Whenever, If Ever

cover9

E’ bello quando un disco ti prende al punto di rendere complicato tirare giù qualche riga che abbia un minimo senso compiuto e che non sia il solito sborrare di commenti über positivi che non riesce a darsi un limite. Quest’anno mi è successo con almeno due dischi, ed essendo il prossimo disco dei Prawn in previsione per gennaio 2014 potrei azzardare che le probabilità che mi possa accadere ancora da qui a fne anno siano basse. Volendo mettere i doverosi puntini sulle i, per ‘tanto’ intendo un disco che dia la spinta finale per prendersi di buon animo, mettere le scarpe alle 11 di sera e camminare finché il disco non è finito, sebbene sia la milionesima volta che lo si ascolta; la spinta per allungare di 10 minuti la strada in macchina per poter risentire un paio di canzoni; la spinta necessaria per avere voglia di parlare del suddetto disco senza sapere bene quali tasti spingere. Whenever, If Ever ci riesce benissimo in tutte tre le discipline. Ulteriore puntino sulla i è che questo post sarebbe dovuto essere più lungo perché avrebbe dovuto contenere anche un’intervista a cui i The World ecc non hanno mai risposto, ma le stesse domande grosso modo sono state poste loro nell’intervista contenuta dentro a Manual Dexterity, reperibile in .pdf all’interno della compilation digitale della Topshelf. Nel caso, ho una mail che prova il mio dire il vero ed un post comunque troppo lungo.

È passato un sacco di tempo da quando Whenever, If Everè uscito. C’è stata la storia del leak due settimane prima della data di release ufficiale, c’è stato un picco di vendite che ha portato la Topshelf per la prima volta in una classifica di Billboard e poi Pitchfork che appena ha visto qualche nome ripetersi in qualche blog ha iniziato ad interessarsi e a parlare di un qualche revival del ‘genere’ senza, o con poca, cognizione di causa. Tutta una serie di cose che l’hanno portato alle orecchie di un numero di persone con cifra a qualche zero più del previsto. C’è stato, insomma, tempo sufficiente per ascoltarlo fin troppe volte prima di parlarne.

In primissimo luogo Whenever, If Ever parte da un presupposto a cui penso ogni volta che lo ascolto, un discorso che mi ha fatto mio babbo mille volte quando ho iniziato a suonicchiare: non suonare troppo, non esagerare. Ci sono arrivato crescendo, ovviamente a 16 anni vuoi menare i tamburi come un idiota, poi con il tempo capisci l’importanza delle pause, dei silenzi e del senso di suonare non come soddisfazione del singolo, ma di un tutto orchestrato per un fine collettivo. In questo disco ho capito per l’ennesima volta il succo del discorso e mi prostro davanti alla bravura nel non incasinare tutto con quella quantità di carne al fuoco. Da un lato pragmatico, i The World ecc sono in nove (nelle prime registrazioni erano in cinque, poi in sei), con tre chitarre, un violoncello, un synth ed eccetera, ma tutto il disco suona compatto e non c’è mai quella sensazione di troppo che disfa la struttura (addirittura il secondo video è di una canzone senza base ritmica, per dire). Il tutt’uno inteso come gruppo che suona contemporaneamente e sa crescere e diminuire in base all’atmosfera della canzone, sa dove mettere i piedi e lo fa in armonia senza aver mai nulla di troppo. I giri di breakdown di Heartbeat In The Brain sono la dimostrazione del concetto: il violoncello che doppia la chitarra ritmica e la batteria che ci gioca sopra prendono la natura quadrata del modello, ne ristrutturano la composizione e pezzo per pezzo montano un intreccio che sale nel petto fino alla coda della canzone. A livello generale le voci, una principale e due a supporto, senza contare tutti i cori e i singalong vari, salgono con sapienza ed il synth sa quando deve suonare come tappeto o come accento e quando spiccare sul resto con riff semplici semplici. Gioco, ma soprattutto ottica, di produzione, perché Chris Teti, il chitarrista che suona la tromba – altro fattore che accomuna parte della nuova scena emo, per quanto sia obiettivamente riduttivo chiudere i TWISA dentro quella scatola – ha lo studio di registrazione dove incidono, per cui una componente che funziona a loro favore sia in comodità che ‘in produttività’.

Lato pratico a parte, il senso di unione è anche e soprattutto la stretta di mano che unisce tutte le dieci canzoni in un compatto corpus da ascoltare dall’inizio alla fine per gustarlo per bene. È complicato spiegare la parte musicale senza fare la figura della fighetta che parla di rinascita, di nostalgia, di quello di cui parlano in primis i loro testi, però è così: il disco emana nostalgia e ‘faccio questo perché mi piace, anche se devo restare seduto su un furgone per 9 ore andando lontano da casa e suonare davanti a 2, 7 o chissà quante persone, come quando la mia band ha aperto per i Finch e per i Brand New’. Mi consola ricordare che tutte le recensioni lette hanno almeno un paio di righe ciascuna in cui l’intestatario del pezzo ammette di avere avuto difficoltà nel dover sciorinare cose sensate descrivendo come suonano i The World Is A Beautiful Place And I Am No Longer Afraid To Die. Voglio provare a metterla così: la settimana scorsa dopo tentativi rinviati da pigrizia e poca motivazione ho ripreso le bacchette in mano per fare qualche esercizio. Su youtube ho trovato un video a caso di una lezione di paradiddle, perché andare a cercare i metodi cartacei era troppo faticoso, ed il tipo del video diceva che il nome dell’esercizio è onomatopeico, infatti la sillabazione del termine equivale al ‘movimento’ che devono fare le bacchette sul tamburo. Ora, il nome lunghissimo della band non è onomatopeico, ma è la descrizione perfetta per quello che suonano e quello di cui parlano le loro canzoni.
Ok, messa giù facilissima, cerco di correggere il tiro. La patina dell’abbondanza strumentale sembra portare subito ad un generico post rock. Le chitarre confermano e negano. La voce è nasale. Le canzoni durano pochissimo o dai 4 minuti in su, senza avere un bilanciamento ma attaccandosi l’un l’altra. C’è un tastabile rimando a tutto l’emo vecchio (o almeno certe frange delle vecchie ondate), la vicinanza alle cose più recenti e certi richiami allo screamo. I The World Is A sono un gruppo di/del genere come punto di partenza sulla cartina per procedere poi per una strada loro. Se l’emo di solito si chiude in sé stesso a fare piani su un foglio di carta questo è come dovrebbe suonare il sentirsi a proprio agio andando a fare quello che fa stare bene assieme ad altre persone, l’azzardare, il sentire nostalgia di qualcosa, sentire la lontananza mentre si è in movimento verso il proprio obiettivo, quello che si è felici di fare sebbene le avvertenze e le difficoltà che si potrebbero incontrare. Nell’intervista chiedevo se ci fosse un qualche filo logico a trama delle canzoni e se Gig Life fosse una specie di manifesto del concetto che ho appena tentato di spiegare. In cuor mio fingo di aver ricevuto una risposta che conferma la mia ipotesi, che la parte post rock del suono sia il guardare fuori dal finestrino quando loro nove sono stipati dentro ad un furgoncino mentre guidano verso la città in cui devono suonare così come l’ho interpretata, con l’eterno dubbio della vita che hanno deciso di fare, se è quella giusta oppure meno – tale quale come risulta in superficie o come metafora che nasconde altro scavando in profondità. Entrambe le cose quindi: post rock ed emo che si corrono incontro, sbattono la testa e si rialzano per andare là e scrivere canzoni.

Veni Video Vici

Balance And Composure – Reflection

La prima volta che ho sentito The Things We Think We’re Missing pensavo fosse un disco uscito per Run For Cover: c’è una certa indole anni ’90, ci sono le chitarre con quel suono lì, con quel richiamo a certe cose. Non mi sarei meravigliato se fosse stato prodotto dagli stessi che hanno fatto uscire Jar dei Daylight., invece esce per No Sleep ed è un bel dischetto di cui magari scriverò a riguardo due righe prossimamente.

The World Is A Beautiful Place And I Am No Longer Afraid To Die – Low Light Assembly

Video un po’ freakettone per i TWISA, che a differenza di quello girato per Picture Of A Tree That Doesn’t Look Okay non ricorrono più ad una mano digitale e ad un occhio che filtra le cose nel modello The Tree Of Life, ma percuotono la continuity usando il tema della copertina dell’album. Avevo mandato loro pure una decina di domande a cui non hanno mai risposto. Peccato.

Touché Amoré – Harbor

Straight outta Is Survived By, album nuovo uscito in questi giorni per Deathwish. Video un po’ senza pretese, allo stesso modo però crea l’ambiente giusto per loro cinque: strumenti, amplificatori, microfono e un proiettore. Poche fighetterie e tanta sostanza pur con questi pochi elementi. Bravi.

Knots

CoR_cover_detail

Il mio problema con i Crash Of Rhinos è che mi capitano sotto mano in momenti in cui prendo le cose un po’ troppo pesantemente. Tipo adesso, con Knots fresco di stampa, mi trovo a sbuffare eccessivamente cercando di respirare a fondo, prima di trovarmi con gli occhiali rotti per eccessiva arroganza e/o schiettezza nel dire le cose, o con i pensieri in lotta con la forza di gravità. Alla fine sto sempre zitto, somatizzo, respiro, metto le cuffie e pedalo come se non ci fosse un domani. Altra cura, al momento non la conosco.

Due anni fa con Distal i simpatici amici di Derby hanno fatto un disco emo che si annodava su sé stesso, sebbene diretto come un pugno in faccia che ti fa girare come nei cartoni animati. Un disco emo, comunque, non in tutto e per tutto perché contenitore di una frangia di anni ’90 da album di foto, ma uno capace di richiamare i Cursive e tutto il post hardcore concedendogli un piglio originale, diverso dalla ottima miriade di roba americana uscita negli ultimi anni. Con Knots le etichette forse iniziano a stare davvero strette.  La ‘scusa’ è sempre stata quella, “sono inglesi, lo sappiamo che il loro convenzionale è sempre diverso dal solito”. In questo disco nuovo, però, i Crash Of Rhinos hanno dilatato ed evoluto – lasciando passare il brutto termine – tutte le briciole sparse per il precedente percorso, dandogli una forma nuova e una direzione che mira ad un punto poco distante dall’obiettivo di Distal, molto vicino in realtà, ma che non è comunque lo stesso. È ancora un disco emo, post-hardcore, math rock, tutto quello che era Distal, più rumoroso, cresciuto, maturato. Può non scivolare giù tutto d’un colpo, ha i suoi scalini, le sue geometrie amplificate nella tecnica e nelle voci,  si prende i suoi momenti per respirare – tutto torna – per poi riprendere a correre verso la meta. I Crash Of Rhinos hanno fatto il discone, quello che sarà in tante classifiche di fine anno, che trasuda di amicizia rumorosa, di sorrisi e cenni d’intesa sotto litri di birra. È una gran botta. Una botta della madonna. Basterebbe dire così, no? Tanto poi possiamo anche trovarci ad un tavolino in silenzio ad ascoltare Knots dall’inizio alla fine, senza dire una parola una, giusto un sorrisino quando quel matto del batterista spara uno dei suoi fill (Oli, vacca boia) battendo le nocche e i piedi, ma dato che ormai Bastonate ha sdoganato ufficialmente la bici come nuovo media di ascolto io preferisco mettere le cuffie e dare pedalate troppo lunghe, ché tanto poi la bici da corsa non la comprerò mai ma continuerò sempre a tenere la marcia dura e sforzare le gambe, continuerò a fumare in rettilineo pur cercando di respirare con il diaframma mentre vado in salita. Messo così Knots ci sta da Dio, sempre in bilico fra due cose, con quei due bassi che ti caricano per bene e tutto quel marasma vocale che è un piacere ogni volta. Da fanboy, ma pure da ascoltatore oggettivo, è un disco della Madonna santissima.

Il disco lo si ascolta/compra sul loro bandcamp, il disco fisico lo si prende da To Lose La Track, da Topshelf Records o da Big Scary Monsters. È roba grossa.

minuti di recupero: Slingshot Dakota – Dark Hearts

Ultimamente ho scritto poco e male, gestendo nella medesima maniera il mio tempo e la mole di cose di cui avrei potuto spendere due righe striminzite al riguardo. Ad ogni modo, visti questi ultimi tempi e prese in considerazione le ultime ‘fatiche’, noto di essermi ritrovato spesso a rivestire il capoccione di Uatu L’Osservatore e dall’alto controllare quel mio piccolo sottobosco in cui un filo rosso collega talvolta cinema e musica (o solo cinema, dal piccolo del mio punto di vista di fronte alle fantastiche penne qui addette al settore) molto volentieri, laddove il primo sta ad una vena di indipendenza così come la seconda si sbuccia ancora le ginocchia cadendo e correndo con Vans mezze rotte.

Ora, considerato che la mia classifica di fine anno è già stata pubblicata qualche tempo fa ed essendo già nell’anno nuovo, parlare di minuti di recupero mi sembra lecito, così come recuperare un disco che mi sono perso in mezzo alla fuorviante quantità eccessiva di prodotti che cercano di invogliarmi a prestar loro interesse (di solito basta poco, tipo la parolina di tre lettere che fa capolino fra le tag a tema calcistico sotto il titolo del post ed il frì daunlò, per citare il capo delle cit.) e una malsana dose di pigrizia. Parlare in ritardo di un disco che avrei voluto mettere nella classifica è forse tanto lecito quanto doveroso.

Sul macro pippone appena esposto ci salto sopra come un bimbo in un campetto da calcio e sfrutto lo spazio da porta a porta come ponte per arrivare al nocciolo della questione: sono arrivato tardissimo al disco nuovo degli Slingshot Dakota, il primo fatto uscire dalla uberpresente Topshelf, e mi pento e mi dolgo di ciò, perché sarebbe entrato a mani basse in una classifica fin troppo ridondante (e considerato che questo post è il primo dell’anno, quello appena detto copre il sotto testo della promessa di ascoltare cose differenti fra di loro, smettendo di versar benzina sulla fotta del momento o almeno cercando di cambiare benzinaio una volta ogni tanto) a cui magari avrebbe potuto dare una sfumatura diversa. Dark Hearts non è niente di differente rispetto a quello fatto in precedenza; è ancora musica pop per cuori in camicia a quadri, poco diversa dalle cose che hanno fatto prima, ma penso che nessuno vada a bussare alla loro porta chiedendo la svolta crust o altro. Anzi, e qui riprendo il filo del discorso, sempre che ce ne sia mai stato uno, canzoni come Cassette dovrebbero assolutamente essere materia di lotta per registi e produttori alla ricerca della canzone perfetta per il drama con i giovani o i meno giovani in crisi che si sdraiano sul prato di casa e guardano per aria. Ed era questo qui il punto a cui sarei voluto arrivare: alla maturità del testo di Cassette, alla voce di Carly ed al contro canto maschile verso la fine, come se volesse dire ‘sì, ho capito e la penso pure io così; da tutto l’alone di sincerità che la pervade e quella chitarra che suona così piano nei primi secondi come se fosse un rumore fuori dalla finestra fino a quel paio di brividi alla schiena che salgono e bloccano tutto il corpo per qualche attimo ogni volta che la tastiera fortifica il proprio suono. La ascolti e ti ci vedi, forse per quello vengono subito alla mente così tante immagini da poterci fare un film. E’ un modo sincero per partire con il piede giusto, o magari faccio solo finta che scoprire una canzone del genere voglia significare qualcosa.

Il disco, che è ovviamente tutto molto bello, lo si può ascoltare in streaming qui o qui.

You Blew It! – Grow Up, Dude

Perchè nel 2012 ci piacciono ancora dischi come questo che obbiettivamente non hanno inventato nulla e non hanno nulla di diverso da qualsiasi altro gruppo di quella etichetta – e per quella intendo la Topshelf per cui questo esce, ma per cui escono anche i miei amati Prawn – o altre? Cosa dovrei rispondermi? Che piace, e tutte le somiglianze con x e y possono essere anche la motivazione stessa per cui ci facciamo pesciolini dentro quell’acquario post-deep elm fatto di nostalgici al nostro pari. Nel bene e nel male è nata una nuova scena con il solito ricambio di gruppi classico di queste note amare che ascoltiamo tanto. Una band che supera i tre anni di attività riceve una specie di trofeo di longevità emocore fatto con un cuore spezzato color oro e la paletta di un telecaster a sorreggerlo sul piedistallo.

Grow Up, Dude è lo scontro degli Snowing con la band dal nome più lungo di sempre, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die; gli aggettivi che sprecherei per descriverlo sarebbero un po’ quelli di un gruppo e un po’ dell’altro: Snowing senza urla strillate o The World eccetera con un po’ più di fretta e meno coefficiente post-rock, chitarre mathy e jingle jangle sempre presenti sulla prima linea, lievemente più rumorose dei due ep precedenti, con una costruzione generativa che pone molta più attenzione alle liriche che in precedenza. In meno di trentacinque minuti rischia quasi di finire nella top dei dischi della prima metà dell’anno. Forse però è perchè questo suono già macinato e rimacinato dal ’98 in poi è quello di cui sentivo il bisogno. Non le solite quattro – fighissime – band ma una quinta nuova che suona come tutte loro fuse in una. A me onestamente va benissimo così, ma si sa che sono un nostalgico dei primi con le fisse, anche se l’idea che questa volta non sia una fissa estemporanea ma un apprezzamento a lungo termine c’è – come si faceva con i cd veri e non con gli .mp3 (o con lo streaming online, dato che oltre al canonico bandcamp la prima piattaforma che ha dato la possibilità di ascoltare Grow Up, Dude è stato Absolutepunk). La topshelf non ha scazzato nemmeno questa volta. Valà.