Giuda ballerino, che storia (Sergio Bonelli grazie)

Giorgiop

Io ho sempre avuto il mio Sacro Graal, fin dai 13 anni. C’era una videoteca a Garbatella (e credo ci sia ancora) che esponeva in bella vista gli horror, tutti quelli della mia età puntavano a una morigeratissima entrata in bellissima vista con una tendina rossa da cucina e una scritta, sempre morigeratissima, un metro per uno con scritto SOLO ADULTI in bianco su pannello rosso e con luce di dietro. Io puntavo agli horror (due anni dopo puntavo a Fantastica Moana, si sa, si cresce) e a Grano rosso sangue, ma i miei, mio padre soprattutto che come idea di cinema per farmi crescere mi portava a vedere i Goonies, sì, ma poi Oci Ciornie di Mikhalkov, non ci volevano sentire. Io Grano rosso sangue, non l’ho mai visto ma aveva una copertina della vhs bellissima.
In quegli anni lì giocavo a San Paolo, a pallacanestro, con una squadra di pippe che facevano si e no al massimo un figlio cionco di Scalabrine come punta di diamante. Uno di questi era Lorenzo Carbonari, play che giocava con gli occhiali, faceva passaggi no look credendosi Magic Johnson (ma ammazzando le persone in panchina o tribuna a seconda di dove non lookasse), una volta alla fine degli allenamenti, sta pippa immane tira fuori un Dylan Dog, il numero due, la ristampa di Jack lo squartatore, prima gli chiedo cos’è (io che al massimo dei fumetti ero abituato agli Uomo Ragno della Corno o gli Intrepido (di cui guardavo le tette e seguivo poco le storie) e me lo faccio prestare. Da lì ho iniziato, ho smesso dopo 13 anni e da un paio d’anni ho ricominciato. Il giorno in cui ho rivisto da qualche parte la copertina di Grano Rosso Sangue. Quello continuo a non averlo visto mai.
Dylan Dog invece lì, a ricordarmi a quello che ho rinunciato, e a quello che ho avuto, che anche se a volte (ma non sempre) è semplice e quasi banale è sempre qualcosa di più.

Ghiboebd

Mettiamola così. Sergio Bonelli era uno di famiglia qui in casa come in altre milioni di dimore italiane. Stava sui comodini, sul termosifone del bagno e sui tavolini bassi posizionati davanti ai divani, impilato assieme alle riviste di cucina, di gossip o magari con qualche altro autore straniero della nostra tanto amata arte sequenziale del fumetto. Soprattutto era nella fantasia delle persone, in quel momento in cui ci si rilassa e ci si dimentica di tutto per poter entrare dentro ad un mondo fatto di misteri, di scuri, di sidekicks divertenti che solo una mente italiana – e che quindi cresciuta con un certo tipo di cinema e comicità – poteva creare e tanti altri fattori che hanno reso grande il fumetto italiano della sua casa editrice.
La scomparsa di Bonelli porta via quel briciolo di legame fisico che era rimasto con la prima persona a cui ho visto un fumetto fra le mani. Mi piace ricordarlo seduto al tavolo del salotto con i suoi occhiali spessi da vista e uno di quei maxi volumi con la copertina bianca di Tex. Quanti te ne ho visti leggere.

Kekko

C’era un tizio che faceva l’obiettore di coscienza in biblioteca ai tempi in cui lo facevo anche io. Si chiama Lorenzo e non aveva quasi nulla in comune con me a parte che era un fan di Guccini e quindi un comunista, ed era comunque una delle mie persone preferite in generale, forse perché mi faceva ridere e mi sembrava simpatico anche se non sapeva chi fossero gli Shellac. Il giorno più bello nel mese di Lorenzo era quando in edicola usciva Zagor. Andava in botta perché sul retrocopertina di Zagor c’era sempre l’anticipazione del numero successivo, che era fatta quasi sempre sempre con due vignette di dialogo e una scena d’azione ritagliata. E aveva titoli come INSETTI ASSASSINI o L’AMULETO DI PIETRA o cose simili. Metà del godimento era per la pubblicità dell’albo successivo. L’altra metà era capire di cosa parlava INSETTI ASSASSINI (spoiler: i fumetti Bonelli parlavano quasi sempre di quello che c’era scritto nel titolo). Quindi sì, qualcuno sta per venirci in bocca con qualche imprendibile parto della sua mente e/o un editoriale sul fatto che i fumetti Bonelli sono uno dei principali punti fermi della cultura pop italiana da quando siam nati ad oggi. Grazie ar cazzo. Lorenzo la quarta di copertina di Zagor l’aveva capita meglio di tutti anche senza lo spiegone di Umberto Eco.

Laura Lali

Ho iniziato a leggerli entrambi per caso. Julia e Dylan dog.
Anzi non è vero.
Dylan dog, primo fidanzatino che mi disse “toh leggi”. E io ho preferito lui, al morosino.
Julia, durante l’attesa di un esame, esame di criminologia, su consiglio di un attento edicolante. Un altro “toh leggi”.
Grazie edicolante, grazie morosino.
Per me sono stati e sono appuntamenti fissi, come le telefonate giornaliere a chi vuoi bene, in cui alleggerire il cervello, alzare la copertina e spegnere tutto.
Perché tanto si è al sicuro, senza nemmeno sapere perché. O forse sì.

Ale Bu

In realtà, non è che sia mai stato un “bonelliano” doc. Anzi, a dirla tutta, per me Sergio Bonelli è sempre stato sinonimo esclusivamente di Dylan Dog, a parte i nostalgici racconti che il mio babbo riserva ogni tanto a Tex. Ci ho provato con qualcosina d’altro, principalmente Nathan Never e Julia, ma sono stati episodi sporadici. Nulla da segnalare, insomma. Però Dylan Dog…beh, Dylan Dog è stato il rito di passaggio da Topolino ad una consapevole passione per i fumetti. Mi ricordo anche il primo albo che ho letto: “I delitti della Mantide” (numero 71, agosto 1992, ma questo sono andato a controllarlo). Per un ragazzino di 12 anni, c’era tutta la trasgressione che potevi cercare. C’erano i mostri. E c’erano le tette. Insomma, cosa pretendere di più? Da quel momento in poi sono stati anni di attesa per l’uscita del mese, di prime e seconde ristampe comprate ogni volta che avevo 2300 lire in tasca, di scambi e prestiti mai restituiti a scuola. L’ho comprato con costanza fino a qualche numero dopo il 100, forse l’albo che più ho aspettato in vita mia, imparando a riconoscere lo stile dei diversi disegnatori e a capire quali erano gli sceneggiatori che raccontavano le storie che mi piacevano di più. Ho esclamato in pubblico decisamente troppe volte “Giuda Ballerino” e spacciato per mie le battute migliori di Groucho. Poi, non so perché, ha iniziato a divertirmi sempre di meno. Mi pareva aver perso un po’ di “carica”. Pian piano ho iniziato a leggere sempre più spesso altre cose, a dimenticarmi delle uscite, a prenderlo quando capitava, tipo in edicola salendo in metropolitana o prima di un viaggio in treno. Adesso ad occhio e croce sarà dalla fine dell’università che non mi capita di prenderne uno, ma il centinaio di numeri che ho fanno ancora bella mostra di sé nella catasta di fumetti con cui divido la camera. Insomma, per farla breve, mi ha formato come lettore in un certo senso, e se buona parte dei miei stipendi finisce ogni sabato nella cassa del Tau Beta una bella fetta di responsabilità ce l’ha l’indagatore dell’incubo. E di conseguenza Sergio Bonelli. Che per un caso strano è morto proprio qui a Monza, giusto nel mese in cui in edicola usciva il numero 300. Ma Dylan Dog non crede nelle coincidenze, e io vado a rileggermi il più vecchio dei numeri che ho in casa, il 21 di Un giorno maledetto.

Super 8

Io non so perchè da più parti mi si chieda “che ne pensi di Super 8”. Di solito si fa così nel caso in cui si è curiosi del parere di una persona (e non credo questo sia il caso, non sono Canova nè uno dei pareri trending) o si ha un’idea, fortemente positiva o negativa che non si è sicuri sia coraggiosissimo e utile da affermare.
Secondo me non si deve avere paura di dire che Super 8 é un bel film. Per molti bellissimo, addirittura.
Io tengo gli entusiasmi non dico ad un livello basso ma ad un livello normalizzato. Già l’immagino la critica nouvelle vague a sperperare parole come “film generazionale, film sul cinema, l’amore per il cinema e l’ignoto, perché noi sapete se scriviamo di cinema é per film così”. La rava e la fava anche.
Mi chiedo cosa avrebbero detto di Stand by me. Per dirne uno.
Il riferimento diretto di Super 8 viene da due filoni “l’ammucchiata di amici in cerca di far (e qui aggiungi al posto dello spazio danni-un film-una caccia al tesoro-una navetta spaziale)” ed ET (supponiamo che Spielberg che produce abbia dato via libera a un paio di furti di canovaccio).
Scritto questo potrei anche smetterla qui, salvare il post e spingere pubblica, perchè non c’é nulla o quasi da aggiungere.
Il film procede per filo e per segno per come lo immaginate, lasciando un minimo di tarlo, per chi scrive, sul senso dell’operazione. La faccio brevissima, la sensazione di trovarsi di fronte ad un trapianto, ad una trasposizione alla Fantastici Quattro di un pezzo di storia, un mood, una voglia di scoperta (che negli anni 80 senza internet era probabilmente più forte) oggi. Non ambientata oggi. Ma creata oggi.
é questo che mi lascia un minimo con la bocca storta alla fine del film, perchè sì bello tutto, il richiamo a Orson Welles, l’amore per il Super 8, la sceneggiatura che promette una cosa e invece da subito diventa proprio quella cosa (ovvero un teen-sci-fiction-drama), ma alla fine quel senso di innaturalezza visti i tempi, visto anche il fatto che siamo cresciuti, ora c’é.
é che siamo la generazione per cui era figo essere Corey Feldman e magari abbiamo visto che poi non si andava a finire tanto bene, noi l’ultima pagina del libro la conosciamo già.