e del turismo del Warwickshire. Sinceramente, a me, che le commedie di Shakespeare le abbia scritte un contadino di Stratford-upon-Avon o l’arciduca di So-ben-io, non cambia niente.

No, I am Shakespeare

Indipendentemente quindi dal presupposto del film, che è condivisibile o meno (e che comporta certe implicazioni non da poco: gli anti-Stratfordiani sono accusati di classismo, e intellettualismo – che in Gran Bretagna è un’accusa peggiore della pedofilia – gli Stratfordiani di nazionalismo, fascismo, forse anche di pedofilia), si rimane con una storia di fantasia ambientata in un periodo storico che però – e questa è una cosa importantissima da dire di Anonymous – è visto e presentato interamente attraverso uno sguardo contemporaneo. Nel film l’approccio all’idea dell’Autore è moderno, quasi post-moderno o post-post-moderno (è un tentativo di far risorgere un Autore ormai morto e sepolto da secoli di autopsie critiche); l’approccio all’idea di teatro filmato è moderno, quasi post-moderno (nel suo tentativo di far passare il teatro per un serio pericolo a livello politico, un’idea che è una fantasia ricorrente della critica, una delle più perverse); soprattutto è l’idea dell’ipotesi di complotto ai danni del genio e dei sentimenti a essere moderna (questa non è post-moderna, è una cosa inventata dai poeti Romantici con la R maiuscola, ma non escludo che forse anche loro l’hanno scopiazzata da qualche altra parte). Insomma, Anonymous è un pasticcio prepostero in tanti sensi.

No, I am Shakespeare

[Segue paragrafo pignolo che si può anche saltare.] Ci sono tanti di quei problemi a livello di autenticità minima del setting che non so da dove cominciare. Mi rendo conto che siano cose che danno fastidio solo a uno spettatore con conoscenza dell’argomento, ma insomma la polizia e l’esercito non esistevano ai tempi di Elisabetta I quindi è difficile che fossero spediti a soffocare rivolte di pezzenti in strada, peraltro sprecando preziosissima polvere da sparo; la costruzione e l’assemblaggio dei vestiti delle donne sicuramente non avrebbe permesso a Elisabetta I di sedersi per terra a contemplare il futuro del regno come una bambola di porcellana afflitta da senilità; Christopher Marlowe è morto per una coltellata in faccia e non sgozzato; Ben Jonson è stato in prigione per aver sparato a un uomo in un duello, non solo per problemi di censura dei suoi scritti; probabilmente nessuno diceva ‘by the beard’ (poffarbacco) con questa frequenza; la tragedia messa in piedi per aiutare la rivolta di Essex era Riccardo II e non Riccardo III; la datazione della scrittura, stampa e produzione delle commedie di Shakespeare presentata nel film non c’entra una benemerita fava con le prove storiche esistenti, solide e piuttosto inconfutabili; la rappresentazione del teatro elisabettiano nel film (in particolar modo lo stile della recitazione, l’interesse del pubblico verso ciò che succede in scena) sputa in faccia a tutto quello che ne abbiamo dedotto finora studiando accuratamente l’evidenza. [Ok, la pianto col siparietto pignolo. Continua pure a leggere.]

No, I am Shakespeare

Ma quindi? E’ per questi motivi che Anonymous è un po’ una vaccata? No. Gli stessi problemi esistono in Shakespeare in Love, Elizabeth, nel Falstaff di Welles, o in qualsiasi altro film basato su un qualsiasi periodo storico (sento la voce di Johnny Palomba che dice ma che davéro voi ve penzate che quelli aspettavano a Gwyneth Paltrow pe fa Romeo e Giulietta?). I problemi veri – che sono problemi non di filologia ma di cinema – sono altri. Cominciamo per esempio dai credits, che sono stati fatti con Word – e già uno dice con tutti soldi che avranno speso per affittare gli studios di Babelsberg e a spalmare tutto quel CGI potevano sforzarsi a scaricarsi un font tipo 1543 Humane Jenson, almeno sarebbe stato coerente con la parvenza di periodo storico.

Manoscritto originale, prova inconfutabile

La trama potrebbe anche essere avvincente (è la trama di una commedia Shakespeariana, si può dire?) ma la narrazione è pessima: si passa da cinque anni prima, a tre anni dopo, a dieci giorni fa, a c’era una volta nell’Inghilterra elisabettiana, a improvvisamente l’estate scorsa. Duchi di qua, duchi di là, duchi di su, duchi di giù: beato chi distingue Henry Wriothesley da Robert Devereux (che non è Joseph Fiennes, altrimenti avrebbe confuso ancora di più). Ma poi seduta di fianco a me al cinema c’era gente che non aveva capito che Joely Richardson e Vanessa Redgrave interpretassero la stessa regina, come se di Elisabette I ce ne fossero tante. O forse era tutta una strategia di Emmerich per dire che Elisabetta I aveva i sosia come Saddam Hussein. (9/11 was an inside job. L’atterraggio sulla luna non è mai successo. Elvis vive.)

La regia vabbè, Emmerich è sempre lui: riprese aeree su New York (ehm, sì) e Londra, neve che fiocca come proiettili, esplosioni, CGI come se piovesse, combattimenti tra cani e orsi – bang, crash, whoo. Le scene sono costruite enormi e imbevute nel testosterone. I costumi, quelli funzionano, e l’illuminazione anche – siamo lontani dai colori sgargianti di Shakespeare in Love e molto più vicini al fango, al freddo e al tanfo del periodo. Io sarei anche disposta a crederci a questo mondo, se non fosse per i dialoghi.

Dove i dialoghi di Shakespeare in Love erano ammiccanti ma divertenti, leggeri ma efficaci, qui sono pieni di esposizione e spiegoni. Soprattutto sono resi pesantissimi da questa missione autoimposta di dover rivelare un complotto agli occhi dell’universo mondo, dal profetismo di uno sceneggiatore (John Orloff) convinto di star dicendo cose importantissime per il benestare del regno, e di assestare colpi duri a un’agiografia a sentir dire lui sbagliata. Bah. Contento lui. Il fatto è che se l’avesse presa in LULZ la cosa sarebbe davvero riuscita. Ma egli – e lo conferma il comportamento stizzito sui giornali e alla conferenza stampa al London Film Festival – è sicuro che i pazzi siamo noi.

No, I am Shakespeare

Il cast si prende la briga di sganciare bombe di attoroni con pedigree da palcoscenico per ridurli a macchiette o semplicemente fare un breve name-check per dire: visto, ci abbiamo anche infilato un riferimento a Thomas Dekker, mica siamo dei ciarlatani qualsiasi, noi sì che lo sappiamo il teatro rinascimentale inglese. Sappiamo anche il cinema Shakespeariano: l’avete capito il riferimento all’Enrico V di Branagh? Mica solo il taglio di capelli dell’attore che fa Enrico, anche Derek Jacobi con la sciarpetta vi diamo, e sticazzi non ce li metti? Nel frattempo uno che sembra Orlando Bloom ha una parte importantissima. La baracca è salvata da un Rhys Ifans impressionante, un attore che ho sempre detestato, ma che devo dire è cresciuto in quell’espressione perfetta da ritratto dell’epoca Tudor, un colorito da malinconia e bile, e che davvero a tratti è quasi commovente con tutta quella frustrazione artistica e tutto quell’eyeliner. Poi c’è il carissimo Edward Hogg nella parte del cattivone Robert Cecil – e per farci capire che è cattivone Emmerich lo veste sempre di nero e ha anche la gobba. (Se hai pensato: “Quale gobba?” allora sei la persona giusta per vedere questo film con me.) La battuta più bella del film – che forse è stata suggerita da uno dei ghost writers di Downton Abbey, se non di Blackadder – se la accaparra lui, ed è: “you never know with the Tudors – LOL OMG JK e ;-)!” Però non ti dico quanto si sente la mancanza di James Frain in questo film, che prima di fare il vampiro campione di spelling con l’aiuto del T9, era un fenomenale Renaissance man sia alla corte di Jonathan Rhys Meyers che di Cate Blanchett.

[Segue paragrafo di fatti miei, ma anche una cosa che mi è piaciuta del film] Di una cosa seria devo ringraziare questo film: di avermi brevemente riportata al momento esatto in cui ho afferrato e capito Shakespeare, tutto Shakespeare, giuro, anche quello che fino a allora non avevo ancora letto o visto. Il momento in cui sul palcoscenico del Globe a Londra (che è un altro fake, non è il vero teatro di Shakespeare ma una ricostruzione moderna) un attore di cui non avevo mai sentito parlare è salito in scena e ha pronunciato le parole “O for a muse of fire” e si è portato via un pezzo della mia vita. Quel momento non mi è mai sembrato più lontano di oggi quando l’ho visto rifatto al buio del cinema: lo stesso attore e le stesse parole, ma aveva un che di sintetico, un qualcosa di ammuffito, e a lui è invecchiata molto la voce oltre che la faccia. Eppure pedalando verso casa ho provato a ripassare le parole di quel monologo: le so ancora tutte. Questo Shakespeare, whoever he was, ti entra sotto la pelle. [Fine dei fatti miei.]

Non sono io la prima a dire che Shakespeare era ed è nostro contemporaneo – d’altronde lui (o chi per lui) ha scritto in Amleto che lo scopo dell’arte è di reggere lo specchio alla natura. E quindi Anonymous è un film che molto più che parlare del periodo di Shakespeare, parla di noi del ventunesimo secolo, del modo in cui guardiamo e riveriamo certe frodi di celebrità senza talento, noi che ci pisciamo addosso alla notte degli Oscar quando qualche scrivano qualsiasi fa un discorso leccapiedi per ringraziare gli attori che danno vita alle sue parole, e i produttori che hanno creduto nel progetto, e i burattinai dietro le quinte. Ma poi il film sembra anche prenderci un po’ tutti in giro, come dire: ecco, siete contenti voi pubblico di merda, di aver creduto all’impostore mentre il vero genio è altrove? Ma non vi sentite cretini ad aver abboccato per così tanto tempo? (Everything you know is wrong. La terra è piatta. Paul è morto.)

La risposta breve è NO, quella lunga è WTF LOL

Insomma, Anonymous è un po’ The Matrix travestito da film storico, è un po’ Il Codice da Vinci, cosa ci vuoi fare, è un po’ un film di Roland Emmerich, e noialtri siamo qui a strapparci i capelli per un film di Roland Emmerich. A dire oddio che ne sarà di noi che cerchiamo di insegnare ai nostri studenti che il periodo elisabettiano è pieno di robe interessanti e fondamentali per la comprensione del mondo di oggi (non solo poesia, teatro, e politica, ma anche complotti veri, intrighi di corte testati, avvelenamenti, robe grosse, persino le streghe e l’invenzione del capitalismo, seriously) anche senza doversi inventare “Il Codice Shakespeare”? Secondo me possiamo anche stare tranquilli, non abbiamo nulla da temere. Facciamo un paio di conti: Emmerich – 2012, 10000 BC, The Day After Tomorrow, The Patriot, Godzilla, Independence Day; Orloff – Legend of the Guardians The Owls of Ga’Hoole, A Mighty Heart; Shakespeare – Amleto, Macbeth, Otello, Riccardo III, Enrico V, La Tempesta, Il Racconto d’Inverno, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, Misura per Misura. Alla fine salterà fuori che per imparare qualcosa di Shakespeare torneremo sempre a vedere, leggere e insegnare Re Lear, e quasi mai De Vere. E che Shakespeare è come vi piace, e Anonymous è molto rumore per nulla.

Duemilaeuno (odissea)

Me la ricordo benissimo l’estate del duemilaeuno. Avevo appena scoperto una vecchia canzone di Leonard Cohen che mi suonò in testa per tutta quell’estate a volte come una lugubre ispirazione, a volte come una marcia funebre. Di che cosa poi non si sa bene, perché mi sembrava tutto bellissimo: finiti gli esami del primo, durissimo anno all’università di Warwick, il primo album degli Strokes, la prospettiva dell’estate a Londra a lavorare a stretto contatto con uno che mi piaceva tantissimo. All’epoca pensavo di amarlo, quello lì, e non lo sapevo proprio che il vero amore si sarebbe presentato alla fine dell’estate, dopo tanti terremoti. E poi dopo estati di lavoro, vacanze studio a imparare le lingue, e viaggi culturali vari, c’era da andare al mare con la mamma, gratis, una vacanza senza pensieri, in un’isola greca. Erano anni che non andavo al mare per l’andare al mare, come si faceva quando ero piccola.

Del giorno della scuola Diaz mi è rimasto l’odore della crema doposole, una che non fanno più, un profumo di cocco e palme sulla mia pelle bruciata dopo un giorno cocente sul mar Egeo. Mi ricordo che avevo in mano quella bottiglia marrone con le righe una blu e una gialla, e mi spalmavo le spalle in fiamme mentre la mamma si faceva la doccia prima di andare a una di quelle serate tremende col Sirtaki per turisti e buffet dell’albergo. Accesi la televisione e il telegiornale greco faceva vedere delle immagini spaventose, violentissime, ma tutte riprese troppo vicine per capire precisamente che cosa stesse succedendo; si intuiva solo che della gente ne stava prendendo di brutto, e seppure senza suono, era intuibile il tonfo sordo dei manganelli sulle ossa che cedevano sotto i colpi. Quando la telecamera a spalla si allargava un po’, si cominciava a intravedere che i picchiatori erano tutti vestiti di tute blu e nere, come dei – poliziotti. Italiani. Si intravedevano un po’ alla volta delle insegne di negozi, dei nomi di strade. In italiano. Poi la scena si spostava in una scuola, anche quella riconoscibilissima, italiana. Un sacco di ragazzi, ma anche gente di una certa età, tutti ammaccati, con ematomi viola, blu e gialli sulla schiena, facce gonfie di botte, sangue sulle magliette. Sotto al doppiaggio greco si sentiva parlare tedesco, italiano, francese, inglese – mi ricordo che sentii distintamente la frase “I thought they were going to kill me”. Mollai la bottiglia di crema e mi misi a cercare un canale qualsiasi, in una lingua che conoscevo. Trovai la BBC. “Ieri è stato ucciso un ragazzo al G8 di Genova,” dissi a mia madre. Si vedeva non solo l’estintore che il ragazzo aveva in spalla, forse pronto a lanciarlo (non si vedeva il pezzo prima, quello in cui l’estintore usciva dal finestrino della camionetta), ma anche la pistola di ordinanza che gli sparava dritto dritto, e poi la camionetta che gli passava sopra come a un animale e gli maciullava il corpo.

La memoria è una serie di strati appiccicosi di crema, ti tocca, ti bagna, ti attacca il suo odore; la spalmi pian piano, prima è una cosa esterna e separata da te, a volte ha anche un’altra temperatura, ma poi si assorbe e diventa un’invisibile parte integrante di chi sei. Tre anni fa quando ho letto questo articolo del Guardian sull’assurda sentenza del processo di Genova mi è tornato in mente quel momento, l’odore della crema e il sentirmi piccola, con la mia mamma al mare, il sentore che quell’estate coi miei appena ventun anni che mi sembravano tanti, forse non sarebbe andata come pensavo. Era come il “segnale nel cielo” che cantava Leonard Cohen, qualcosa mi diceva che la mia odissea nel duemilaeuno era appena cominciata, che sarebbe stata lunga la strada per Itaca, che il viaggio che intraprendi col crescere, se mai ti riporta a casa, non ti ci riporta mai com’eri prima, che una volta che vedi certe cose non puoi più tornare indietro. Ma la telecamera era troppo vicina per mostrare immagini ampie e nitide lì per lì – per vedere le cose a volte ci vuole il campo lunghissimo, la prospettiva, il tempo, la storia, la memoria.

Oggi che con lo sguardo più vecchio di dieci anni ripenso alle connessioni imprevedibili e inimmaginabili di quell’estate, la memoria mi sembra uno specchio che continuamente cade e va in mille pezzi – cerchi di rimetterli insieme, ma ogni volta che ti ci guardi l’immagine è distorta in un modo nuovo, e rivela qualcosa di diverso di te. Uno di questi riflessi spezzati mi fa tornare in mente proprio quell’articolo letto nel 2008, che diceva:

Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini utilizzarono aeroplani pieni di passeggeri come bombe e spostarono la montagna di presunzioni sulle quali le democrazie occidentali avevano basato i propri affari. Da allora politici che non si descriverebbero come fascisti hanno permesso intercettazioni telefoniche di massa, monitoraggio di email private, detenzioni senza processo, tortura sistematica, waterboarding di detenuti, arresti domiciliari illimitati e l’assassinio mirato di sospetti, mentre la procedura di estradizione internazionale è stata sostituita dalla deportazione clandestina. Questo non è fascismo da dittatori con stivaloni e bava alla bocca. E’ il pragmatismo di politici vestiti a puntino. Ma il risultato è molto simile. Genova ci dice che quanto lo Stato si sente minacciato, la legge può essere sospesa. Ovunque.

Ed ecco che la memoria appiccicosa incolla evento A con evento B, e mi catapulta in quell’altro giorno, cinquantadue mattine più avanti, e non solo perché tutti in qualche modo se lo ricordano (o tutti noi, ma i miei studenti diciottenni no), e non solo perché è diventato il mio argomento di studio. Ero a lavorare in teatro al Globe, durante uno spettacolo in cui gli attori non lasciavano il palcoscenico fino all’intervallo. Intorno alle tre del pomeriggio feci una pausa caffè, e incontrai uno delle guardie di sicurezza del teatro, che stava attaccato alla sua radio con una faccia spiritata. “Hanno bombardato il World Trade Center,” mi disse. Capii “World Trade Organization” e pensai al G8, a Seattle, a Genova, alla guerriglia di strada, a una bomba tipo molotov. Quando gli attori scesero dal palco per l’intervallo le torri erano già crollate, il Pentagono colpito, il volo United 93 precipitato, gli spazi aerei del mondo chiusi. Quando lo dissero agli attori a uno di loro crollò la faccia. Suo padre era in viaggio da Milwaukee a Londra, in aria da qualche parte. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo, non si sapeva se ci fossero altri dirottatori e ogni uccello di metallo ancora in volo avrebbe potuto trasformarsi in una bomba da un momento all’altro. Era il capo, quell’attore lì, e decise di continuare lo spettacolo. Salirono sul palco tutti insieme e lui si avvicinò al pubblico dall’orlo del palco e fece un gesto per chiedere silenzio. Disse a tutti quelli che come noi erano stati chiusi in quella specie di capsula del tempo teatrale che c’era stato un attentato a New York e uno a Washington, e che molte persone erano morte, ma non si sapeva quante. Si sapeva molto poco. Un gruppo di ragazzi Newyorkesi nel pubblico collassò di botto, tutti insieme, tutti a dire ohmygawd, ohmygawd, scoppiarono in lacrime, si accasciarono al suolo o corsero fuori a cercare di telefonare dalle cabine pubbliche. Lui disse che lì lo spettacolo sarebbe andato avanti, e chi voleva andarsene era libero di farlo, ma si sentiva di avere il dovere di arrivare alla fine della commedia, perché Shakespeare (un po’ come Bruce Springsteen) ha sempre le parole giuste. E così si fece, la maggior parte del pubblico rimase, improvvisamente il testo si fece più scuro, più pericoloso, ma per la prima volta realizzai che la parola finale della commedia era ‘Peace’.

 

Questi sono i miei frammenti, sul blog Io Ricordo Genova trovi tanti pezzi di tanti altri.

Dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler)

Insomma, martedì scorso ho visto Inception al cinema IMAX guadagnandomi l’odio del mio adorato figlio-vampiro Tob Waylan, ma spero che non mi lancerete le pietre se per caso quello che vado a raccontarvi non vi piace. Lo so che sono fortunata a vivere in una città con lo schermo IMAX più grande d’Europa in cui ho visto The Dark Knight e Watchmen, e a quel cinema sono affezionata anche se puzza di popcorn, di teenagers mal deodorati e di lezione di Computer Science. Ve lo dico perché il realismo è importante. E comunque ricordatevi che in questo paese non c’è il bidet e a volte mettono la moquette nei bagni, e vedrete come passa in fretta l’invidia. Ma veniamo al sodo. Ecco dieci cose che ho da dire su Inception (senza spoiler).

1) Inception è un gran bel film ma non è il film migliore/più bello/più geniale che abbia mai visto. Io non sono una che c’è solo il cinema classico, per carità, quando ho visto There Will Be Blood l’ho capito e l’ho detto subito che quello era il film più importante e sconvolgente degli ultimi vent’anni; ai posteri l’ardua sentenza.

2) Sempre per la rubrica “Cassandra al Cinema,” scrivo qui che secondo me Inception non cambierà il modo di fare cinema nel ventunesimo secolo. Ci ha già pensato The Matrix. Ma Matrix l’aveva già pensato Jean Baudrillard, quello di Simulacres et Simulation. E anche Kant e Hegel se proprio vogliamo, eh. In effetti anche Platone, l’inventore della proiezione. (Avete presente il mito della caverna, no? Non sta forse parlando del cinema?) Il contributo di Christopher Nolan (tanto ammòre) alla rivoluzione del cinema è iniziato altrove, e Inception non fa altro che seguirne il film logico. Ma d’altronde io penso che neanche Vaffatar in realtà porterà a una rivoluzione in senso lato, particolarmente se si parla di una rivoluzione stilistica o tecnica; una rivoluzione economica probabilmente sì, nel senso che mettere la sbarra per il limbo dei produttori così in alto significa che d’ora in poi si dovranno spendere sempre più soldi per realizzare un film affinché si possa guadagnare sempre di più – molto spesso inutilmente e solo per sopperire a una sempre più paurosa mancanza non di originalità ma di autenticità dei contenuti. Stamattina su twitter Roger Ebert citava Stephanie Zacharek: “We’ve entered an era in which movies can no longer be great, only awesome.” Inception è molto awesome, ma per me non è necessariamente un bene.

3) La domanda che fa Inception è profondamente interessante: “è possibile manipolare ciò che non è conscio”? Quello che Inception non si chiede, e che è per me un po’ il fallimento dell’operazione è: “a che pro manipolare l’inconscio”? I pubblicitari lo fanno in continuazione, i registi pure. Lo fanno per farci desiderare cose, luoghi e persone che non dovremmo, perché il genere umano è profondamente limitato dalla presenza ostruttiva del corpo e della realtà concreta e dai costrutti sociali che si mettono tra noi e le nostre fantasie, e le idee e i sogni sono tutto quello che abbiamo per trascendere questi limiti. Sono anche l’unica cosa che ci mantiene savi, la valvola di sfogo che ci permette di amare chi non possiamo, di odiare apertamente e totalmente chi ci fa del male, di difenderci dagli attacchi e di soddisfare noi stessi senza arrivare all’autodistruzione effettiva. Questo Nolan lo sa e qui si ferma, non va oltre, non ci prova neanche ad affrontare il vero paradosso morale della possibilità di infiltrare i sogni e le idee altrui.

4) Ci sarebbe una serie di cose che ho imparato studiando teoria del cinema e psicoanalisi: Freud, Jung, Lacan, Deleuze, Žižek, e Baudrillard è sempre lui (dai, su, concedetemi la citazione adesso che persino Ligabue è stato ampiamente sdoganato su queste pagine), ma non voglio stare qui a farvi l’Interpretazione dei Sogni for Dummies. Per questo vi avevo già parlato di The Pervert’s Guide to Cinema, che la spiega la fa molto meglio di me. Nel film questa roba appare così chiaramente che sembra che sia stato sceneggiato con a fianco il Bignami di teoria psicanalitica. Con un’infarinatura generale di questi concetti e una conoscenza base di Lynch e Hitchcock, Inception non è un film difficile da seguire né un rompicapo come The Prestige. Peccato, a me i rompicapi piacciono da impazzire, e sono felicissima di accettare la possibilità che non si risolvano. In Inception c’è una spiega ogni tre minuti, per essere sicuri che stiano tutti seguendo. Almeno non c’è lo spiegone finale tipo Shutter Island, e meno male.

5) Sono profondamente convinta che ogni volta che sogniamo giriamo nella nostra mente dei film anche più spettacolari di Inception. Purtroppo non abbiamo i mezzi tecnici per ricreare questi sogni in modo da condividerli con altri. E sarebbe bellissimo se si potesse, non credete? Per esempio io ci sono un paio di persone che porterei nei miei sogni di un giorno in cui mi sono innamorata e ho fatto una passeggiata in una foresta di bluebells come quella in cui si addormenta e sogna Leonard Bast in Howards End. Il profumo era talmente intenso che si sentiva persino nel sogno. Non ho mai sognato città che si ripiegano su se stesse, né inseguimenti alla James Bond in paesaggi innevati, ma ho sognato Ottavia la città invisibile di Calvino, quella sospesa su una ragnatela. Dopo anni di studio del cinema post-9/11 ho sognato di cadere da grattacieli in fiamme; ho sognato che Christopher Eccleston mi portava a fare un giro in moto dopo aver scambiato due parole con lui; ho sognato uno solo dei miei ex, ma ripetutamente, in film che passavano dal porno alla tragedia, dallo slasher alla commedia romantica; ho sognato assassini che mi inseguono in corridoi di vetro con coltelli affilatissimi; colori e numeri; bestie e mostri inesistenti assemblati con pezzi di altri animali – anche il coyote dei Simpson con la voce di Johnny Cash; ho sognato di essere Gregor Samsa e ritrovarmi tramutata in un orribile serpente, io che sono così ofidiofobica che figuratevi; ho sognato di cadere dal ponte della ferrovia tra Porto e Vila Nova de Gaia, di mangiare quintali di gelati variopinti e gustosi, e di tenere la mano a Bruce Springsteen. Un film meglio dell’altro.

6) Nel romanzo I Mari del Sud di Manuel Vázquez Montalbán, il detective Pepe Carvalho si chiedeva : “Come ameremmo se non avessimo imparato dai libri come si ama? Come soffriremmo? Senza dubbio soffriremmo meno.” Quando i personaggi di Inception sognano, i loro sogni non sono altro che film di diversi generi, cosa che mi fa pensare che il virtuosismo cinematografico di Nolan si traduca in una domanda simile a quella di Montalban: come sogneremmo se non avessimo imparato dai film come si sogna? Un compendio di grandi film sui sogni:  Un Cane Andaluso di Luis Buñuel, Sogni di Kurosawa Akira, Institute Benjamenta, or This Dream People Call Human Life dei fratelli Quay, Blue Velvet di David Lynch,  Sogno di Una Notte di Mezza Estate di Max Reinhardt, Otto e Mezzo di Federico Fellini. Ce ne sono pure altri, eh, ma a me piacciono soprattutto questi. Hanno in commune l’avere un budget molto più ridotto di quello di Inception e molte meno sparatorie e inseguimenti, ma di essere molto più simili ai sogni che faccio io. Per questo mi sembrano molto più riusciti come esperimenti che traducono un mondo interiore inconscio e misterioso davvero. (Quello dei fratelli Quay ci scommetto che non l’avete visto – fatelo al più presto adesso che è anche uscito in dvd e blu-ray non avete scuse.)

7) Ma non è sbagliata una domanda del genere? Perché sogniamo tutti da sempre, da prima della pittura rupestre, dell’invenzione della prospettiva, della rivoluzione industriale, della lanterna magica e del dagherrotipo, della camera oscura e del cinema, dell’odorama e del 3-D. La love story tra il cinema e i sogni è piena di esempi e di vie infinite – il cinema come metafora del processo onirico, i sogni come proiezioni rivedute e corrette delle visioni e delle esperienze quotidiane, allargate o rimpicciolite a seconda del caso come un primo piano o un campo lunghissimo. C’è chi sogna a colori e chi in bianco e nero, chi sogna immagini e chi scene, chi ha la colonna sonora e chi gli effetti speciali, chi usa il jump cut e chi i movimenti di macchina più fluidi. E allora, è l’arte che viene dai sogni o i sogni che vengono dall’arte? Se sognare è come andare al cinema sogniamo perchè andiamo al cinema o andiamo al cinema perchè sogniamo?

8) Senza scomodare Marzullo la cosa della vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio l’aveva già detta Pedro Calderón de la Barca, uno che sognava nel Siglo de Oro Spagnolo. Più o meno in quel periodo sognava in Inghilterra William Shakespeare. Siccome mi risulta impossibile parlare di Inception senza fare spoiler – e credo veramente che il film abbia un suo imaptto solo se lo si vede senza saperne nulla – adesso vi parlerò di varie idee di sogni e del sonno in Shakespeare. Quando poi avete visto il film ne riparliamo. Shakespeare viveva in un mondo in cui la psicanalisi non esisteva ma i sogni erano reputati potenti, pericolosi, profetici. Non è un caso che tutti i personaggi di Shakespeare più introspettivi abbiano dei grossi problemi col sonno: Amleto dice che potrebbe ritrovarsi imprigionato dentro un guscio di noce e considerarsi il re di uno spazio infito se solo non facesse brutti sogni, e che il problema non è essere o non essere ma dormire e forse sognare; Riccardo III è perseguitato nei sogni da quelli che ha ucciso, e le maledizioni che gli lanciano poi si avverano nella battaglia finale; Enrico V non dorme la notte prima della battaglia perché la corona che ha ereditato con l’usurpazione di suo padre gli dà il cerchio alla testa (sic). E poi Macbeth. La storia la sapete, no: tre streghe dicono a Macbeth che diventerà Barone di Cawdor e poi Re di Scozia. Lui dice sticazzi, e invece il Barone di Cawdor viene giustiziato per tradimento e il suo titolo passa a Macbeth. E qui ti voglio, scatta l’idea, “l’idea che lo possederà e lo distruggerà”: voglio diventare Re.  Dice aspetto, ma no, ma che aspetto, voglio diventare Re adesso perché fare il Re è er mejo, ma non si può, il Re sta benissimo non c’è neanche da sperare in un coccolone improvviso, che palle. La moglie gli dice dai su, ammazziamo il Re così io divento First Lady di Scozia e sai che figata. Lui dice no, lei dice non c’hai le palle, lui dice così non vale, ok, si fa. E mentre accoltella nel sonno il Re di Scozia in una notte buia e tempestosa, Macbeth sente un grido:

MACBETH
Methought I heard a voice cry ‘Sleep no more!
Macbeth does murder sleep’, the innocent sleep,
Sleep that knits up the ravell’d sleeve of care,
The death of each day’s life, sore labour’s bath,
Balm of hurt minds, great nature’s second course,
Chief nourisher in life’s feast-

LADY MACBETH
What do you mean?

MACBETH
Still it cried ‘Sleep no more!’ to all the house:
‘Glamis hath murder’d sleep, and therefore Cawdor
Shall sleep no more; Macbeth shall sleep no more.’

E’ un’allucinazione uditiva, è la maledizione di Caino, dell’assassino che trapassa la sottile linea rossa che divide l’umanità: da una parte l’uomo, il corso naturale della vita, il giorno e la notte e il sonno a dividerli; dall’altra il criminale, la perversione della natura, la distruzione delle differenze tra il sonno e la veglia, l’eclissi totale del bene. Uccidendo il Re Macbeth condanna sé stesso e sua moglie ad un incubo continuo di insonnia e di colpa. La moglie si suicida in preda alle allucinazioni, e quel poco che resta di umano in Macbeth viene fatto a pezzi dagli altri, quelli che dormono il sonno dei giusti, quelli che dagli incubi si svegliano.

(Il Macbeth di Orson Welles è il mio preferito, ma vi consiglio sopratutto quello di Polanski che l’incubo lo gestisce molto bene – è il primo film che ha diretto dopo che la Manson Family massacrò sua moglie Sharon Tate, e il trauma si vede tutto – oppure Il Trono di Sangue di Kurosawa se siete ben disposti verso il cinema Orientale. Se invece avete finalmente scoperto chi è James Frain da True Blood, qui c’è per intero Macbeth on the Estate, che è un progetto della BBC interessantissimo di cui vi posso raccontare cose in altre sedi. Nel frattempo mi ripulisco la bavetta, sai com’è quando dici James Frain…)

9) Ma tornando a noi, un’altra domanda che sta al centro di Macbeth è la missione stessa di Inception: si può piantare il seme di un’idea nella mente di una persona senza che ci sia a priori un terreno fertile? Sono le streghe (o sua moglie) a convincere Macbeth che deve uccidere il Re? O è lui stesso a nascondere questo desiderio da qualche parte nel suo inconscio, e poi a realizzarlo una volta che viene violentemente esposto? E’ la stessa cosa in Othello: è Iago a convincere Othello che Desdemona si tromba Cassio a sua insaputa, o è Othello fin dall’inizio a non fidarsi e a lasciarsi convincere? (Anche Iago lancia una maledizione a Othello dicendogli che né l’oppio né la mandragora potranno aiutarlo a dormire, ora che il mostro dagli occhi verdi della gelosia ha preso possesso dei suoi occhi, facendogli vedere quello che non c’è, sognare quello che teme.) Ciò che è nascosto nel profondo della mente è sempre e comunque più forte di qualsiasi input esterno. Oppure no, è vero il contrario. Shakespeare mise in bocca a uno dei suoi personaggi più potenti e manipolatori le splendide parole

We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.

Prospero, come Oberon, è un mago potente che lavora attraverso la manipolazione della visione e del sonno. Non ci vuole un set rotante montato su un marchingegno idraulico per far credere a Bottom (o al pubblico) che gli è cresciuta una testa d’asino, o a Ferdinand che suo padre sia annegato. Allora indipendentemente dal suolo fertile o meno, basta che la storia sia abbastanza convincente e il seme è piantato, l’immaginazione la disseta, la pianta cresce. Voi vedetelo Inception, poi mi dite quale delle due opzioni preferite.

10) Quando l’avrete visto converrete anche con me che Marion Cotillard è una gran gnocca, ma non venitemi a dire che sa recitare. Tutto qui.