Galveston

galveston

Nic Pizzolatto è uno che ha prima scritto due libri (uno di racconti) poi ha scritto una robetta per la tv che si chiama True Detective.
Il ringraziamento per avermi fatto scoprire il suo libro Galveston (così leviamo i pompini d’ordinanza) vanno tutti a Federico Bernocchi e alla sua bacheca di FB (a proposito in bocca al lupo per la nuova trasmissione su Radio Rai 2).
Ma veniamo a noi che magari vi sentite come gli invitati al pranzo di nozze nel momento in cui si parla dei parenti australiani che non sono potuti venire in quanto impegnati (ma in realtà non ce ne fregava un cazzo e siamo pulciari).
Veniamo a Galveston.

Che Pizzolatto (Nic, senza K) fosse uno più che capace a tirare su dei dialoghi pieni, fatti di una scrittura viscerale, indagatoria dell’animo umano, mai sarcastica e per lo più predisposta per quella che si dice “fine brutta” o “fine de merda” o “madonna che fine brutta manco al vicino di casa dopo che lascia la sabbia del gatto nel pattume fuori dalla porta” e soprattutto realistica e mai cinematografica nel senso di finzione. Pizzolatto è uno che ti fa stare lì, e nello specifico nella bocca, le parole e nella malattia mortale di Ray Cody, uno scagnozzo di boss di malaffare, messo in mezzo alla migliore delle trappole del tipo “te ammazzi chi mi vuole incastrare e ci rimani anche tu” e che in questo macello (malattia, omicidio, tentato omicidio) si ritrova a salvare una ragazza, e sua sorella, più piccola di lei.
Da lì più che la sequenza vera e propria di eventi, comunque mai banale, scene scritte con taglio fotografico, è tanto la discesa agli inferi di Cody fatta di disperazione, morte imminente, vendetta e senso di protezione, quanto la descrizione e la motivazione che porta al legame con Tiffany la ragazza salvata e mano mano la scoperta dei vari perché di questa storia. Della sua e della sua appendice femminile.
Galveston è (credo di parlare con un metro di misura ragionevole) tra i dieci migliori libri che forse in maniera riduttiva vengono ricondotti all’hard boiled, che io abbia mai letto.
In realtà l’autore a cui posso avvicinarlo più facilmente è Lansdale, il miglior Lansdale, quello dei romanzi di formazione e dei “romanzi romanzi”* quello di In fondo alla palude per dirne uno, Pizzolatto ha in più uno stile che è fatto poco di redenzione e di zero sarcasmo e ironia. Non si ride insomma, manco un po’.
Però in cambio si piange tanto, ma veramente tanto.
Vogliamo alzare il tiro? Ecco un libro così potrebbe tranquillamente stare in mezzo alla bibliografia del più grande scrittore di tutti i tempi e mondi, Cormac McCarthy (e io davvero non parlo di libri se il mio dirimpettaio non s’è mai misurato con la letteratura del nero dell’animo umano), senza sfigurare, anzi.
La cosa più importante di Galveston è anche quella che a suo modo riconosce e distingue i libri che ti rimangono dentro da quelli che ti scivolano via e dimentichi anche di avere letto. Le pagine e i personaggi che ti rimangono dentro, non dico che ti ci possa affezionare ma un senso vero di legame con i vari stati d’animo e i modi e le sensazioni di sopravvivenza e protezione.

Galveston è a tutto tondo un capolavoro del genere ma anche non solo. Un libro del classico filone “americana” che ha la sua forza nel suo essere monolitico e potente, aggraziato e duro, angosciante ed estremamente commovente.
Viene voglia da dire al caro vecchio Nic, capisco True Detective ma prima o poi scrivine un altro, di libro così.

Per certa gente, gli oggetti luccicanti sono le altre persone, e a quel punto converrebbe diventare un tossicodipendente.
Una cosa diventa troppo piacevole, troppo regolare e, prima che te ne accorga, sei fregato.

* dicesi “romanzo romanzo” quando un autore che credevamo ci piacesse solo per romanzi fichi ma di puro divertimento ad un certo punto tira fuori il romanzo per cui Philip Roth si cacherebbe addosso

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