Veni Video Vici

Rihanna – You the one

Ve l’ho detto che da due settimane sento solo Talk That Talk di Rihanna? No? Non ve ne frega una mazza? Ecco ora avete una notizia inutile in più nella vostra vita perché io ormai ve l’ho detta e ormai voi la sapete. Insomma. Ecco.
You The One è la traccia che apre il disco ed è la cosiddetta ballata downtempo, cioè è capire come Rihanna riesca a combinare un testo così (dolce nanana, emozionale nananayey) con mosse alla Selen e mani “in caciara” per 4/5 del video, però il pezzo è un pezzone

Il Teatro degli Orrori – Io cerco te

Che è la classica canzone de Il teatro. La notizia bella è che Ragno Favero sembra sia tornato col gruppo, certo sapere che sul disco ci sarà un featuring di Caparezza non mi fa capire molto la direzione, ma siamo buoni tranquilli e aspettiamo.
Il video è una cacatona che andava fuori moda verso la fine anni 90, tutti che cantano faccia alla telecamera, tutti che scapocciano. Almeno i Linea 77 ci avevano messo The Niro a farlo, che faceva ridere.
Ah, ha creato un po’ di subbuglio la frase “Roma capitale, sei ripugnante, non ti sopporto più” che fa molto Calderoli, ma parlarne sarebbe dare soddisfazione a Capovilla e chi se ne fotte (citandolo).
Detto ciò vediamo se la faranno a Roma, dal vivo, vediamo che succede, sarà tutto per il lol.

Arcade Fire – Sprawl 2

Qui stavamo pubblicando le classfiche sennò ne avremmo parlato per bene. Il video ha un po’ quell’aria da Suburbs Jonzeiana che secondo me a questo punto guiderà tutto il marketing del disco di due (2!!) anni fa. Detto questo c’è chi ama e c’è chi odia Regìne, io personalmente le voglio un bene del mondo anche se un eventuale disco solista mi spaventa un po’. Se non l’avete fatto c’è anche la versione interattiva del video, tipo che se ballate davanti alla cam lei fa le stesse mosse. Ma io non lo so perché non ho la cam.

Oggesù

Che The Suburbs fosse un disco enorme da queste parti se ne è parlato spesso e volentieri (che poi io abbia una dose di sfiga personale con gli Arcade Fire è un altro discorso e ora non stiamo parlando di questo).
Che fosse uscito (The Suburbs) con n copertine differenti come cromatismo lo sappiamo.
Che fosse rieditato con due tracce in più sembrava quasi una furberia.
Che una fosse dimenticabile c’era nel conto.
Che l’altra (Speaking in tongues) diventasse automaticamente un instant classic (almeno per me) no.
Che ci fosse David Byrne neanche (sul finale).
E che io riesca a sentire ed amare una canzone con lui era altamente improbabile.

E invece

Army of Fire: Arcade Fire live at the O2, London 02.12.2010

Gli Arcade Fire sono in sette ma si presentano in otto, e quando salgono sul palco sembrano trenta: il piccolo esercito di uno staterello immaginario dell’ex Unione Sovietica, in cui i ragazzi hanno fatto un colpo di stato e gli adulti sono scappati. Si mettono in posizione come dei barricaderos: quattro davanti in piedi con chitarre bassi e violini come fucili, due seduti alle batterie dietro come ai cannoni, due che corrono su e giù con tamburi e quant’altro come alfieri e messaggeri tarantolati. Portano tagli di capelli e vestiti che ho visto solo in certi revival post-moderni di cose scritte da Frank Wedekind o Max Frisch, robe da inizio secolo – un secolo che si prospettava molto meno buio di quello che ci ritroviamo davanti noi, e mettere le cose in prospettiva fa pensare al peggio per noi. Arrivano armati di punk. No, arrivano con due armi: punk e pop. No, aspetta, arrivano con tre armi: punk, pop, e rock. Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola. No, scusa, ok, riparto daccapo: arrivano armati di punk, pop, rock, indie, fede, saggezza, umiltà, rabbia, delusione, amore. E soprattutto scintille.

Non scordiamoci che gli Arcade Fire, come me, sono figli di quegli anni ’80 in cui Padre Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla. E gli Arcade Fire si portano da casa le pietre focali fatte di corde, tasti, bacchette, rullanti, microfoni, video. Le prime scintille sono due canzoni: Ready to Start, e poi la parabola di Alexander, un ragazzo che avrebbero dovuto chiamare Laika. A questo punto Win dice “sentite, ieri sera abbiamo aspettato fino quasi alla fine, ma oggi no. Siete a un cazzo di concerto rock, ora alzatevi tutti in piedi” e il fuoco divampa verso un posto dove non vanno le macchine. I vecchi, quelli che si accarezzano la barba con ammirazione si risiedono dopo poco, ma noi – che proprio bambini non siamo – noi no: si canta, si urla, si lanciano le braccia al cielo, e c’è un’intensità bruciante che fa sembrare il tutto la festa della rivoluzione.

Che Win Butler la stoffa per fare il grande arringatore di folle, il lider maximo di una piccola repubblica anarchica ce l’abbia è innegabile, e questa rivoluzione potrebbe anche funzionare. Parla dei loro viaggi e del lavoro che fanno ad Haiti con grande emozione – Régine, sua moglie, vestita di paillettes dorate, è Haitiana, e gli Arcade Fire cantano del suo paese, e donano per ogni biglietto venduto un’unità di moneta in beneficenza per l’isola Caraibica (un dollaro, una sterlina, un euro). Lo facevano già da prima del terremoto, e ora lo fanno con un’urgenza ancora più impressionante, e senza il circo pubblicitario di gente tipo Bono o Chris Martin. Poi si rivolge agli studenti Inglesi, quelli che da tre settimane stanno occupando e manifestando, quelli che David Cameron sta cercando di zittire (ma poteva anche parlare agli studenti Italiani che vanno a piedi sull’A14), e dice: “continuate ad andare in strada, urlate e fatevi sentire, perché quando si taglia l’arte si comincia da lì a tagliare pian piano tutto il resto” e poi si lanciano tutti e otto in una versione divampante di Rebellion (Lies).

A proposito dell’A14. Sul palco c’è un enorme traliccio che sorregge un cartellone digitale da autostrada, un display luminoso che passa clip di film dell’espressionismo tedesco, commoventi video di Spike Jonze confezionati su misura, B-movies Americani, e immagini di strade, superstrade, autostrade. Sono le strade generiche di un paese qualsasi del Primo Mondo, e sono uguali alle strade dove ho imparato a guidare io, nella macchina di mia madre. All’entrata ho comprato una spilletta che dice “I’m from the Suburbs” e di certo la periferia del Bolognese sulla quale da adolescente proiettavo le storie di Springsteen – la via Emilia come la New Jersey Turnpike, la pianura nebbiosa come il paesaggio lunare di State Trooper – non assomiglia per niente ai posti dove sono cresciuti gli Arcade Fire: Texas, Haiti, Montreal. Ma la realtà non conta niente, siamo figli di un immaginario globale che omogenizza le esperienze e che appiattisce i paesaggi locali. Che gli Arcade Fire riescano a interpretare questa cosa non come motivo di desolazione ma come minimo comune denominatore per avvicinarci gli uni agli altri, quando invece saremmo così distanti, è il grande pregio dei pezzi del loro ultimo album, quello più adulto, quello meno rivoluzionario, quello più nostalgico e profondo. Io vengo dalla periferia, loro vengono dalla periferia, tutti veniamo dalla periferia di qualche posto.

Il momento più emozionante per me viene da Neighborhood #1 (Tunnels), la prima canzone del primo album, del primo momento in cui ho cominciato davvero ad ascoltare quello che gli AF avevano da dire (sì, ok, avevo anche l’EP prima di quello, mica sono indiesnob per niente, però, capito, quel momento in cui una band si infiltra nella tua vita tra le crepe dell’indie-snobbery, quando smetti di criticare e cominci a seguire il discorso). E con la neve che scende fuori e il ghiaccio che ha impedito a GiorgioP & signora di essere lì con me, mi commuovo tantissimo. Penso a tutte le storie d’amore, mie e altrui, tutte le persone che si promettono che se la neve cadrà e seppellirà tutto il quartiere scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua, per arrivare da te nonostante tutto, e penso che cosa bella da dire, e che ci si può credere solo quando si è molto giovani o solo quando si è qui in mezzo a questo fuoco.

Gli Arcade Fire hanno trent’anni come ce li ho io. Chiudono la serata con Wake Up, innegabilmente la canzone più grande degli ultimi dieci anni, la Smells Like Teen Spirit di questi ragazzini che ballano giù nel parterre, dei miei studenti che cerco di svegliare in tutti i modi possibili. Non è la mia generazione e neanche quella degli Arcade Fire, ma non si canta e non si insegna per se stessi, lo si fa per gli altri. Per passare il fuoco e tenerlo vivo. Uscendo nel gelo della notte Londinese c’è un’aria cristallina che fa male alla faccia e la gente continua a cantare il coro “ooooooh oooooooh ooooh ooh oh oooh oh.” Non c’è niente in questo momento che mi faccia sentire più viva.

Bonus: setlist; flickr set by melbourneflower