Momenti così, che capitano i dischi bellissimi

Abbiamo fatto trenta facciamo trentuno direi. Mi riferisco al fatto che è per me la logica conseguenza dell’avere scritto un post sull’ultimo Virzì il parlare poi di quella che è parzialmente la sua colonna sonora.
Quindi parlare di Birds, esordio di Thony (co protagonista del film di cui sopra).
Non so (non credo) che l’urgenza di recuperare quel disco (praticamente impossibile illegalmente, compratelo poi mi dite chè ne stravale la pena) appena uscito dalla sala e avere visto il film derivi più dall’impatto di QUELLE CANZONI in quel contesto. Era più un’urgenza derivante dal fatto che dischi belli così e così emotivamente importanti effettivamente non ce ne sono tanti. A cuore mio Gatekeeper di Feist, For Emma di Bon Iver, O di Damien Rice e boh forse il primo di Jose Gonzales.
Thony è una di quelle brave, ma forti veramente che fosse straniera probabilmente mezza blogosfera e umanità in modalità indie ci si strapperebbe le mutande invece di bagnarsele coi Mumford and Sons per dire un nome che va immotivatamente per la maggiore..
Birds, il suo disco, è una raccolta di momenti intimi, dolci e a metà tra la migliore e intima (leggi senza gospel) Feist e la delicatezza delle coae più pacate di Regina Spektor.
Uno dei pochi dischi da avere di quest’anno e sicuramente la cosa migliore per me scritta in Italia (attendendo i tre allegri ma quello è un altro discorso).
Non è un disco facile. Questo no. Perché i dischi che sono facili non fanno piangere.

Tutta la vita davanti, tutti i santi giorni

Il cinema non sempre è fatto di perfezione intesa come fotografia, sceneggiatura e presenza attoriale.
A volte il cinema è anche una questione di sentirselo dentro nel suo aspetto più basico che è il “raccontare una storia” arrivarci magari in modo a volte pasticciato altre semplificato ma riuscire a raccontarla e aggiungere qualcosa alla tua visione delle cose dopo un’ora e passa di pellicola.
In questo, Paolo Virzì, è uno dei pochissimi che non deve prendere lezioni da nessuno e Tutti i santi giorni è solo un’altra conferma in tal senso.
Parliamo di film belli anche quando la sinossi potrebbe essere scritta in quattro parole “storia di una coppia” e quando poi vediamo che quella di storia è una storia comune con qualche sfumatura certo, ma comune.
E se Virzì si appoggia lievemente su quei personaggi di contorno (i coatti e i fattoni) che continua a non sapere scrivere e a dargli un taglio un po’troppo da operetta è quando ti accorgi nelle frasi semplici e nei meccanismi piccoli e delicati di una coppia raccontata in maniera così di cuore che ti stai commovendo (e tanto), e che in fondo ha vinto lui.
Perchè se Marinelli e Thony (compratevi il disco fatevi un favore) sono due personaggi a loro modo lievemente sopra le righe Virzì dipinge la loro storia con piccole sfumature di normalità, lontana dalle puttanate isteriche Mucciniane, quella che ciascuno di noi a suo modo vive o ha vissuto, senza fuochi d’artificio, senza corse sotto la pioggia e crescendo musicali. Normalità.
Quando un regista riesce nell’intento di portare a casa jn risultato del genere senza quasi mai sfiorare la banalizzazione ti entra nel cuore.
Virzì a suo modo ci dicedo che c’è tutta la vita davanti sì, ma portarla avanti tutti i santi giorni è una fatica grossa.
Tutti i santi giorni è il motivo per cui Virzì dal mio non esce.