Keep Doing What You’re Doing

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8Due ore fa (cioè ieri pomeriggio) ho cancellato una mezza pagina di word in cui spiegavo la mia su Keep Doing What You’re Doing nelle solite due righe. Non mi piaceva e mi sono accorto di averci messo troppo di mio nel modo sbagliato. Pagina nuova, vuota. Il concetto su cui mi sarei potuto basare per riscrivere queste due righe di recensione sarebbe potuto essere ancora ‘è tutto molto sbagliato’, e per tutto si intende ora il fatto che conosca molte più persone a cui questo disco potrebbe far cagare fortissimo di quante a cui potrebbe sinceramente piacere, ma sarebbe un’argomentazione fuorviante. Un’altra idea che avrei potuto usare per la stesura del post poteva essere l’attanagliante nostalgia che prende tutti i puri di cuore a gennaio, ma sarebbe stato di una noia tremenda e non avevo intenzione di farlo passare per quello che non è. Scartando queste idee è rimasto solo il disco, senza nessuno spunto personale da aggiungere, fattore non irrilevante all’equazione – e che avevo già argomentato nella parte che ho cancellato. Questa cosa però dà molto più fastidio a me, il non avere nulla da dire, di quanto possa essere felice chi passa di qua e non si vede costretto a dover leggere una manica di cagate per capire che del disco se ne parla forse verso la fine. La prima volta che mi sono messo a scrivere questo post avevo focalizzato tutto su di me, sul mio sentirmi tagliato fuori e su come alcune cose di questo disco sottolineassero la cosa. Non so perché, non so su quali basi e perché avessi trovato questi collegamenti. L’ho riascoltato circa tre volte di fila dopo aver cancellato tutto quanto avessi scritto, ho riletto i testi e ho capito che forse mi ci ritrovo più di quanto mi sarei mai aspettato. Non vuol dire nulla, non voglio nemmeno farne il punto della situazione su cui snodare motivazioni, agganciare pezzi di testi (come avevo fatto prima) ed eccetera, però personalmente aggiunge valore ad un disco che già di per sé suona molto (ma molto) bene e da cui sto facendo fatica a staccarmi. In Keep Doing What You’re Doing l’unica cosa che sentivo sbagliata e fuori posto ero io, perché ultimamente funziona che mi chiudo eccessivamente in me stesso e appena trovo qualcosa che non coincide con quello che faccio e vedo (cosa voglia dire non lo so e non voglio nemmeno cercare di capirlo, adesso) prendo la lente d’ingrandimento e la posiziono sopra a quelle determinate cose, senza contestualizzare in generale, pensare in meglio o prenderla alla leggera. Funziona male e sto scrivendo un sacco di cose omettendo spiegazioni, quindi immagino non si capisca un cazzo.

Keep Doing What You’re Doing mi suona di nostalgia, di cose lontane e mi sembra rivolgersi ad un tu e ad un voi che io adesso non vedo, o vedo in piccola percentuale, quindi magari era il fastidio di non riuscire a fondare il sentire, perché mi sono un po’ troppo tagliato fuori da tutto, ad avermi confuso le idee, magari è qualcosa che non sento solo io e oggettivamente c’è, oppure sto solo cercando una scusa per giustificarmi il parlare a vanvera senza entrare nello specifico. La bocca asciutta e le lagrime agli occhi, insomma. Sono talmente fuori contesto e talmente dentro da essere il modello perfetto contro cui lanciare questo disco dritto sul muso, metafore comprese. Chiudiamola così e se si capisce bene, altrimenti sticazzi.

Maybe it wouldn’t hurt to try to be happy. Maybe things aren’t quite as bad as I let myself believe. Ecco, l’ho fatto di nuovo. Capita.

Non so cosa dicano le statistiche di LastFM, non ho nemmeno interesse a controllarle, ma questo disco lo sto davvero consumando. Non che non ci fossero mie aspettative riguardo a cosa avrebbero fatto, già le canzoni dello split con i Fake Problems mi piacevano parecchio (a differenza delle loro), ma non mi aspettavo un disco così ‘pieno’. Contestualizzo il pieno: non so se sia lo zampino di Evan Sono Ovunque Weiss al mixer, non so cosa di preciso sia successo in fase di registrazione (e c’è un piccolo video che documenta la sessione in studio qui), ma a confronto con Grow Up, Dude questo mi suona più ricco e cresciuto, dimostra il frutto di una band probabilmente conscia e più a suo agio con il proprio potenziale. Le parti strumentali sono più piene – davvero non mi viene un altro termine per descriverle, mi sembra giusto questo, quindi evito giri di parole e lo tengo così. Non è un altro gruppo, le canzoni si collegano bene alle altre, ma c’è un evoluzione che con un buon filtro, con orecchie allenate ad ascoltare dischi del genere si fa tangibile, illustra il prodotto di un cambiamento in meglio. Mi piace talmente tanto che non riesco a ricordare nemmeno un testo intero a memoria (nell’idea dei ricordi e delle canzoni di Coupland ne Il Ladro Di Gomme, che in soldoni è la cosa a cui penso quando ascolto questo disco, vedi il pippone sul sentirsi tagliati fuori). Non riesco a trovare una mia canzone preferita, una che voglio ascoltare facendo partire quella e basta, senza sentire pure le altre. Non è poco, a mio parere.

(qui sotto il live che hanno fatto qualche settimana fa ad Audiotree)

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You Blew It! – Grow Up, Dude

Perchè nel 2012 ci piacciono ancora dischi come questo che obbiettivamente non hanno inventato nulla e non hanno nulla di diverso da qualsiasi altro gruppo di quella etichetta – e per quella intendo la Topshelf per cui questo esce, ma per cui escono anche i miei amati Prawn – o altre? Cosa dovrei rispondermi? Che piace, e tutte le somiglianze con x e y possono essere anche la motivazione stessa per cui ci facciamo pesciolini dentro quell’acquario post-deep elm fatto di nostalgici al nostro pari. Nel bene e nel male è nata una nuova scena con il solito ricambio di gruppi classico di queste note amare che ascoltiamo tanto. Una band che supera i tre anni di attività riceve una specie di trofeo di longevità emocore fatto con un cuore spezzato color oro e la paletta di un telecaster a sorreggerlo sul piedistallo.

Grow Up, Dude è lo scontro degli Snowing con la band dal nome più lungo di sempre, i The World Is A Beautiful Place & I’m No Longer Afraid To Die; gli aggettivi che sprecherei per descriverlo sarebbero un po’ quelli di un gruppo e un po’ dell’altro: Snowing senza urla strillate o The World eccetera con un po’ più di fretta e meno coefficiente post-rock, chitarre mathy e jingle jangle sempre presenti sulla prima linea, lievemente più rumorose dei due ep precedenti, con una costruzione generativa che pone molta più attenzione alle liriche che in precedenza. In meno di trentacinque minuti rischia quasi di finire nella top dei dischi della prima metà dell’anno. Forse però è perchè questo suono già macinato e rimacinato dal ’98 in poi è quello di cui sentivo il bisogno. Non le solite quattro – fighissime – band ma una quinta nuova che suona come tutte loro fuse in una. A me onestamente va benissimo così, ma si sa che sono un nostalgico dei primi con le fisse, anche se l’idea che questa volta non sia una fissa estemporanea ma un apprezzamento a lungo termine c’è – come si faceva con i cd veri e non con gli .mp3 (o con lo streaming online, dato che oltre al canonico bandcamp la prima piattaforma che ha dato la possibilità di ascoltare Grow Up, Dude è stato Absolutepunk). La topshelf non ha scazzato nemmeno questa volta. Valà.