Anonymous: you never know with the Tudors

A scuola ti hanno insegnato che William Shakespeare era un attore di Stratford-upon-Avon che si è trasferito a Londra, ha scritto almeno 37 commedie, e poi è tornato a Stratford. Anche a me. Però, ecco, c’è gente che non ci crede. Le motivazioni sono lunghe, complesse e tediose ma, se interessa, un riassuntino con opinioni forti e giuste lo trovi qui, e qui c’è tutta la cosa spiegata in maniera ufficiale. Ma facciamo un breve sondaggio:

Alla fine chi se ne frega, quello che conta al cinema è una bella storia ben raccontata, plausibile o no, poco c’entra. Roland Emmerich su questa storia ci ha fatto un film che si chiama Anonymous e che esce tra un paio di settimane. Come tanti film di Roland Emmerich, Anonymous è fatto apposta per il pubblico d’inizio secolo (il ventunesimo), un pubblico molto più pronto ad applicare teorie di complotto che il rasoio di Occam a qualsiasi storia si racconti. Quindi puoi credere alla storia inventata più complessa e intrigante – amore! Potere! Sesso! Dire! Fare! Baciare! Lettera! Testamento! – o puoi credere a quella più semplice, né più né meno documentata con prove concrete di quella di Dante, per esempio. (Sempre che tu creda all’esistenza di Dante, e non che – TADAA! – il figlio illegittimo di Cecco Angiolieri e Beatrice abbia scritto La divina Commedia spacciandosi per Dante. Who was this Dante guy anyway?)

I am Shakespeare

Per quanto mi riguarda, credo che l’autore delle opere di William Shakespeare sia William Shakespeare. Che fosse un attore, un puttaniere, un padre di famiglia, un figlio di guantaio, uno che ha rubato sei cervi dal giardino del re, mi interessa molto poco. (Basta che davvero non fosse Joseph Fiennes.) Mi interessa anche pochissimo dello Shakespeare caposaldo del canone letterario occidentale, dello Shakespeare tradotto in tutte le lingue del mondo (anche più della Bibbia), e dello Shakespeare santo patrono del merchandising e del turismo del Warwickshire. Sinceramente, a me, che le commedie di Shakespeare le abbia scritte un contadino di Stratford-upon-Avon o l’arciduca di So-ben-io, non cambia niente.

No, I am Shakespeare

Indipendentemente quindi dal presupposto del film, che è condivisibile o meno (e che comporta certe implicazioni non da poco: gli anti-Stratfordiani sono accusati di classismo, e intellettualismo – che in Gran Bretagna è un’accusa peggiore della pedofilia – gli Stratfordiani di nazionalismo, fascismo, forse anche di pedofilia), si rimane con una storia di fantasia ambientata in un periodo storico che però – e questa è una cosa importantissima da dire di Anonymous – è visto e presentato interamente attraverso uno sguardo contemporaneo. Nel film l’approccio all’idea dell’Autore è moderno, quasi post-moderno o post-post-moderno (è un tentativo di far risorgere un Autore ormai morto e sepolto da secoli di autopsie critiche); l’approccio all’idea di teatro filmato è moderno, quasi post-moderno (nel suo tentativo di far passare il teatro per un serio pericolo a livello politico, un’idea che è una fantasia ricorrente della critica, una delle più perverse); soprattutto è l’idea dell’ipotesi di complotto ai danni del genio e dei sentimenti a essere moderna (questa non è post-moderna, è una cosa inventata dai poeti Romantici con la R maiuscola, ma non escludo che forse anche loro l’hanno scopiazzata da qualche altra parte). Insomma, Anonymous è un pasticcio prepostero in tanti sensi.

No, I am Shakespeare

[Segue paragrafo pignolo che si può anche saltare.] Ci sono tanti di quei problemi a livello di autenticità minima del setting che non so da dove cominciare. Mi rendo conto che siano cose che danno fastidio solo a uno spettatore con conoscenza dell’argomento, ma insomma la polizia e l’esercito non esistevano ai tempi di Elisabetta I quindi è difficile che fossero spediti a soffocare rivolte di pezzenti in strada, peraltro sprecando preziosissima polvere da sparo; la costruzione e l’assemblaggio dei vestiti delle donne sicuramente non avrebbe permesso a Elisabetta I di sedersi per terra a contemplare il futuro del regno come una bambola di porcellana afflitta da senilità; Christopher Marlowe è morto per una coltellata in faccia e non sgozzato; Ben Jonson è stato in prigione per aver sparato a un uomo in un duello, non solo per problemi di censura dei suoi scritti; probabilmente nessuno diceva ‘by the beard’ (poffarbacco) con questa frequenza; la tragedia messa in piedi per aiutare la rivolta di Essex era Riccardo II e non Riccardo III; la datazione della scrittura, stampa e produzione delle commedie di Shakespeare presentata nel film non c’entra una benemerita fava con le prove storiche esistenti, solide e piuttosto inconfutabili; la rappresentazione del teatro elisabettiano nel film (in particolar modo lo stile della recitazione, l’interesse del pubblico verso ciò che succede in scena) sputa in faccia a tutto quello che ne abbiamo dedotto finora studiando accuratamente l’evidenza. [Ok, la pianto col siparietto pignolo. Continua pure a leggere.]

No, I am Shakespeare

Ma quindi? E’ per questi motivi che Anonymous è un po’ una vaccata? No. Gli stessi problemi esistono in Shakespeare in Love, Elizabeth, nel Falstaff di Welles, o in qualsiasi altro film basato su un qualsiasi periodo storico (sento la voce di Johnny Palomba che dice ma che davéro voi ve penzate che quelli aspettavano a Gwyneth Paltrow pe fa Romeo e Giulietta?). I problemi veri – che sono problemi non di filologia ma di cinema – sono altri. Cominciamo per esempio dai credits, che sono stati fatti con Word – e già uno dice con tutti soldi che avranno speso per affittare gli studios di Babelsberg e a spalmare tutto quel CGI potevano sforzarsi a scaricarsi un font tipo 1543 Humane Jenson, almeno sarebbe stato coerente con la parvenza di periodo storico.

Manoscritto originale, prova inconfutabile

La trama potrebbe anche essere avvincente (è la trama di una commedia Shakespeariana, si può dire?) ma la narrazione è pessima: si passa da cinque anni prima, a tre anni dopo, a dieci giorni fa, a c’era una volta nell’Inghilterra elisabettiana, a improvvisamente l’estate scorsa. Duchi di qua, duchi di là, duchi di su, duchi di giù: beato chi distingue Henry Wriothesley da Robert Devereux (che non è Joseph Fiennes, altrimenti avrebbe confuso ancora di più). Ma poi seduta di fianco a me al cinema c’era gente che non aveva capito che Joely Richardson e Vanessa Redgrave interpretassero la stessa regina, come se di Elisabette I ce ne fossero tante. O forse era tutta una strategia di Emmerich per dire che Elisabetta I aveva i sosia come Saddam Hussein. (9/11 was an inside job. L’atterraggio sulla luna non è mai successo. Elvis vive.)

La regia vabbè, Emmerich è sempre lui: riprese aeree su New York (ehm, sì) e Londra, neve che fiocca come proiettili, esplosioni, CGI come se piovesse, combattimenti tra cani e orsi – bang, crash, whoo. Le scene sono costruite enormi e imbevute nel testosterone. I costumi, quelli funzionano, e l’illuminazione anche – siamo lontani dai colori sgargianti di Shakespeare in Love e molto più vicini al fango, al freddo e al tanfo del periodo. Io sarei anche disposta a crederci a questo mondo, se non fosse per i dialoghi.

Dove i dialoghi di Shakespeare in Love erano ammiccanti ma divertenti, leggeri ma efficaci, qui sono pieni di esposizione e spiegoni. Soprattutto sono resi pesantissimi da questa missione autoimposta di dover rivelare un complotto agli occhi dell’universo mondo, dal profetismo di uno sceneggiatore (John Orloff) convinto di star dicendo cose importantissime per il benestare del regno, e di assestare colpi duri a un’agiografia a sentir dire lui sbagliata. Bah. Contento lui. Il fatto è che se l’avesse presa in LULZ la cosa sarebbe davvero riuscita. Ma egli – e lo conferma il comportamento stizzito sui giornali e alla conferenza stampa al London Film Festival – è sicuro che i pazzi siamo noi.

No, I am Shakespeare

Il cast si prende la briga di sganciare bombe di attoroni con pedigree da palcoscenico per ridurli a macchiette o semplicemente fare un breve name-check per dire: visto, ci abbiamo anche infilato un riferimento a Thomas Dekker, mica siamo dei ciarlatani qualsiasi, noi sì che lo sappiamo il teatro rinascimentale inglese. Sappiamo anche il cinema Shakespeariano: l’avete capito il riferimento all’Enrico V di Branagh? Mica solo il taglio di capelli dell’attore che fa Enrico, anche Derek Jacobi con la sciarpetta vi diamo, e sticazzi non ce li metti? Nel frattempo uno che sembra Orlando Bloom ha una parte importantissima. La baracca è salvata da un Rhys Ifans impressionante, un attore che ho sempre detestato, ma che devo dire è cresciuto in quell’espressione perfetta da ritratto dell’epoca Tudor, un colorito da malinconia e bile, e che davvero a tratti è quasi commovente con tutta quella frustrazione artistica e tutto quell’eyeliner. Poi c’è il carissimo Edward Hogg nella parte del cattivone Robert Cecil – e per farci capire che è cattivone Emmerich lo veste sempre di nero e ha anche la gobba. (Se hai pensato: “Quale gobba?” allora sei la persona giusta per vedere questo film con me.) La battuta più bella del film – che forse è stata suggerita da uno dei ghost writers di Downton Abbey, se non di Blackadder – se la accaparra lui, ed è: “you never know with the Tudors – LOL OMG JK e ;-)!” Però non ti dico quanto si sente la mancanza di James Frain in questo film, che prima di fare il vampiro campione di spelling con l’aiuto del T9, era un fenomenale Renaissance man sia alla corte di Jonathan Rhys Meyers che di Cate Blanchett.

[Segue paragrafo di fatti miei, ma anche una cosa che mi è piaciuta del film] Di una cosa seria devo ringraziare questo film: di avermi brevemente riportata al momento esatto in cui ho afferrato e capito Shakespeare, tutto Shakespeare, giuro, anche quello che fino a allora non avevo ancora letto o visto. Il momento in cui sul palcoscenico del Globe a Londra (che è un altro fake, non è il vero teatro di Shakespeare ma una ricostruzione moderna) un attore di cui non avevo mai sentito parlare è salito in scena e ha pronunciato le parole “O for a muse of fire” e si è portato via un pezzo della mia vita. Quel momento non mi è mai sembrato più lontano di oggi quando l’ho visto rifatto al buio del cinema: lo stesso attore e le stesse parole, ma aveva un che di sintetico, un qualcosa di ammuffito, e a lui è invecchiata molto la voce oltre che la faccia. Eppure pedalando verso casa ho provato a ripassare le parole di quel monologo: le so ancora tutte. Questo Shakespeare, whoever he was, ti entra sotto la pelle. [Fine dei fatti miei.]

Non sono io la prima a dire che Shakespeare era ed è nostro contemporaneo – d’altronde lui (o chi per lui) ha scritto in Amleto che lo scopo dell’arte è di reggere lo specchio alla natura. E quindi Anonymous è un film che molto più che parlare del periodo di Shakespeare, parla di noi del ventunesimo secolo, del modo in cui guardiamo e riveriamo certe frodi di celebrità senza talento, noi che ci pisciamo addosso alla notte degli Oscar quando qualche scrivano qualsiasi fa un discorso leccapiedi per ringraziare gli attori che danno vita alle sue parole, e i produttori che hanno creduto nel progetto, e i burattinai dietro le quinte. Ma poi il film sembra anche prenderci un po’ tutti in giro, come dire: ecco, siete contenti voi pubblico di merda, di aver creduto all’impostore mentre il vero genio è altrove? Ma non vi sentite cretini ad aver abboccato per così tanto tempo? (Everything you know is wrong. La terra è piatta. Paul è morto.)

La risposta breve è NO, quella lunga è WTF LOL

Insomma, Anonymous è un po’ The Matrix travestito da film storico, è un po’ Il Codice da Vinci, cosa ci vuoi fare, è un po’ un film di Roland Emmerich, e noialtri siamo qui a strapparci i capelli per un film di Roland Emmerich. A dire oddio che ne sarà di noi che cerchiamo di insegnare ai nostri studenti che il periodo elisabettiano è pieno di robe interessanti e fondamentali per la comprensione del mondo di oggi (non solo poesia, teatro, e politica, ma anche complotti veri, intrighi di corte testati, avvelenamenti, robe grosse, persino le streghe e l’invenzione del capitalismo, seriously) anche senza doversi inventare “Il Codice Shakespeare”? Secondo me possiamo anche stare tranquilli, non abbiamo nulla da temere. Facciamo un paio di conti: Emmerich – 2012, 10000 BC, The Day After Tomorrow, The Patriot, Godzilla, Independence Day; Orloff – Legend of the Guardians The Owls of Ga’Hoole, A Mighty Heart; Shakespeare – Amleto, Macbeth, Otello, Riccardo III, Enrico V, La Tempesta, Il Racconto d’Inverno, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, Misura per Misura. Alla fine salterà fuori che per imparare qualcosa di Shakespeare torneremo sempre a vedere, leggere e insegnare Re Lear, e quasi mai De Vere. E che Shakespeare è come vi piace, e Anonymous è molto rumore per nulla.

Melancholia

A me quando sento dire “ah che grande regista è Lars Von Trier” nasce sempre un punto interrogativo sulla fronte, un po’ come quando sento dire “ah i Litfiba dei primi dischi”. Sono cose che non capisco e forse non capiró mai.
Poi di sabato pomeriggio, da solo, decido che ho una sensazione forte su Melancholia, sapendo che sì magari dai, stavolta non ci ha messo un cane che dice “il caos regna”.
Von Trier non é né un provocatore né un regista. é un coglionazzo, questo lo sapevo già, ma un coglionazzo che stavolta ha tirato fuori un grandissimo film, che é Melancholia.
E se la sinossi é semplice, un matrimonio che va a puttane e poi dopo ci va il mondo a causa di un pianeta che lo sfragna, il film é tutt’altro.
Che sì per quanto possa essere scontata l’idea di caos e fine che parte da un microcosmo famigliare borghese e finisce col resto del globo (non come causa effetto ma come trasposizione), é il resto a fare di Melancholia un instant classic, forse fuori tempo massimo. Ed é questa la grandezza del cinema, che i grandi film arrivano quando non ti aspetti e da chi non ti aspetti.
Che se il cinismo e la disfunzione famigliare é inquadrata bene, benissimo dalle dinamiche in una villa con campo da golf (a 18 buche) é il formalismo ad essere smontato pezzo dopo pezzo (e Udo Kier che evita di guardare la causa di tutto ne é il manifesto come il suo perseguire a tutti i costi il gioco dei fagioli, quando tutto é andato in vacca) ed é il formalismo stesso di Von Trier il mezzo per la distrutturazione.
Perché ad una parte di logorrea iniziale (e a questo punto magari Demme aveva dato un segnale molto forte come imprinting della cosa) il film (diviso in due capitoli) é la rarefazione dei silenzi, delle paure, del non detto e della catarsi.
Melancholia é Fino alla fine del mondo se Wenders avesse avuto meno amici e piú conti in sospeso col proprio (di Dio, mai citato, mai chiamato in causa) e la parte marcia di The tree of life, dove la redenzione arrivava alla fine dell’accettazione della natura “non grata”, mentre qui la catarsi é il punto dell’annullamento, dell’accettazione che non c’é nessun posto di nuovo, né di diverso dove andare.
In questo superba la Dunst e la Gainsbourg, caos e razionalità, a cui ruota la spiega del film tutto, con la prima che accetta il fallimento e la dissoluzione della realtà formale senza un minimo di resistenza, non accettandola, la seconda, che l’aveva accettata vive la propria via crucis dell’abbandono. Della salvezza.
E accetta l’abbraccio del caos, sotto forma di un pianeta.
Quello che forse serviva come risposta a Von Trier per diventare uno che del cinema, ha veramente capito tutto.