Duemilaeuno (odissea)

Me la ricordo benissimo l’estate del duemilaeuno. Avevo appena scoperto una vecchia canzone di Leonard Cohen che mi suonò in testa per tutta quell’estate a volte come una lugubre ispirazione, a volte come una marcia funebre. Di che cosa poi non si sa bene, perché mi sembrava tutto bellissimo: finiti gli esami del primo, durissimo anno all’università di Warwick, il primo album degli Strokes, la prospettiva dell’estate a Londra a lavorare a stretto contatto con uno che mi piaceva tantissimo. All’epoca pensavo di amarlo, quello lì, e non lo sapevo proprio che il vero amore si sarebbe presentato alla fine dell’estate, dopo tanti terremoti. E poi dopo estati di lavoro, vacanze studio a imparare le lingue, e viaggi culturali vari, c’era da andare al mare con la mamma, gratis, una vacanza senza pensieri, in un’isola greca. Erano anni che non andavo al mare per l’andare al mare, come si faceva quando ero piccola.

Del giorno della scuola Diaz mi è rimasto l’odore della crema doposole, una che non fanno più, un profumo di cocco e palme sulla mia pelle bruciata dopo un giorno cocente sul mar Egeo. Mi ricordo che avevo in mano quella bottiglia marrone con le righe una blu e una gialla, e mi spalmavo le spalle in fiamme mentre la mamma si faceva la doccia prima di andare a una di quelle serate tremende col Sirtaki per turisti e buffet dell’albergo. Accesi la televisione e il telegiornale greco faceva vedere delle immagini spaventose, violentissime, ma tutte riprese troppo vicine per capire precisamente che cosa stesse succedendo; si intuiva solo che della gente ne stava prendendo di brutto, e seppure senza suono, era intuibile il tonfo sordo dei manganelli sulle ossa che cedevano sotto i colpi. Quando la telecamera a spalla si allargava un po’, si cominciava a intravedere che i picchiatori erano tutti vestiti di tute blu e nere, come dei – poliziotti. Italiani. Si intravedevano un po’ alla volta delle insegne di negozi, dei nomi di strade. In italiano. Poi la scena si spostava in una scuola, anche quella riconoscibilissima, italiana. Un sacco di ragazzi, ma anche gente di una certa età, tutti ammaccati, con ematomi viola, blu e gialli sulla schiena, facce gonfie di botte, sangue sulle magliette. Sotto al doppiaggio greco si sentiva parlare tedesco, italiano, francese, inglese – mi ricordo che sentii distintamente la frase “I thought they were going to kill me”. Mollai la bottiglia di crema e mi misi a cercare un canale qualsiasi, in una lingua che conoscevo. Trovai la BBC. “Ieri è stato ucciso un ragazzo al G8 di Genova,” dissi a mia madre. Si vedeva non solo l’estintore che il ragazzo aveva in spalla, forse pronto a lanciarlo (non si vedeva il pezzo prima, quello in cui l’estintore usciva dal finestrino della camionetta), ma anche la pistola di ordinanza che gli sparava dritto dritto, e poi la camionetta che gli passava sopra come a un animale e gli maciullava il corpo.

La memoria è una serie di strati appiccicosi di crema, ti tocca, ti bagna, ti attacca il suo odore; la spalmi pian piano, prima è una cosa esterna e separata da te, a volte ha anche un’altra temperatura, ma poi si assorbe e diventa un’invisibile parte integrante di chi sei. Tre anni fa quando ho letto questo articolo del Guardian sull’assurda sentenza del processo di Genova mi è tornato in mente quel momento, l’odore della crema e il sentirmi piccola, con la mia mamma al mare, il sentore che quell’estate coi miei appena ventun anni che mi sembravano tanti, forse non sarebbe andata come pensavo. Era come il “segnale nel cielo” che cantava Leonard Cohen, qualcosa mi diceva che la mia odissea nel duemilaeuno era appena cominciata, che sarebbe stata lunga la strada per Itaca, che il viaggio che intraprendi col crescere, se mai ti riporta a casa, non ti ci riporta mai com’eri prima, che una volta che vedi certe cose non puoi più tornare indietro. Ma la telecamera era troppo vicina per mostrare immagini ampie e nitide lì per lì – per vedere le cose a volte ci vuole il campo lunghissimo, la prospettiva, il tempo, la storia, la memoria.

Oggi che con lo sguardo più vecchio di dieci anni ripenso alle connessioni imprevedibili e inimmaginabili di quell’estate, la memoria mi sembra uno specchio che continuamente cade e va in mille pezzi – cerchi di rimetterli insieme, ma ogni volta che ti ci guardi l’immagine è distorta in un modo nuovo, e rivela qualcosa di diverso di te. Uno di questi riflessi spezzati mi fa tornare in mente proprio quell’articolo letto nel 2008, che diceva:

Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini utilizzarono aeroplani pieni di passeggeri come bombe e spostarono la montagna di presunzioni sulle quali le democrazie occidentali avevano basato i propri affari. Da allora politici che non si descriverebbero come fascisti hanno permesso intercettazioni telefoniche di massa, monitoraggio di email private, detenzioni senza processo, tortura sistematica, waterboarding di detenuti, arresti domiciliari illimitati e l’assassinio mirato di sospetti, mentre la procedura di estradizione internazionale è stata sostituita dalla deportazione clandestina. Questo non è fascismo da dittatori con stivaloni e bava alla bocca. E’ il pragmatismo di politici vestiti a puntino. Ma il risultato è molto simile. Genova ci dice che quanto lo Stato si sente minacciato, la legge può essere sospesa. Ovunque.

Ed ecco che la memoria appiccicosa incolla evento A con evento B, e mi catapulta in quell’altro giorno, cinquantadue mattine più avanti, e non solo perché tutti in qualche modo se lo ricordano (o tutti noi, ma i miei studenti diciottenni no), e non solo perché è diventato il mio argomento di studio. Ero a lavorare in teatro al Globe, durante uno spettacolo in cui gli attori non lasciavano il palcoscenico fino all’intervallo. Intorno alle tre del pomeriggio feci una pausa caffè, e incontrai uno delle guardie di sicurezza del teatro, che stava attaccato alla sua radio con una faccia spiritata. “Hanno bombardato il World Trade Center,” mi disse. Capii “World Trade Organization” e pensai al G8, a Seattle, a Genova, alla guerriglia di strada, a una bomba tipo molotov. Quando gli attori scesero dal palco per l’intervallo le torri erano già crollate, il Pentagono colpito, il volo United 93 precipitato, gli spazi aerei del mondo chiusi. Quando lo dissero agli attori a uno di loro crollò la faccia. Suo padre era in viaggio da Milwaukee a Londra, in aria da qualche parte. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo, non si sapeva se ci fossero altri dirottatori e ogni uccello di metallo ancora in volo avrebbe potuto trasformarsi in una bomba da un momento all’altro. Era il capo, quell’attore lì, e decise di continuare lo spettacolo. Salirono sul palco tutti insieme e lui si avvicinò al pubblico dall’orlo del palco e fece un gesto per chiedere silenzio. Disse a tutti quelli che come noi erano stati chiusi in quella specie di capsula del tempo teatrale che c’era stato un attentato a New York e uno a Washington, e che molte persone erano morte, ma non si sapeva quante. Si sapeva molto poco. Un gruppo di ragazzi Newyorkesi nel pubblico collassò di botto, tutti insieme, tutti a dire ohmygawd, ohmygawd, scoppiarono in lacrime, si accasciarono al suolo o corsero fuori a cercare di telefonare dalle cabine pubbliche. Lui disse che lì lo spettacolo sarebbe andato avanti, e chi voleva andarsene era libero di farlo, ma si sentiva di avere il dovere di arrivare alla fine della commedia, perché Shakespeare (un po’ come Bruce Springsteen) ha sempre le parole giuste. E così si fece, la maggior parte del pubblico rimase, improvvisamente il testo si fece più scuro, più pericoloso, ma per la prima volta realizzai che la parola finale della commedia era ‘Peace’.

 

Questi sono i miei frammenti, sul blog Io Ricordo Genova trovi tanti pezzi di tanti altri.

Come si fa a leggere Guerra e Pace?

In caso di morte di Tumblr infrangere il vetro

Dio è morto, Tumblr è morto, e anche io non mi sento tanto bene. No, sul serio. Tumblr è fuori servizio da ventiquattr’ore e c’è gente che non sa che fare. Per la disperazione oggi ho persino lavorato senza interruzioni, fate voi. Nel caso però non abbiate davvero un accidenti da fare senza Tumblr, ho pensato di darvi un suggerimento. Leggete Guerra e Pace. Seriously? Fuck yeah. Intanto ve lo dico, io Guerra e Pace l’ho già letto una volta dieci anni fa, e in questo momento sono a metà della seconda. Fidatevi ché ne vale la pena. Vi spiego come si fa in cinque punti.

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Peso della cultura - lordo (photo by Jill Clardy)

1. Per leggere un romanzo del genere è importante avere a disposizione dei blocchi prolungati di tempo, e uno spazio comodo e confortevole. Non è un libro che si può leggere in metro la mattina perché pesa tipo due chili e mezzo e dura 980 pagine nell’edizione scrausa inglese che ho letto per prima, e 1290 in quella ottima che sto leggendo adesso (per i motivi di tale differenza vedere punto 2). Ma le vacanze di Natale sono alle porte e sono il momento ideale, specie se fuori fa freddo e nevica e potete meglio immedesimarvi nella Russia totale (e appunto, se Tumblr non lo rianimano, pace all’anima sua). Non solo, ma impegnarsi in una lettura del genere è un’ottima strategia di prevenzione contro la tradizionale lite famigliare o la noia del pomeriggio pancia-piena-e-cervello-ebbro. Spiegate la situazione alla nonna mezza sorda, e al cugino Tobia che vuole che gli costruiate il set LEGO Technik che gli avete regalato, oppure nascondetevi in camera a leggere: la famiglia reagirà o con grande irritazione (ma a questo punto sarete già ben distanti) o con l’ammirazione che si riserva ai grandi scalatori, intellettuali, o vincitori di mondiali. State per affrontare un’impresa. Tempo di arrivare a Santo Stefano sarete già presissimi dalle vicende, e potrete tranquillamente mandate vostro fratello/sorella a cambiare i regali indesiderati il 27. Se per caso vi mancano il caos e il frastuono della pazza folla che assalta gli straordinari saldi post-natalizi, potrete tranquillamente rifarvi coi cannoni e gli attacchi degli ussari armati contro Napoleone.

2. La scelta della traduzione è fondamentale. Io l’ho letto in inglese entrambe le volte ma in due traduzioni diverse (la prima, scrausa, pesantemente tagliata e volgarmente ridotta, e la seconda, magistrale, annotata, e onnicomprensiva), e garantisco che il libro che ricordo non è il libro che sto leggendo (in senso positivo, intendo). Naturalmente diverse traduzioni risultano in diverse versioni del libro (persino la traduzione più perfetta non è una copia, è sempre un’interpretazione). Ce ne sono alcune molto fedeli allo stile di Tolstoy che di conseguenza sono meno letterarie e liriche, ma che senza dubbio io preferisco: riprendono il suo uso eccentrico delle ripetizioni, l’ironia molto velata, e l’osservazione critica dei personaggi. Tolstoy è un genio della similitudine e della freddura, e della descrizione breve ed efficace (famosissima la descrizione dell’opportunista Boris, che “sorrise con cautela, in modo che il suo sorriso potesse essere compreso al tempo stesso come una presa in giro o come un’approvazione della battuta, dipendentemente da chi lo interpretava”). A quanto pare una traduzione italiana buona è quella recente della Garzanti, che però ha il francese tradotto, e io sono pignola e vi direi che non si fa, ma capisco che non tutti abbiano voglia di leggersi pure i pezzi di dialogo e lettere in francese, anche se Tolstoy li ha scritti così. Eh sì, ci sono pezzi anche in tedesco – questi più per showing-off che altro – ma i pezzi in francese hanno un senso molto preciso: la nobiltà russa non parlava in russo davanti alla servitù per non farsi comprendere e quindi mantenere un’aria di superiorità. I personaggi che si ostinano ad andare avanti col francese lo fanno principalmente per convenzione sociale, ma Tolstoy usa le due lingue per dimostrare l’arroganza di certi personaggi, o l’umiltà di altri. Per esempio, l’eroe del romanzo, Pierre, usa il russo abitualmente nella maggior parte dei suoi dialoghi nonostante sia cresciuto in Francia. Questo perché è cresciuto nel periodo progressista della rivoluzione francese, e crede nell’uguaglianza tra le classi sociali, quindi non ritiene di doversi dimostrare superiore a nessuno, nemmeno alla servitù. Non vi sorprenderà scoprire che Pierre è uno dei primi a liberare i servi della gleba che vivono nelle sue proprietà terriere, diventando una specie di proto-rivoluzionario russo (nonché il mio personaggio preferito – inserire fitta lancinante di Bovarismo).

3. I personaggi hanno in genere un minimo di tre nomi, alcuni ne hanno sette o otto. E’ una necessità del mondo che Tolstoy rappresenta. Il primo nome è il nome di battesimo (es.: Nikolay), il secondo nome è il patronimico, ovvero il nome del padre declinato al maschile o al femminile a seconda del genere del personaggio in questione (il padre di Nikolay si chiama Ilya, e quindi Nikolay fa Ilyich di secondo nome; sua sorella Natalya fa Ilynichna); il terzo è il cognome, anche quello declinato (Rostov – quindi Nikolay Ilych Rostov, o Natalya Ilynichna Rostova). Poi in genere ci sono i titoli nobiliari – principalmente Conti e Principi – e i terribili soprannomi russi: Nikolay può essere chiamato Nikolushka, Nikolenka, Kolya, Nicolas, Coco; Natalya è a volte Natasha, a volte Natalie (sempre per il discorso del francese parlato in pubblico).  Insomma un casino. Le fortune sono due: uno, il fatto che i soprannomi sono usati solo da persone con gradi di parentela molto vicini, spasimanti, fidanzati (ma non tra mariti/mogli, nel qual caso è molto più tradizionale che la moglie si riferisca al marito con nome e patronimico, o col titolo nobiliare, a seconda del caso – insert feminist rant against patriarchy here), quindi se non altro se si sa chi sta parlando si dovrebbe capire a chi la persona si riferisce. Esempio: mettiamo che ci siano due personaggi che si chiamano Nikolay, e un altro personaggio, diciamo Natasha, parla di entrambi. In questo caso Natasha parlerà di suo fratello Nikolay come Nikolay, o usando un soprannome/diminutivo, mentre parlerà dell’altro con nome e patronimico, o titolo e nome, o titolo e cognome, ma non come “Nikolay”. Chiamare un personaggio con il nome o il soprannome sbagliato può indicare ironia, mancanza di rispetto, insulto. Per esempio il Pierre di cui sopra (il cui nome completo è Pyotr Kyrillovich Bezukhov) viene chiamato e presentato semplicemente come Pierre perché è il figlio bastardo del Conte Bezukhov. Appena le sue circostanze cambiano, cambia il modo in cui gli altri personaggi si rivolgono o riferiscono a lui: chi continua a chiamarlo Pierre lo fa per affetto (Natasha è una di questi, Andrey pure) o per insulto perché non vuole riconoscere il suo cambiamento di status. Pierre stesso è restio a farsi chiamare Conte Bezukhov sempre per il discorso di prima -liberté, égalité, fraternité, etc, ma in alta società l’infrazione delle regole indica sempre un riposizionamento dello status quo del personaggio.

L’altro grande aiuto è che Tolstoy, che non era precisamente un cretino, e che sapeva che il libro era pubblicato in capitoli settimanali sui giornali letterari dell’epoca (e che quindi nessuno aveva il lusso di leggere dall’inizio alla fine come noi, ma si doveva aspettare con la bava alla bocca come per le nuove puntate di Mad Men) è molto bravo a ricordarti chi è chi ogni volta che è necessario. E comunque che in tutte le buone edizioni di Guerra e Pace c’è un’utile lista dei personaggi con tutti i nomi, patronimici, soprannomi e alberi genealogici, e anche un simpatico breve riassunto all’inizio di ogni capitolo.

4. Date un volto conosciuto ai personaggi per tenerli bene in mente quando non sono in scena per duecento pagine o giù di lì. Per me il Principe Andrey ha la faccia di Hugh Jackman, Anatole Kuragin quella di Ralph Fiennes e Boris Drubestoky quella di Matt Damon. Natasha è Winona Ryder del periodo glorioso, Hélène potrebbe anche essere Christina Hendricks (ma senza il cervello, la battuta pronta e la simpatia). I danni grossi qui li fanno certe robe tipo lo sceneggiatone co-prodotto dalla RAI, che cercano di metterti in mente che Alessio Boni è il Principe Andrey, anche se sembra piuttosto Stanis LaRochelle nella parte di Ridge Forrester (provare per credere), Violante Placido interpreta Hélène con tutta la sua arte di “cagna pure in foto”, e Alexander Beyer, poveretto, fa di tutto per dar vita a un Pierre che sembra scritto con “F4 basito” da gente che del romanzo non ha neanche finito il Bignami. Smarmella tutto, daidaidai, la locura, è arrivato il papa nero, lasciate stare. Versioni cinematografiche buone e consigliabili di Guerra e Pace non esistono. No, dai, quella con Audrey Hepburn e Henry Fonda non si può vedere. Quella classica del periodo Breshnev, diretta da Sergei Bondarchuk, è un eccentrico capitolo del Guinness dei Primati per la più vasta scena di battaglia mai girata per il cinema, ma anche per numero di comparse, e di cavalli morti durante le riprese. C’è un grande senso epico che sicuramente è parte fondamentale del romanzo, ma che è spesso stravolto in nome dell’ideologia: in tutto e per tutto è un film che ha la posizione politica dei grandi progetti educativi/culturali del tardo-Soviet, invece che quelli di Tolstoy. In più tutti gli interpreti sono vecchissimi e stonano di brutto con i personaggi (nella tradizione teatrale russa gli attori giovani interpretavano parti minori, e i grandi vecchi le parti principali, indipendentemente dall’età del personaggio – ci sono attori russi che hanno continuato a recitare la parte del Romeo di Shakespeare fino a più di cinquant’anni suonati, proprio una bella roba a vedersi – NOT). Insomma, il film giratevelo da soli. (Io ne vidi una versione teatrale devastantemente bella fatta dalla compagnia Shared Experience a Londra, ma non credo che la cosa sarà mai ripresa in mano, anche se Peter Stein magari dovrebbe, quando gli passa la fase Dostoevsky. E mettete Fabrizio Gifuni a fare Pierre prima che invecchi troppo, vi prego.)

5. Se siete arrivati fin qui vi voglio un bene che non ve l’immaginate. Mi sembra anche legittimo chiedersi: ma perché dovrei leggere Guerra e Pace, specie se per caso visto che Tumblr si riprende è ripreso? Perché è un libro che passa dalla meditazione filosofica al romanticismo più struggente, e, come dicevo altrove, è scritto da uno che praticamente ha inventato l’epifania di Joyce e anche la bromance moderna (presto, fatemi una maglietta con scritto “I ship Andrey/Pierre”). E’ un libro di storia fatta dagli individui, sia vittime che carnefici, e di Storia fatta dai grossi movimenti inesorabili, ma anche da piccoli e delicatissimi passi di danza. E’ un libro che non è solo un libro ma un mondo, una vita parallela per te che lo leggi e per le centinaia di altre persone, tutte particolari, che ti dà l’opportunità di incontrare. Alcune somigliano a certi personaggi importanti della tua vita, altre speri di non incrociarle mai, né in guerra né tantomeno in pace. E’ un viaggio nel tempo e nello spazio tra la Russia del 1805 e il posto in cui ti siedi a leggere.

Jonathan Franzen dice che si è ispirato a Guerra e Pace per il suo ultimo libro (Caro Babbo Natale, lo so che ti ho già chiesto la Lomo e il cofanetto di Springsteen e gli stivali nuovi, ma mi regaleresti anche Freedom di Franzen? Prometto che farò la bravissima e che non mi arrabbierò quando gli studenti consegnano i compiti in ritardo, o quando il marito non aggiusta quella stronza perdita nella vasca da bagno. Grazie, e tanti saluti a tutti gli elfi e le renne). Dice Franzen che leggere Guerra e Pace è:

un’esperienza che ogni lettore dovrebbe fare una volta nella vita. Lo scopo [della mia ispirazione a Guerra e Pace per la scrittura di Freedom] è di avere un libro che non si può finire tutto in una serata, ma di leggere qualcosa che si prenda il tempo di  una serie di giorni, e che vuoi che non finisca mai. L’idea è di respingere questa cultura elettronica fatta di piccoli frammenti di informazione che ti bombardano e gratificano ogni cinque secondi. Per questo Guerra e Pace è per me un modello. E tutti i romanzi del XIX secolo in generale sono modelli per un diverso tipo di tempo per pensare e sentire in un modo forse più lento, ma spero anche più intenso.”

Ecco per me il tempo prolungato che si passa in questo mondo così diverso, in questa narrativa profonda e mastodontica, in quest’epica seria ma leggera è così: più lento ma più intenso. La neve cade fuori, il ghiaccio lentamente si consolida e io leggo, come certa gente cammina, altra suona, altra ricama. Il tempo si dilata, le parole ti trasportano un po’ via di qui. Quando si torna è come arrivare a casa da una festa dopo balli e vodka, coi piedi gonfi, il cuore pieno e la mente ubriaca, una piccola cotta, una discussione seria con un vecchio amico, stanchissimi ma contenti.