The less we say about it the better – eppure.

Mentre ero in coda sull’A8 causa incidente, tra l’uscita di Albizzate e quella di Castronno, che sarà stata l’una e mezza di venerdì sera, nel lettore ciddì della Twingo c’era Ágætis Byrjun dei Sigur Rós. Come al solito non posso fare a meno di cercare di cantare e produrmi in finti islandesismi. Sjuuudeehnarò. Roba così, e per di più con molto trasporto. Non un bello spettacolo insomma. Per fortuna il tizio nella corsia a fianco, ugualmente fermo, guardava solo avanti, aspettando che la macchina davanti si muovesse.

Ero di ritorno dal cinema, a vedere This Must Be the Place, spettacolo delle 10 e 40, da solo. Ogni – e dico ogni – volta che guido, a meno che siano tratte davvero brevi, devo scegliere un disco da ascoltare, a maggior ragione se sono da solo. Ed è proprio lì, fermo in coda, che mi sono reso conto del perché abbia scelto proprio il mio secondo album preferito in assoluto, che ascolto molto raramente, solo quando solo nel mood giusto. Guidavo sovrappensiero, cercando di farmi un’opinione su quello che avevo appena visto – opinione che ancora non ho chiara, quindi se siete in cerca di voti pitchforkiani stavolta non so aiutarvi. Comunque. Precisando che quando ascolto Ágætis salto l’intro e Svefn-g-englar ché da quando l’ho ascoltata un giorno del novembre 2008 l’avrò ascoltata sì e no dieci volte pur essendo quella che in definitiva è mia canzone preferita, il pezzo subito successivo è Starálfur. Quando è finita ho capito cosa mi avesse spinto a inserire proprio l’album del feto d’angelo: ho fatto un collegamento analogico tra quello che avevo appena visto e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, con Starálfur a fare da colonna sonora nel momento clou.

Poi mi metto a pensare che non so mica perché mi colpiscano così le storie in cui c’è un protagonista alla ricerca di qualcosa. Ad esempio, i due romanzi di Jonathan Safran Foer, sia Ogni cosa è illuminata che Molto forte, incredibilmente vicino sono entrambi nella mia top 5 ed entrambi parlano della ricerca di un parente: nel primo giù lungo le radici dell’albero genealogico, alla ricerca di capirci qualcosa, nel secondo mentre si cerca di capirci qualcosa, alla ricerca del ricordo di un padre. La ricerca di Steve Zissou è stata invece la mia riposta al colpo basso di uno psichiatra durante una “perizia psicologica”: cosa vedi qui?, cosa vedi là?, e poi ti piazza davanti un foglio bianco e ti chiede di raccontargli una storia. (La prossima volta che in un film vedete fare il test di Rohrschach tenete bene a mente che NON è così. Manco per il cazzo.)

Pensandoci bene però, mentre avanzavo di centimetri, ho capito che il paragone con Le avventure acquatiche non è forse così campato per aria: là un uomo alla ricerca di uno squalo giaguaro che non è nemmeno sicuro di aver visto davvero, qui in This Must Be the Place un uomo alla ricerca del carceriere del padre ad Auschwitz, padre che non ha mai conosciuto veramente. Entrambi i loro viaggi sono mossi dalla vendetta, entrambi non hanno ben chiaro in mente se e come ottenerla. Poi due personaggi apatici, in piena coerenza con le storie di Anderson e di Sorrentino. Anche nell’apatia si può essere sopra le righe però: la passività “intima” di Bill Murray e quella enigmatica di Servillo (sia come Titta di Girolamo che come Andreotti), sono, come dire, più rispettate di quella di Sean Penn in This Must be the Place. Cerco di spiegarmi meglio. Sean Penn strilla INETTITUDINE! APATIA! PAURA DI CRESCERE! in ogni scena. Questo è un film invasivo, ho pensato: Penn invade il ruolo, la regia invade la sceneggiatura, la musica invade tutto. Ad un certo punto ho pensato anche che la regia di Sorrentino non si adatti al personaggio e a come suppongo sia stato scritto – il che non è affatto vero, se penso appunto a Le conseguenze dell’amore o a Il divo. E allora sarà il tema: per le cose che hai a cuore esigi rispetto, la riservatezza e il tatto che stai chiedendo ad un professionista che non sa quando e dove far attenzione.

Un'apatia che mollami

Faccio degli esempi stupidi.

This Must Be the Place è anche un film con una colonna sonora bellissima. Ma è ovunque, dai. Sorrentino ha avuto i soldi e s’è preso Byrne (fisicamente), gli ha fatto cantare la canzone del titolo e l’ha filmato in quello che praticamente è un nuovo videoclip per la melodia naïf. E ce ne sono tanti di videoclip, oltre a Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt  – ok, stupenda -che parte in continuazione e stesso discorso per Happiness di quel Jonsi là & Alex.

This Must Be the Place  è anche un film di fotografie bellissime. Ma sono troppe, dai. Sorrentino ha avuto i soldi e s’è messo in testa di fare un altro Anderson, stavolta il Paul Thomas (con le dovute proporzioni), di non far star mai ferma la macchina da presa come d’altronde ha sempre fatto, quando stavolta spesso a sproposito. Reato di eccesso di virtuosismi. Molte sequenze sarebbero state da eliminare in fase di montaggio: ne avrebbe guadagnato in peso, perché film come questo si possono misurare in chili, e TMBtP aveva veramente bisogno di una visita da un nutrizionista vegano.

This Must Be the Place è anche un film di simboli. Ma sono troppi anche questi, e io non sono mai stato bravo a capirli.

Questi sono stati più o meno i miei pensieri in coda sull’A8. Poi niente, la coda si muove, vai a casa, parcheggi, finisci di ascoltare la title track mentre pensi che sarebbe stato più fico se Sean Penn fosse stato alla ricerca di uno squalo giaguaro del cazzo.

Squalo giaguaro del cazzo