Boss

Una settimana fa avevo sbrodolato tantissimo parlando di Homeland (ancora non lo vedete? davvero?) parlandone come della serie dell’anno. Conoscendomi (io e le persone che mi conoscono) sanno che sono una persona di facilissimi entusiasmi (che poi mantengo ma insomma parto da ODDDIO HO VISTO LA MADONNA e arrivo a sì caruccio) quindi non smonterò per nulla Homeland (che rimane serie dell’anno fino a prova contraria), ma rilancio su me stesso.
E rilancio con Boss.
Parliamo di un serial prettamente politico, la sinossi brevissima è la diagnosi al sindaco di Chicago (Tom Kane) di una malattia rara simile all’Alzheimer, ovviamente la carriera ha una corsia preferenziale e la malattia ai più sarà nascosta, con tutto quello che ne può conseguire. .
Boss è l’ideale punto d’incontro fra le lotte di potere di West Wing, le bassezze incontestabili di The Wire e le punte di mefistofelica cattiveria di Breaking Bad. Tutto o quasi è ovviamente nelle mani e nell’interpretazione (e il ruolo ca va sans dire) mostruosi di Kelsey Grammer sindaco decisionista e senza scrupoli di stampo quasi ducesco, spietato tanto nei momenti di lucidità quanto nel confronto con la natura della malattia, della politica e della famiglia in frantumi.
Scritto da Dio, basta la prima puntata per avere in 58 minuti la migliore spiega possibile dei personaggi in questione, e non parlo di un paio, parlo di tutti. Ognuno con le proprie disfunzioni, ognuno con la propria “malattia” nascosta. Boss è un’infezione, o un sipario strappato fate voi.
Lo sforzo enorme è indubbiamente quindi nella sceneggiatura possente e senza buchi di Levine e Greene (Nip/Tuck) e il progetto ha da subito avuto un appeal così forte che ha visto dietro la macchina da presa per il pilot Gus Van Sant (che è anche produttore) e per altri tre episodi Mario Van Peebles. Otto puntate già rinnovate per la prossima stagione (in cui saranno dieci) è ulteriore riprova del fatto che sia un serial in cui non si ciurli nel manico più di tanto, che al giorno d’oggi è una cosa abbastanza rara.
Che sia prodotto dalla Lionsgate (che ci regala quello che è forse la migliore serie in circolazione Mad Men) non è proprio un marchio di garanzia ma ci siamo a tanto così.
Già solo a scriverle certe cose uno sbava come un animale, figuriamoci poi se la resa risponde anche alle aspettative.
Il peccato vero è che sia breve. Ma ci si accontenta

E’ sicuramente più complicata di così

Rimanendo in tema di casi umani, Facebook credo siamo un po’ tutti d’accordo che in tema ne è una vetrina di livello. Di tutte le discussioni riguardo livelli di privacy, controllo, progetto di informazione e manipolazione di massa (che altro che la P2) credo non sia il caso di parlarne in un blog che tra il serio e il faceto sta più dalla parte del faceto come questo qui.
Fatto sta che Mark Zuckerberg creatore del social network ad oggi più utilizzato del pianeta ad un paio di domande sul tema privacy ha cominciato a sudare come una fontana, e a sembrare fatidicamente simile agli impacci di quel Richard Nixon grande bugiardo della storia americana. Non solo, è arrivato a togliersi la felpa col cappuccio, cosa che sembra non fare mai. Giuro.

Per quelli che sono un minimo cospirazionisti e si sentono rabbrividire all’idea di un’immagine dentro la felpa, il simbolo è un simbolo collegabile alla dottrina degli Illuminati (a me sembra più una coglionata).

Non bastasse e non fosse finita così, la cosa, è in arrivo il film di Facebook. Riderete già immagino. Un po’ meno quando saprete che il regista è David Fincher (regista di Zodiac, Se7en etc) e soprattutto scritto da Aaron Sorkin (West Wing, anyone?) con un titolo per salvare le apparenze come The Social Network, una roba presentata con un trailer (teaser) inquietante come qui sotto

E che, ovviamente come tutto il mondo semmai vi steste chiedendo chi è che canta la cover di Creep scrivete: Scala & Kolacny Brothers (un coro di ragazzine belghe ed un direttore d’orchestra). Una roba che oltre inquientante è il caso di dire davvero creepy.
Non credo che aprirò Facebook per le due prossime settimane, ad un certo punto la sensazione di “male assoluto” mi ha aperto in due.